La prima volta che ho visto un mazzo di tarocchi era il vecchio set di mia madre, riposto per anni in un angolo della casa, per rispolverarlo poi al momento giusto. Avevo una quindicina d’anni, lei mi aveva letto le carte al tavolo di legno della sala e ne ero stata istintivamente incuriosita, come dai racconti di mitologia greca che mi faceva o dalle pietre energetiche che collezionavo. Anche se non ho mai posseduto un mazzo, i tarocchi sono tornati spesso a trovarmi: letti durante una lunga cena di lavoro nella sala di un ristorante in penombra; fatti da una amica, stese su un telo sull’erba e interpretati con ChatGpt, perché di questi tempi nemmeno l’esoterismo si salva dall’IA.
Non ho mai considerato consapevolmente i tarocchi come un’abitudine insita alla cultura italiana, eppure lo sono, tanto quanto il neomelodico e la carbonara. L’origine di queste carte è da individuare nelle corti del Rinascimento, quando venivano commissionate agli artisti di rilievo dell’epoca e utilizzate come gioco: un passatempo per nobili che, con l’introduzione della stampa, si è diffuso poi anche alle classi meno abbienti. Dispiace sgretolare una suggestione, ma i Tarocchi non sono nati dalle tenebre, generati da un culto millenario: erano semplicemente un gioco di presa, come la Scopa, attorno a cui ci si riuniva in più persone.
Uno dei mazzi più antichi di cui si ha testimonianza viene da Milano, il Visconti di Modrone, che il Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, commissionò come dono di nozze per la figlia, Bianca Maria Visconti, “donata” a Francesco Sforza, nel 1441. Oltre a questo, anche il Mazzo Colleoni è uno dei più celebri, commissionato alcuni anni più tardi da Francesco Sforza ai Brembo. Il tema iconografico dei tarocchi, secondo le ricostruzioni storiche, sarebbe da ricollegare a I Trionfi di Francesco Petrarca, poema in volgare pubblicato poco prima della morte del poeta, avvenuta nel 1374, in cui sono presenti le allegorie delle forze che governano l’esistenza umana, come Amore, Morte e Eternità. In un primo momento, infatti, i mazzi venivano chiamati Trionfi e non Tarocchi. Se il nome cambia, la composizione è però rimasta più o meno invariata nel tempo, comprendendo in totale 78 carte: 56 Arcani minori e 22 Arcani maggiori.
Un cambiamento nell’uso e nel nome delle carte arriva nella Parigi illuminista del Settecento, dove la passione per l’esoterico culmina con la teoria secondo cui i Tarocchi provengono da un antico libro egizio, il Libro di Thot, e servono per la divinazione. È l’astrologo e chiromante Jean-Baptiste Alliette a sviluppare un sistema preveggente basato sulle carte, a cui assegna precisi significati simbolici. I Tarocchi si legano così indissolubilmente all’astrologia, a un’idea di energie e cicli che regolano il cosmo, grazie a cui l’io interiore trova un punto di contatto con l’Universo.
Da allora, i tarocchi non hanno mai smesso di interessare persone comuni e artisti: dai surrealisti francesi, americani e messicani, fino alle passerelle della moda contemporanea, il fascino dei tarocchi non molla la sua presa, emergendo con più o meno vigore a seconda dell’epoca, ma senza scomparire. Nel 1955, Leonora Carrington dipinge una sua versione degli Arcani Maggiori; dal 1979 al 1996, Niki de Saint Phalle dedica quasi vent’anni di vita alla costruzione del Giardino dei Tarocchi, a Capalbio. Nel 1973, Italo Calvino rende protagonista de Il castello dei destini incrociati un mazzo: nel racconto, un gruppo si ritrova bloccato in una magione e l’unico modo per tenersi compagnia e raccontarsi storie è proprio attraverso le carte. Ancora più recentemente, Fabrizio De André allestì il suo ultimo tour, Mi innamoravo di tutto (1997/1998), con una scenografia ispirata ai tarocchi.
