Ma ‘Berlino’ tira ancora? | Rolling Stone Italia
Bello ciao

Ma ‘Berlino’ tira ancora?


Se il personaggio della 'Casa di carta' interpretato da Pedro Alonso resta iconico (pardon), l'idea di trasformarlo in un eroe romantico e l'über-sfruttamento del suo carisma hanno fatto il loro tempo. Eppure i numeri...

Ma ‘Berlino’ tira ancora?

Pedro Alonso, Tristán Ulloa, Michelle Jenner, Julio Peña e Joel Sánchez in 'Berlino e la Dama con l'ermellino'

Foto: Felipe Hernández/Netflix

Qualche volta sulle piattaforme piove merda (leggi: appiattimento dei contenuti, crisi degli abbonamenti, fatigue da binge, serie cancellate dopo mezza stagione) e qualcuno deve metterci un ombrello. Un personaggio che i numeri li porta davvero, che copre da solo le spalle alla baracca per stagioni intere. Chi chiamerai?

Semicit. di Peter Venkman a parte, io lo capisco eh: quando ti ritrovi tra le mani un character come Berlino e un interprete come Pedro Alonso scatta la regola non scritta della serialità su larga scala: produrre “fin quando ce n’è”. Ma credo che ora il dubbio sia lecito: ce n’è ancora? Cambio leggermente la prospettiva: Berlino tira ancora? E, stando al primo posto saldissimo del nuovo capitolo nella top 10 delle serie più viste su Netflix, dal punto di vista beceramente numerico he is still very alive and kicking. Narrativamente, ehm, un po’ meno.

Berlino e la Dama con l'ermellino | Trailer ufficiale | Netflix Italia

Berlino e la Dama con l’ermellino è la seconda stagione dello spin-off della Casa di carta. Siamo a Siviglia, in una Spagna satura di luce e architettura arabesca, il piano è il solito piano impossibile, la banda è la solita banda disfunzionale e sentimentale, i colpi di scena arrivano anche così, de botto senza senso, e Berlino è sempre lui. Be’, più o meno. Facciamo un passetto indietro (o avanti, ché in ’sto inferno di prequel, sequel, costole, ecc., non si capisce più nulla): nella serie madre Berlino era il villain interno al gruppo, l’uomo che pensa prima di tutto a sé. Un ladro operistico, teatrale, citazionista ed esteticamente ossessionato: il tipo che si mette il cravattino prima di tenere in ostaggio trenta persone. E poi, certo, crudele e pure misogino. Alla fine della seconda parte muore (pare anche per le tante pressioni di chi riteneva il personaggio troppo controverso) coprendo la fuga della banda, crivellato di pallottole con una certa grandiosità sulle note di Bella ciao, cosa che a un tizio come Berlino non poteva che fare piacere.

Ma, e ormai lo sappiamo, i personaggi iconici (pardon) non possono morire sul serio, proprio non gli viene consentito, è tipo un sacrilegio fatto plot twist, sceneggiatori non ci provate. E allora ecco che poi risorgono negli spin-off. Berlino e i gioielli di Parigi del 2023 era tecnicamente un prequel: Andrés de Fonollosa (ho sempre amato il nome da romanzo d’appendice) organizza il furto di quarantaquattro milioni in gioielli a Parigi, ma la serie funziona soprattutto come radiografia affettiva del personaggio. Scopriamo che Berlino, al suo terzo divorzio, è un uomo convinto di non saper più innamorarsi e che per autodimostrarselo sbaglia tutto. Di nuovo, il colpo c’è, un’altra banda c’è (Michelle Jenner nel ruolo di Keila, genio informatico; Tristán Ulloa come Damián, il vice intellettuale; e un trio di simil-tronisti per alzare il livello ormonale: Begoña Vargas, Julio Peña Fernández, Joel Sánchez), ma quello che tiene in piedi la stagione è il ritratto di un narcisista che colleziona separazioni come altri mettono in fila francobolli (o quadri rubati, ci arriviamo) e che a Parigi trova qualcuno capace di spezzargli brevemente e tragicamente l’armatura.

