Mi chiamo Stefano Nazzi e anche in tv rimarrò sempre lo stesso | Rolling Stone Italia
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Mi chiamo Stefano Nazzi e anche in tv rimarrò sempre lo stesso

Dopo il podcast 'Indagini', il suo cognome è l’architrave su cui poggia il senso di un’altra pietra miliare del true crime: la docuserie 'Nazzi racconta' (su Sky e NOW). Il segreto? «Tenere sempre salda la barra»

Mi chiamo Stefano Nazzi e anche in tv rimarrò sempre lo stesso

Stefano Nazzi

Foto: Sky

Tutto il successo di Stefano Nazzi è riassunto nell’evoluzione dei titoli dei suoi format. Da quello neutro dell’ormai mitico podcast Indagini siamo passati, ora, al televisivo Nazzi racconta, in cui il suo cognome è l’architrave su cui poggia il senso profondo di una docuserie che sarà un’altra pietra miliare del true crime e che andrà in onda alle 22:30 del 29 e 30 maggio su Sky Documentaries e Sky Crime. E si chiamerà, appunto, Nazzi racconta: Desirée Piovanelli, ovviamente presente pure in streaming solo su NOW e disponibile on demand. Naturalmente ci sarà anche la versione podcast e potrete godervelo, anzi ve lo consigliamo, con l’antipasto di una puntata speciale del format di Pablo Trincia Un avvertimento prima di iniziare, che li vede per la prima volta uniti in un videopodcast (su tutte le piattaforma streaming e dal 19 luglio sul canale YouTube di Sky Italia) a confrontare due metodi di lavoro proprio attorno al caso di Desirée Piovanelli, che fu barbaramente uccisa da quattro persone (tre minorenni e un adulto) che tentarono di violentarla per poi massacrarla, prima tappa di un racconto in cui le responsabilità individuali annegano nella dinamica di un branco ossessivo e incapace di accettare un rifiuto.

Come si passa dall’essere un grande cronista (tra gli altri per Gente) ma che ha bisogno di presentarsi in ogni puntata con l’ormai mitico “Mi chiamo Stefano Nazzi e faccio il giornalista da tanti anni” al diventare un brand vero e proprio, all’essere di fatto un’icona del genere e del podcast?
Si gestisce bene. Questa fama non è stata cercata ed è stata del tutto inaspettata, mi fa piacere e mi diverte, ma per fortuna non è un’ossessione, né qualcosa che temo di perdere: fortunatamente quello che dovevo fare nella mia vita professionale, l’ho fatto. E quindi sono in un’età e in una condizione in cui posso godermela senza controindicazioni. Quindi va bene così, la vivo bene.

Foto: Sky

Non credi che il tuo successo dimostri anche che forse sottovalutiamo il pubblico, che nel tuo caso premia rigore, deontologia e rispetto in uno dei generi narrativi più spregiudicati che ci sono?
Hai ragione, l’orgoglio è quello. Il pubblico è più maturo, almeno un certo pubblico, di quello che possiamo credere. Questa storia ci dice che ci sono molte persone che non si adattano ai processi televisivi, che non vogliono assecondare l’arena selvaggia di ipotesi spregiudicate e cannibalismo legale mediatico, vogliono un percorso più serio ma non rifiutano l’argomento. Non è poco.

Sta cambiando qualcosa nel true crime e nell’immensa platea che lo segue o tu rimani una splendida eccezione?
Mi verrebbe la tentazione di dire, citando uno sketch di Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto. Garlasco ti dimostra che quel tipo di narrazione aggressiva e spregiudicata continua ad avere un pubblico vasto e fedele. Certo, devi in qualche modo chiederti se è tale perché la Tv, in particolare quella generalista, non gli offre nulla di diverso, oppure se le persone vogliono solo questo tipo di racconto.