A riprova della centralità di questa iconografia nel corso dei secoli fino a oggi, in questo momento ci sono ben due mostre dedicate ai tarocchi, solo nel Nord Italia: fino al 2 giugno, Tarocchi – Le origini. Le carte. La fortuna, all’Accademia Carrara di Bergamo; fino al 4 ottobre, Sole in Virgo – La galleria, lo zodiaco e i Tarocchi, presso Highline, in Galleria Vittorio Emanuele II, a Milano. Se la prima è un approfondimento sulla storia dei tarocchi, dalle origini al contemporaneo, la seconda si concentra sulle opere di Elisa Seitzinger, illustratrice e artista visiva italiana, specializzata nella ricerca sull’immaginario simbolico ed esoterico.

‘Sol in Virgo’. Foto press
Lei, che si è appassionata di tarocchi fin da quando ha trovato un mazzo in una scatola nella fabbrica dismessa del nonno, ha raccolto per la mostra diversi lavori precedenti e nuove creazioni. In Sole in Virgo si possono vedere, tra gli altri, dodici arazzi zodiacali, sei opere sui Trionfi di Petrarca, un obelisco di luce e un grande Sol Invictus. Quando chiedo a Elisa Seitzinger per quale motivo ancora oggi, nell’era della tecnologia, cerchiamo conforto nell’irrazionalità dei tarocchi, lei spiega: «Durante l’Illuminismo, in cui pure la logica andava per la maggiore, c’è stato un ritorno alla spiritualità che ha portato all’interpretazione esoterica dei tarocchi. Allo stesso modo, oggi c’è una rinnovata attenzione per il misticismo e l’uso delle carte, vissuto come momento per prendersi cura di sé e fare introspezione». Potrebbe quindi trattarsi di un lavoro per contrasto: quando ci sembra di andare troppo velocemente in una direzione, si cerca interiormente il suo opposto. Continua Seitzinger, completando la sua visione: «Leggere le carte aiuta a conoscere gli altri e sé stessi. Può essere uno strumento di riflessione, come la lettura dei temi natali, che dà modo di parlare di sé e sbloccare energie».
Per l’artista, re-interpretare i tarocchi con il disegno, rigorosamente a china su carta, è un «atto magico, il mio modo di meditare su quello che sto disegnando». Nel suo approccio: «Ogni singola carta dei tarocchi ha in sé un lato di luce e uno di ombra, a seconda di come si lega alle altre carte e se esce dritta o a rovescio. Per questo, quando interpreto un’immagine, cerco di dare entrambi gli aspetti. Per esempio la mia Giustizia, oggi, ha in mano un kalashnikov. I miei tarocchi parlano anche degli archetipi sociali».
Nel 2026, l’iconografia e il significato delle carte si è spostato, almeno per la maggior parte delle interpretazioni, su un piano meno esoterico e più psicologico. È, in un certo senso, quello che mi ha insegnato mia madre, ciò che proviamo a scoprire seduti in cerchio durante una grigliata di primavera: le carte non possono prevedere il futuro ma, spingendoci a dare loro un significato, ci aiutano a vedere più chiaramente il presente. Mettere in ordine e capire i nostri pensieri. Più che uno strumento di divinazione, i tarocchi sono un tool di psicoterapia-fai-da-te, un’occasione per fermarsi e provare a lasciarsi andare al piacere dell’introspezione. Merce rara, dato che siamo sommersi da stimoli esterni. Un altro valore è insito nel loro spirito analogico (sempre che non usiate l’IA per interpretarli, chiaro) nel maneggiare le carte e stare lontano dagli schermi, spesso in gruppo, dando vita a una sorta di ritualità collettiva.

Elisa Seitzinger. Foto press
In un momento di instabilità sociale, politica e climatica, abbiamo talmente poca fiducia nel modello di razionalità che ci è stato imposto, talmente paura del futuro, che l’unica via d’uscita è quella di rivolgere lo sguardo dentro noi stessi. Perché per quanto possa intimorirci il risultato, sarà sicuramente meno spaventoso della realtà che si impone davanti agli occhi. In aggiunta, come spiega Seitzinger, e come vi ripeterà con voce infusa di fede chiunque vi leggerà i tarocchi: non bisogna avere paura delle carte. «Quando l’Arcano della Morte esce in una stesa è una carta positiva, che intende la necessaria potatura dei rami secchi. È una carta di rinascita. Quella che indica un risvolto più brusco è la Torre, che sta a simboleggiare un cambiamento radicale e improvviso». Ma anche quello, forse, non è un fosco presagio. Quanto qualcosa che già stavamo pronosticando dentro di noi.










