Circo Massimo, domenica 24 maggio. La prima giornata di afa feroce si abbatte sul preludio dell’estate romana: l’inferno inizia oggi. Pessima circostanza per radunare quattro amici, se sei uno ansioso. Nascosto da qualche parte nel backstage, Michele Rech starà pensando la stessa cosa: “Ma chi me l’ha fatto fa’?”. Ha peccato di hybris non una, non due, ma ben tre volte, e mo’ ha voluto pure Circo Massimo. Si è impossessato del cuore simbolico dell’intera civiltà romana proprio mentre, alle 20:45, la Roma si gioca la Champions in trasferta a Verona. La serata si rivelerà un successo su più fronti: la curva sud vincerà due a zero, e la curva Calcare registrerà oltre diecimila presenze per la presentazione in anteprima di Due spicci, con annesso live di Coez e Giancane. A Roma c’è da magna’ per tutti.
Lui, da tradizione, sale sul temutissimo palco e si rivolge alla folla come nessun altro avrebbe il coraggio di fare: «Per tutto il pomeriggio la gente mi diceva: “Guarda che so’ tanti”, e io pensavo che facevano come con Hitler, quando stava nel bunker e tutti gli dicevano: “Stai a vince la guerra”, e poi s’è sparato». Noi tiriamo un sospiro di sollievo: Zerocalcare sta benissimo. Il regno del disagio è salvo, e lui è sempre lo stesso.
In fondo è già tutto qui. Il motivo per cui “uno che faceva i disegnetti per campare” è riuscito a conquistare colossi produttivi, periferie e salotti intellettuali, nord e sud Italia, a scommettere su mosse di marketing potenzialmente disastrose e uscire con una terza serie animata per Netflix che non solo tiene aperta la partita, ma rischia d’essere anche la migliore: quello di Zerocalcare è un universo no limits in cui sentirsi sempre a casa, mentre ci colpisce con un destro dietro l’altro. Spalle al muro, però insieme. Quel disagio che credeva solo suo, abbiamo scoperto essere di tutti. Ecco perché il potenziale per giocare a riscrivere questo mondo narrativo è infinito: stavolta, con Due spicci, è come se di fronte al foglio bianco Rech avesse tirato le somme: cadere malissimo o alzare drasticamente l’asticella? Lui sceglie di rischiare, e funziona.
Zeroland
Circo Massimo è una fornace trasformata in Zeroland, come un’enorme sala giochi arcade in stile anni Ottanta con biliardini a tema, attrazioni, cartonati dei personaggi iconici di Lady Cocca, Sarah e Secco in salsa Instagram: “Fatte ’na foto per ricordare uno dei punti più bassi della società moderna”. E poi file esagerate di persone, che resistono sotto il sole grazie a un nobile fanatismo e con un unico obiettivo: giocare per sbloccare l’anteprima dei tre episodi della nuova serie. Nell’area vip del backstage c’è di tutto, pure Giovanni dell’Amore è cieco Italia vestito a festa. E poi Filippo Nigro e Michele Riondino con le figlie adolescenti, Rapone in prima fila sotto palco (l’ho visto ridere), Maria Chiara Giannetta versione groupie e Carolina Crescentini che conosce a memoria il testo di ogni canzone della sountrack. Tra una bollicina e un tris di pizzette, la vita riesce ancora a sorprendermi: “Siamo sicuri che ci fanno vedere gli episodi e non ci lasciano nel backstage?”, si preoccupano i vips. Oh, stanno davvero tutti qui per Due spicci.
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All’ingresso il multiverso mi accoglie con Se io, se lei di Biagio Antonacci sparata a cannone, mentre per il countdown prima della proiezione pompano le greatest hit di Max Pezzali. Tutto fila, perché in Due spicci la nostalgia Millennial si fa sempre più nazional-popolare, torna a commuoverci nel ricordo collettivo più che nel background personale, toccando l’apice con la scena del matrimonio di Cinghiale sulle note di T’appartengo di Ambra Angiolini («Sono trent’anni che speravo di poterla utilizzare», mi dice Zerocalcare il giorno dopo, negli studi Netflix. «Mi ricordo quando stavo al mare con mia madre, ormai separata da mio padre, era una roba che mi strappava il cuore»). E poi diverse citazioni da intenditori su Grey’s Anatomy (la morte di Derek resta un trauma anche per Zero) e perfino la battuta cult di Dirty Dancing (“Nessuno può mettere baby in un angolo”). Tranquilli, c’è anche tutto il resto.