Hai citato l’elefante nella stanza, Garlasco. Ci saranno altre puntate di Indagini sul caso dei casi?
Certo che ci saranno altre puntate, ma solo ed esclusivamente quando le cose saranno più definite, quando si uscirà dalla ridda di ipotesi strumentali a una narrazione senza rete. Tutti si comportano come se tutto fosse acquisito, e invece non lo è affatto.

Non ti sembra che siamo in una situazione paradossale in cui i nuovi inquirenti stigmatizzano i vecchi, utilizzando però gli stessi strumenti?
Il punto è proprio quello. Il metodo è lo stesso: si critica il modo in cui le indagini sono state condotte, il modo in cui i media hanno condizionato le ipotesi di indagine, e poi si fa esattamente la stessa cosa!
 Allora ci fu la mostrificazione di Alberto Stasi, ora di Andrea Sempio. Non so sinceramente se Stasi sia innocente o no, di sicuro la storia processuale in cui abbiamo assistito a due assoluzioni prima della condanna, unita alla sequela inquietante di errori nelle indagini, ci porta serenamente a dire che più di un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza ci fosse. Ma ora che succede? C’è una persona disegnata a forma di colpevole, ma davvero non sappiamo nient’altro, neanche se ci saranno davvero le prove di cui tanto si parla, se un gip accetterà quegli elementi e una giuria li ammetterà. Però nell’immaginario comune si è andati enormemente avanti, si è già costruita un’altra verità con la stessa cieca e fideistica sicurezza di allora.

Il problema è “anche” Pavia come un tempo fu una certa Toscana per il Mostro di Firenze? Una ridda di mostri offerti ai media per nascondere altro nascosto nella cosiddetta società civile?
Un problema “geografico” non so risponderti se ci sia. Francamente lascia perplessi come la nuova procura attacchi la vecchia, una guerra senza quartiere: in fondo tutto nasce dall’ipotesi di corruzione del procuratore di allora. Sai qual è il problema? Questa storia non finirà mai, perché comunque evolverà sarà destinata a far parlare di sé per sempre. Nulla, ormai, potrà essere definito “sicuro”, dubbi e discussioni non finiranno mai.

Foto: Sky

Almeno fino a quando, come noi Nazzers diciamo sempre, non ci sarà Stefano a fare da Cassazione.
(Ride) Ma come si fa a dire la parola fine? Ora non sappiamo come la difesa confuterà le prove che verranno portate – se e quali verranno prodotte –, su che basi verrà proposto il rinvio a giudizio ormai sempre più probabile, né sappiamo neanche se le analisi scientifiche saranno ammissibili in aula. Eppure in Tv il processo ormai è stato fatto, tra team di innocentisti e colpevolisti, avvocati diventati personaggi a sé stanti indipendentemente dalla loro professionalità, storia e persino dal loro assistito, scene imbarazzanti e litigate feroci tra criminologi e legali che parlano come se avessero la verità in tasca. Tutto questo dimenticando che in quel giorno di agosto morì una ragazza giovanissima, uccisa barbaramente, e una famiglia è stata devastata e ribaltata. Anzi, più di una. Ma in Tv non si ha paura di andare oltre. Ogni volta pensi sia abbastanza: Garlasco, Avetrana, Yara Gambirasio. Poi ogni volta si fa peggio, ogni volta si va un po’ più avanti nella spregiudicatezza. Questo tipo di esposizione, il fatto che vi sia un palcoscenico in cui molti recitano indipendentemente dalla loro professionalità e posizione, droga tutto. E non si rendono conto che così spesso perdono autorevolezza, magari vengono riconosciuti per strada ma non sono più credibili.

Credi ci sia proprio uno schema? Una sorta di metodo Iene o, in passato, Matrix?
Questa narrazione è connaturata alla natura moderna del racconto soprattutto televisivo, in cui si cerca una bandiera da sventolare e non la verità. Non è un metodo, ma proprio una questione di linguaggio narrativo. Mi fa sorridere ad esempio chi parla di metodo Iene: su alcune cose che fanno non sono affatto d’accordo con loro, ma per esempio sui tre condannati per il massacro di Ponticelli del 1983 trovo che stiano facendo un lavoro pregevole.

