‘Il silenzio degli altri’ è (bellissimo) cinema dell’empatia | Rolling Stone Italia
Neskaren Kanta

‘Il silenzio degli altri’ è (bellissimo) cinema dell’empatia

Una madre sorda, una bambina e un padre udenti, il mondo nel mezzo. Il debutto della spagnola Eva Libertad esce dai cliché del filone per firmare un'opera struggente e precisa starring la sorella, un magnifica Miriam Garlo

‘Il silenzio degli altri’ è (bellissimo) cinema dell’empatia

Álvaro Cervantes e Miriam Garlo in 'Il silenzio degli altri'

Foto: Lucky Red

È un film di una bellezza struggente, ma al tempo stesso sobria e precisissima Il silenzio degli altri, e lo è perché fa due cose soprattutto e le fa entrambe meravigliosamente. Primo: abita i dubbi che tengono sveglie la notte, il senso di inadeguatezza inesorabile, le paranoie inconfessabili e i timori profondissimi di tutte le madri del mondo.

Due: alza la posta e quel cataclisma interiore lo cala dentro un corpo specifico, quello di Ángela, una donna sorda dentro un mondo udente che le sta stretto come gli apparecchi uditivi che non sopporta. Così le paure smettono di essere metafora e diventano ferite: non capire l’ostetrica al momento del parto, non riconoscere il proprio corpo che spinge senza poter contare sulla colonna sonora del reparto, non sentire la figlia piangere e nemmeno poterla calmare con una canzone.

IL SILENZIO DEGLI ALTRI di Eva Libertad | Dal 28 maggio al cinema

Eva Libertad, regista spagnola di Murcia al suo debutto, laurea in Sociologia alla Complutense di Madrid (i dettagli importano, si vedono nella scrittura), parte da una conversazione privata. La sorella Miriam Garlo, attrice sorda e protagonista (magnifica) del film, le confidò le proprie paure quando pensava di diventare madre. «Le ho chiesto di metterle per iscritto. Pochi giorni dopo mi ha mandato una lista che mi ha colpito profondamente», ha raccontato a Variety. Da quella lista esce nel 2023 un corto candidato al Goya, e poi questo lungometraggio passato alla Berlinale 75 nella sezione Panorama, dove ha vinto il Premio del Pubblico, e che agli ultimi premi spagnoli si è preso tre statuette pesanti: miglior regista esordiente, miglior attrice rivelazione e miglior attore non protagonista (Álvaro Cervantes). Lucky Red lo distribuisce in tutte le sale con sottotitoli e audiodescrizione. Tutte, senza eccezioni. Vale la pena scriverlo, perché di questi tempi un atto editoriale del genere è un piccolo manifesto.

Per anni infatti il cinema sulla sordità è stato cinema raccontato agli udenti, dal duetto strappalacrime di CODA – I segni del cuore all’happy ending della Famiglia Bélier (comunque meglio del remake che, diciamolo, si è arrubbato l’Oscar), con la figlia che canta al microfono per spiegare la madre dietro al bancone. Libertad invece gira la camera dall’altra parte, la punta sulla madre appunto, e lavora il sonoro come pochi altri film recenti (vedi, mutatis mutandis, La zona d’interesse). Qui il suono è terreno di scontro pubblico in un mondo tanto smaccatamente a misura di chi sente che nemmeno la commessa del negozio di apparecchi acustici è in grado di comunicare con Ángela.

Foto: Lucky Red

Quando la macchina da presa sta dentro la protagonista, il rumore si schiaccia, si fa pelle, vibrazione, distorsione, paranoia. Non è il colpo a freddo di Sound of Metal di Darius Marder, dove la sordità arrivava come esperienza maschile e deflagrante. E non è la radicalità muta di The Tribe di Slaboshpytskyi, in cui il segno diventava muro per lo spettatore. Libertad racconta anche la crisi quando si diventa genitori e tiene la lingua dei segni spagnola come lingua del desiderio: la coppia con Héctor, un Cervantes di rara grazia, parla in segni, si ama in segni e si allontana dolorosamente in segni, con un dialogo straziante e verissimo che precede il finale: “Mi guardi come mi guarda sempre il mondo udente, come se fossi un’incapace. È una vita che lotto per la mia dignità. Tu non hai idea di cosa significhi essere sorda, è una merda, cazzo!”.

La maternità in questo film è una creatura a due teste. Adrienne Rich, in Nato di donna, separava la maternità come esperienza dalla maternità come istituzione, e indicava la trappola in cui la seconda chiude la prima: essere sempre tutto, non esistere mai per sé. Libertad ci infila dentro un’amplificazione: cosa succede quando ti viene chiesto di essere tutto per tua figlia, e nel “tutto” c’è anche quel senso che a te manca? Miriam Garlo modella la sordità, e nei suoi silenzi (i suoi, non quelli della sceneggiatura) sta tutto il film. Sono tanti i momenti in cui l’attrice restituisce tutta la crescente solitudine della protagonista: la scena realissima e devastante del parto, lo sguardo storto all’idiota che la prende in giro in discoteca, l’istante in cui la bambina dice la sua prima parola e tu, in sala, ti chiedi se sia un dono o una dolce diserzione. Ma ce n’è uno che è particolarmente doloroso: quello in cui Ángela vede Héctor schioccare le dita vicino alle orecchie della piccola per capire se sente oppure no. E lei sente, con grande sollievo del padre e smarrimento colpevole della madre.

Foto: Lucky Red

Ma il film evita il pietismo con un metodo minuziosissimo. Il “tema della disabilità” non viene mai issato a bandiera, non c’è il sordo funzionale alla trama e nessuno che spacci la privazione per ricchezza. Ci sono una donna, una coppia, una famiglia di origine borghese (la madre è l’ottima Elena Irureta, quella di Patria, che è affettuosa e supporting, ma tende comunque a definire la figlia attraverso la sua condizione) e una comunità sorda mostrata senza la retorica della comunanza. Il finale, dilaniante, non risolve nulla e somiglia più al congedo di Die My Love di Lynne Ramsay che alle dolcezze prevedibili di certo cinema d’autore europeo.

Quando se ne esce, Il silenzio degli altri ci riconsegna a un mondo udente che è improvvisamente “troppo”, che suona persino maleducato, perché il nostro orecchio per novantanove minuti si è esercitato ad ascoltare di più e meglio. Il cinema dell’empatia di Roger Ebert non è una categoria usurata: è la condizione minima del mestiere, e qui qualcuno se ne ricorda davvero.

Foto: Lucky Red