Come la nuova sigla di Giancane a incarnare lo spirito della serie (“Perdo tutto, anche i capelli, e provo a respirare”) e un meraviglioso omaggio a Lucio Dalla, che mangia un gelato insieme a Secco in richiamo a Cara (“Io che qui sto morendo, e tu…”). Michele Rech cresce insieme ai personaggi accompagnando, sempre di più, le battaglie politiche al sacro fuoco del pop: è il tormentone estivo che hai maledetto da giovane, ma che invecchiando ti commuove come un miserabile. Massima gratitudine.
La svolta crime
Il giro di boa era di quelli importanti. Arrivato a questo punto, c’era da restare fedeli all’identità dello storytelling e ai personaggi già iconici, ma era anche necessario rimescolare le carte e raccontare nuove storie. Il risultato è sorprendente: è Zerocalcare allo stato puro, ancora più ispirato, fedele a sé stesso ma con una nuova amarezza che segna, idealmente, il capitolo conclusivo di una trilogia perfetta. Zeroland è ancora la terra dei cazzari – ritardatari, ansiosi, paranoici, anziani precoci bloccati in un’eterna adolescenza – ma accanto alle hit intramontabili come “Devi scopa’”, Due spicci ci regala una quantità generosissima di nuovi cult. Come “la Madonna del faccio finta di niente, magari si risolve da solo” a ricordarci che “accollarsi i cazzi degli altri va bene perché ci distrae dai nostri”, e le risate disperate sulla sfiga, ormai storica e irreversibile, di noi Millennial: “Hanno deciso che la generazione nostra doveva esse pagata solo in Goleador fino a ottant’anni”, tirando a campare tra “le pensioni cor cazzo” e gli spunti per una nuova serie Netflix. Titolo: “Crepo da solo ma tanto già lo sapevo”.
Durante la proiezione al Circo Massimo, le risate scoppiano in boati, urla, applausi a scena aperta. L’espressione di Michele Rech, seduto con gli amici in mezzo alla gente, resta quella del terrore. Ma attraversata da qualcosa che somiglia vagamente al sollievo. Non mancano le novità che, senza chiedere permesso, conquistano diversi posti d’onore all’interno di un mondo narrativo già consolidato. Due spicci si apre con la misteriosa assenza di Secco, che ha combinato “er fattaccio” e “pure se è colpa sua, non se augura a nessuno” (spoiler: «La fine del terzo episodio, quando compare Secco per la prima volta, è il mio momento preferito di tutta la serie», ci dice Rech). E poi il ritorno di una vecchia fiamma, Smeralda, “la ragazza sbagliata in una vita sbagliata” che manda Zero in crisi, alle prese con l’amore a quarant’anni: una linea narrativa tenerissima, piena d’impaccio e autenticità, arricchita da un “canetto” che insegna l’essenziale senza proferire parola (per la gioia di noi canari).
La grande svolta è nella trama orizzontale che, in un crescendo di tensione e violenza, si misura con il crime: ritroviamo Calcare e Cinghiale impegnati nella gestione di un piccolo locale romano, ma tra incomprensioni e problemi economici, le cose si mettono male e aprono l’ingresso a un nuovo imponente villain: Paturnia, il terrore di Roma Est. Un cocainomane con la svastica tatuata sul petto e una gloriosa carriera nel mondo dello spaccio, del riciclaggio e dell’usura. Due spicci si cala nel sottobosco della malavita romana con realismo e ironia (“Sta a diventa’ Suburra dei poveri, ’sta storia, ma che cazzo c’entro io?”), trascinandoci in un vortice di debiti, guerre tra clan, minacce di morte e poveri cristi che ci finiscono in mezzo, perché come ci insegna “Čechov alias er Fabio Volo russo dell’Ottocento”: “Se in un romanzo compare pistola, pistola dovrà sparare”.
Affiancato da un team di 400 persone, Calcare non fa niente per caso: l’intreccio tra i vizi della Capitale e le difficoltà di una generazione ormai adulta e sciancata riconduce sempre ai nostri protagonisti per arrivare a parlarci di violenza domestica, degli effetti del bullismo anni Ottanta sugli adulti di oggi, di genitorialità e relazioni tossiche, della difficoltà di amare. Insomma, di tutto quel che è andato storto.