Tristán Ulloa e Pedro Alonso in ‘Berlino e la Dama con l’ermellino’. Foto: Felipe Hernández/Netflix

Se nella Casa di carta l’amore era una sorta di rallentamento al colpo, alla conquista del dinero, insomma, nel primo prequel di Berlino il rallentamento non esisteva perché non c’era soluzione di continuità: non capivi mai se la telenovela (passatemi il termine) stava usando la rapina come pretesto o se la rapina stava usando la telenovela come copertura. E non lo sapeva neanche lui. Qui invece il lavoro e l’amore viaggiano su due binari separati, almeno per Andrés (e invece non per Damián, no spoiler). Ma il materiale romantico è pesantemente e frizzantemente assicurato da una new entry, Inma Cuesta nei panni della focosa andalusa Candela, maestra nel furto del portafogli e nuova imprevedibile fiamma del nostro (e da qualche altro drama sentimental-tamarro degli scagnozzi di Berlino).

Insomma, uno dei migliori cattivi della serialità pop degli ultimi anni si è trasformato, prequel dopo prequel, in una specie di eroe spudoratamente romantico nel senso ottocentesco del termine. E questo è sia il suo limite che la sua ragione di essere. L’idea finora ha retto perché non è una concessione al gradimento, ma una conseguenza logica di chi è Berlino: un uomo con un codice etico illeggibile agli altri, applicato con una coerenza che nei contesti sbagliati diventa qualcosa di simile alla grandezza.

Inma Cuesta e Pedro Alonso in ‘Berlino e la Dama con l’ermellino’. Foto: Felipe Hernández/Netflix

L’altro personaggio che gli tiene testa, questa volta in quanto a narcisismo e capacità manipolatorie, è il Duca di Malaga (José Luis García-Pérez): sarà proprio lui a commissionargli il furto della Dama con l’ermellino di Leonardo, ciliegina sulla torta della sua collezione di quadri rubati, da Monet a Cézanne. Il MacGuffin hitchcockiano perfetto per il protagonista: il dipinto innesca il meccanismo, tiene alta la tensione visiva e la regia ci si diverte, costruendo inquadrature che citano la composizione dell’opera, ma la posta in gioco vera è quella personale. Il Duca e sua moglie ricattano Berlino. Berlino però decide che li distruggerà lui per primo, e costruisce intorno a questa vendetta uno dei piani più stratificati della sua carriera criminale. Ma la vendetta è un sentimento meno interessante dell’amore, cinematograficamente parlando.

Marta Nieto in ‘Berlino e la Dama con l’ermellino’. Foto: Felipe Hernández/Netflix

Cuesta e Marta Nieto (nei panni della Duchessa, prestata al mainstream dal cinema d’autore indie di Rodrigo Sorogoyen) riscaldano il cast, e la serie in fondo ha almeno la decenza di non dimenticare mai chi è Berlino: non un antieroe da binge troppo facile, ma un uomo con un codice etico che esiste solo nella sua testa e che applica con la coerenza di chi non si rende conto di essere ridicolo e terribile insieme. I titoli degli episodi promettono bene (La sindrome di Stendhal, Pompelmo ama Mandarina, La felicità è di chi ama) e lo show mantiene la qualità rara di saper nominare le proprie ossessioni con ironia (e ci mancherebbe).

È una serie “larghissima”, come dicono quelli bravi per dire che è popolare nel senso più democratico del termine, intrattenimento spinto, formulaico, dove Álex Pina e la showrunner Esther Martínez Lobato stanno gestendo un’eredità più che espandendola. C’è anche una comparsata del Professore, che è puro e perfino noioso fan service, ché il problema di costruire tutto intorno a un’unica performance è che quando quella performance è catalizzante, il resto rischia di sembrare cornice. Ogni volta che Pedro Alonso è in scena, la serie scoppietta. Quando non c’è, be’, mi sono resa conto che quasi sempre ho preso il telefono in mano, a proposito dell’attention warfare.

Pedro Alonso in ‘Berlino e la Dama con l’ermellino’. Foto: Felipe Hernández/Netflix

E forse c’è pure un motivo se questa stagione pesa più delle altre: è l’ultima (o almeno, dovrebbe, ma io mica mi fido: i numeri li sta facendo, quindi…). Pedro Alonso ha deciso di chiudere il capitolo Berlino: «L’ultimo anno è stato molto duro dal punto di vista fisico e psicologico», ha detto, e il modo migliore per onorare il personaggio era lasciarlo andare. Netflix al recast manco ci ha pensato. Berlino finisce con Berlino, come si conviene a chi ha sempre preferito l’opera alla prosecuzione. Con una camicia sporca di sangue, perché a mettere una t-shirt non ci pensa nemmeno. Berlino ciao.