Indagini nasce anche da questo? Come una reazione a questa narrazione insopportabile?
Il fatto è che prendere un processo fingendo di non sapere che ogni procedimento ha punti oscuri, non percorsi, e che non è un concentrato assoluto di ogni verità, ribaltarlo partendo da una tesi per dimostrarla invece di arrivarci dopo aver esplorato ogni possibilità, tutto questo ormai è un genere letterario e televisivo. Da Erba a Bossetti è successo ovunque. E tutto questo si scontra con il sistema giudiziario che vuole le prove dell’errore, essenziali per una revisione del processo. Ed è senza dubbio una stortura il fatto che il true crime diventi un’anticipazione del processo – o di un appello o di una possibile revisione – con un abuso di toni inquisitori processuali che spesso vengono smentiti dalla giustizia perché le prove si formano nel dibattimento, non in un programma televisivo. Detto questo, la mia non è stata una reazione a tutto questo. A Indagini ci arrivo perché dopo anni di lavoro avevo imparato molte cose, avevo capito che c’era la possibilità di raccontare la cronaca in un altro modo rispetto alle estremizzazioni del web, dei social, di YouTube e purtroppo, ormai, anche di molta dell’informazione tradizionale. Pensavo fosse rimasto uno spazio libero per un racconto fatto in un’altra maniera. Sono sincero, l’ho immaginato come un prodotto di nicchia fatto bene e seguito da pochi ma buoni, certo non immaginavo questo successo. Il nostro, mio e del Post, è stato un tentativo di andare controcorrente, osservando proprio il metodo e il linguaggio del Post stesso. Ha funzionato oltre le mie più ottimistiche previsioni.

Foto: Sky

Il salto “televisivo” con Nazzi racconta ti faceva paura? La tua voce e il tuo stile sono così evocativi che io stesso temevo, da fan, che ti avrebbe tolto qualcosa.
Credo che ognuno di noi abbia un’identità, un linguaggio, e quelli devono rimanere indipendentemente dal mezzo con cui comunichi. La Tv porta complicazioni, hai ragione, ma mi è bastato tenere salda la barra e la linea dell’orizzonte che ho sempre quando lavoro. Così la Tv è diventata anche un’opportunità: io se ascolto immagino, le immagini colonizzano la tua elaborazione, però ti permettono di divenire ancora più essenziale, di usare meno parole.

Di questo e di molto altro avete parlato con Pablo Trincia, nel Batman vs. Superman del podcast, la puntata speciale di Un avvertimento prima di iniziare?
Con Pablo Trincia abbiamo fatto una bella cosa a Cattolica al festival del crime (Mystfest, ndr). Ci conosciamo e ci stimiamo, è stato bello confrontarci. Siamo molto diversi – lui è più emotivo ed entra più nel racconto, io ne rimango più fuori – però uniti dal rispetto, dal voler evitare la spettacolarizzazione fine a sé stessa, dal non usare certe formule e frasi fatte che non sopportiamo. Quindi ci siamo trovati bene a raccontarci attraverso il nostro lavoro.

 

 
 
 
 
 
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Ti capita che ti scrivano per sottoporti nuovi casi?
Tante volte, e spesso non ne ho mai sentito parlare. E allora devo studiare per scoprire magari che ci sono storie radicatissime nei loro territori mai arrivate alla ribalta nazionale. Dopo, invece, non mi chiama nessuno dei protagonisti, anche perché cerco sempre di mantenere una regola di rispetto per tutti. A volte qualcuno mi scrive e mi contesta i fatti – “Non sono andati così, io lo so”, scrivono di solito – e io regolarmente rispondo: “Allora raccontalo, se hai le prove. Io ho narrato quello che ho scoperto”. 
Ma quelli di cui parlo, no, non si sono mai lamentati: credo si intuisca che non vorrei mai far parte di quel gruppo di persone che triturano uno che magari non è neanche indagato.