I dubbi che nessuno si accollerà
E allora il matrimonio di Cinghiale assume il valore simbolico della data zero: l’inizio di un’inesorabile parabola discendente nel disincanto della vita adulta, che non fa sconti a nessuno, a prescindere dalle scelte. Chi, come Cinghiale, ha avuto il coraggio di costruire una famiglia si ritrova mangiato dai debiti per mantenere i figli. Chi, come Sarah, ha incarnato un modello di integrità per tutta la vita si ritrova paralizzato in una relazione tossica. Chi, come Calcare, “sta stranito da quando gli hanno tolto con l’inganno la placenta e il cordone ombelicale” comunque preferirebbe tornare indietro di dieci anni. Perché “forse è una cosmetica della nostalgia”, e forse già stavamo “su una zattera alla deriva”, ma – attenzione, qui fa male, e con Daysleeper dei R.E.M. fa male il doppio – “almeno stavamo alla deriva insieme”.
Al suo debutto su Netflix (Strappare lungo i bordi) si confrontava con la confusione dei trent’anni, mentre nella seconda serie (Questo mondo non mi renderà cattivo) raccontava la crisi di coscienza scatenata dal successo: oggi Zerocalcare torna a scavare nei mostri di una generazione che ha giocato d’azzardo con la solitudine. E che davvero ha fatto i conti con due Goleador in tasca e con una disastrosa prospettiva di futuro, traducendo l’impotenza in una bandiera idelogica: meglio soli che male accompagnati. Sotto il crime di Due spicci la vera crisi è emotiva, profondamente intima ma più collettiva che mai: a cosa è servito tutto il resto, se finisco solo come un cane? «In Strappare lungo i bordi i personaggi hanno 32 anni, io ne avevo già 38», racconta Rech. «Per me adesso era importante che il loro arco risolvesse alcune delle cose seminate prima. Guardando intorno a me, alle vite delle persone a cui sono ispirati quei personaggi, era importante provare a fare un bilancio onesto di quelle esistenze».
Ecco perché la scena con la madre, nell’episodio 7, raggiunge un livello poetico insostenibile. Dolorosissimo. “Non pensi che se in quarant’anni non è successo niente, forse c’è qualcosa che non funziona?”, lo interroga Lady Cocca. “Mi chiedo com’è che nella vita tua non te sei mai buttato”. E improvvisamente l’attivismo, gli scontri coi nazisti, il reportage in Siria ai tempi dell’Isis da cui è nato Kobane Calling sembrano cambiare forma e valore. Diventano la somma di tutto quello che abbiamo fatto per non pensare al resto, di tutte le possibilità che ci siamo preclusi: l’amore, i salti nel buio, pentirsi e tornare indietro per poi buttarsi ancora.

Zero e la mamma, aka Lady Cocca. Foto: Netflix
Per qualche minuto Zerocalcare resta solo un figlio perso nel buio, di fronte a una madre che gli chiede un’unica cosa, la più difficile di tutte: “Essere felice”. E lui vorrebbe risponderle: “Hai fatto tutto quello che serve per rendere un ragazzino felice”, e spiegarle che “Non è colpa di nessuno. Forse ci sono delle emozioni a cui qualcuno di noi non c’ha accesso. Lo sai che stanno là, dietro a una porta, però non sai come aprirla. Ma questo non lo puoi dire a chi te vuole bene, perché sennò se danna l’anima”.
Eccolo, il vero terrore. Non la folla al Circo Massimo, non quel criminale di Paturnia: è la botola che ti risucchia da dentro, il segreto inconfessabile. Il sospetto che la libertà rivendicata per tutta la vita – con la pretesa di non identificarci attraverso figli, matrimoni, famiglie – oggi inizi a vacillare. E che sia troppo tardi, anche solo per confessarlo a noi stessi. Tre anni fa lo ringraziavamo perché si accollava le nostre crisi di coscienza in Questo mondo non mi renderà cattivo. Oggi ci tira dentro insieme a lui, in un groviglio di dubbi che, probabilmente, nessuno di noi si accollerà mai. Perfino l’Armadillo prova pietà e fa un passo indietro: “Bono, tranquillo. Non glielo dico”. E allora non diciamo niente, sorridiamo a Lady Cocca e rispondiamo nell’unica maniera possibile: “Ma sì che so’ felice, ma’”.