Un altro tuo tratto distintivo è un racconto lucido, impietoso, anche duro ma che quando diventa disturbante o evita i dettagli più scabrosi se non necessari, oppure informa l’ascoltatore che può “andare avanti di circa un minuto e 20 secondi”.
Quello è stato un insegnamento di Carlo Lucarelli. Un giorno, mentre ci confrontavamo, mi disse: “Se mi trovo davanti una cosa forte, disturbante, mi chiedo sempre: ma questa cosa la metto perché è essenziale a una migliore comprensione del tutto oppure solo perché fa sensazione? E se la risposta è la seconda, la scarto”. Una lezione semplice ma fondamentale. E aiuta anche il processo di analisi, eh.

Indagini si sarebbe pure potuto chiamare Errori. Quell’incredibile montagna di sbagli sospetti e a volte stupidaggini pazzesche è ancora possibile che avvenga?
Ora sulle indagini scientifiche c’è una formazione, un rigore, un addestramento, protocolli e un’affidabilità che non permettono più certi errori pacchiani. Ma gli errori continuano a esistere, in fondo i magistrati e in generale chi indaga sono umani e la loro fallibilità è come la nostra. Certo, in alcuni casi ti cadono le braccia. Però parlo pure degli assassini, che a volte, per fortuna, fanno cose assurdamente stupide.

Hai educato un pubblico a non essere banale. Per esempio, a non dare un’importanza esagerata al movente. A smettere di pensare che un caso di cronaca nera sia un teorema esatto.
Il movente, spesso, è sopravvalutato. Questo l’ho capito dopo anni, sia chiaro: se c’è, meglio, ma per una condanna non ha una grande influenza se manca. C’è gente che ha ammazzato perché veniva insultata dal pappagallo del vicino, la motivazione di un omicidio inerisce alla psicologia più intima delle persone e qualcosa che muove loro, quelle menti, noi magari non possiamo neanche capirlo.

Hai mai pensato alla scrittura di finzione? Sai che noi aspettiamo tutti che diventi il nuovo Faletti? Ma va bene anche un film al cinema.
Sì, ho voglia di cimentarmi, almeno nella scrittura di finzione, non come regista. Però deve venire l’idea buona, non voglio essere l’ennesimo autore di una saga incentrata su un detective alcolizzato attorniato da caratterizzazioni tutte già viste: se è così, preferisco non far nulla. Odio gli stereotipi, e non mi aiuta neanche che i fatti reali che racconto siano spesso superiori a ogni fantasia. Il luogo comune “la realtà è più assurda di qualsiasi sceneggiatura” è vera. Ti dici: “Ma quel criminale non può essere così stupido”, e invece lo è stato. E vale per tante altre cose. E così gli errori di inquirenti con visioni a tunnel che non vedono prove chiare perché inseguono le loro convinzioni e preferiscono prendere strade contorte per darsi ragione invece dell’autostrada che hanno davanti.

Foto: Sky

Il tuo podio di scrittori preferiti?
Così a bruciapelo direi Truman Capote, Don Winslow, Emmanuel Carrère. Tutti capaci di raccontare straordinariamente, ma incollandosi alla realtà. Certo il primo era un genio che nella stessa vita ha scritto Colazione da Tiffany e A sangue freddo, pur consumato da vizi e follie. Lui è stato il primo a raccontare certe cose, a farlo mettendosi a nudo su una storia perdendoci la testa, e ancora ci fa discutere.

E tu hai mai perso la testa per una storia che hai raccontato?
Io riesco a mantenere una giusta distanza, anche se le storie che coinvolgono i bambini delle scorie te le lasciano, posso solo immaginare che inferno sia stato Veleno per Pablo. Ma ho capito presto che dovevo proteggermi.

Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro?
Stiamo pensando a raccontare anche casi all’estero. Ma la reperibilità più difficile degli atti giudiziari per ora ci sta facendo andare al rallentatore.