Shirley Manson: «L’industria musicale è in mano a un’oligarchia» | Rolling Stone Italia
La fine di un’era

Shirley Manson: «L’industria musicale è in mano a un’oligarchia»

L’analisi della cantante dei Garbage, tra i costi insostenibili dei tour e lo spettro dell’intelligenza artificiale. «Nessun tour d’addio», assicura in questa intervista. Arriveranno due dischi, uno del gruppo e uno solista

Shirley Manson: «L’industria musicale è in mano a un’oligarchia»

Garbage

Foto: courtesy of Garbage/Sacks & Co

“Fai finta di essere chiunque solo per essere adorato”, cantava Shirley Manson nel 1995 in Stupid Girl, svelando il peccato originale di chiunque scelga di consegnare il proprio ego al pubblico. Più di trent’anni dopo, quella frase risuona come una legge suprema di un mercato contemporaneo dove, racconta la cantante dei Garbage a Rolling Stone, «l’industria musicale è in mano a un’oligarchia: in cima ci sono le grandi star che non devono preoccuparsi dei costi di base, in fondo gli emergenti che viaggiano su un furgone. Nel mezzo ci sono le band per le quali far quadrare il bilancio è diventato semplicemente impossibile».

«Non è più possibile andare in tour come un tempo», aggiunge, scattando una istantanea di un’epoca al tramonto. «Dobbiamo stare attentissimi a ogni singola spesa». Ammette la crisi, smentendo però subito le voci di un imminente scioglimento e parlando piuttosto di una ristrutturazione fisiologica. Non è la solita retorica promozionale, ma un’analisi sul tardo capitalismo culturale spiegato da chi ha visto nascere e morire l’ultimo impero analogico. Un’analisi che si sposta rapidamente dai bilanci dei tour alla sfera intima, denunciando la spettacolarizzazione social del dolore. «Trovo fantastico che oggi si possieda un linguaggio per definire il disagio, ma ormai tutto è feticizzato e manca il senso della misura. È un’abitudine pericolosa per il singolo e per la società. Non fa bene a nessuno, genera solo ulteriore stress».

Dal controllo psicologico a quello di mercato il passo è breve. I generi musicali sono stati «schiacciati da anni di retorica sulla morte del rock» in favore di formati radiofonici più controllati. A questa omologazione i Garbage hanno risposto l’anno scorso con l’ottavo album Let All That We Imagine Be the Light che la band porterà sul palco del Parco della Musica di Milano il prossimo 25 giugno, per l’unica tappa italiana di un tour europeo che assume i contorni di un passaggio cruciale dopo avere annunciato che non gireranno più in tournée gli Stati Uniti. Anche perché, sul palco, la musica dei Garbage smette di essere semplice intrattenimento per farsi termometro di una tensione globale. «Negli ultimi cinque anni, con il lento sorgere di una nuova era di fascismo, i musicisti con uno spirito ribelle stanno rialzando la testa», dice Manson. Questo perché «le persone hanno un disperato bisogno di verità, di autenticità, e cercano sollievo nel suono di chitarre rabbiose e ritmi pesanti che si sintonizzino con il loro stato d’animo attuale. I media occidentali sono complici del sistema. Ed è per questo che la gente si rivolge direttamente agli artisti per avere la verità».

Oltre i mercati, per Manson il vero tabù resta il declino biologico. Spogliata di ogni corazza da rockstar dopo la morte del padre a ottobre 2025, la cantante guarda in faccia il traguardo dei 60 anni. Arrivare a questa meta «mi sembra pesante in un modo che non mi aspettavo. Mio padre è stato l’influenza dominante nella mia vita e perderlo mi ha portata a pensare in modo diverso. Significa fare i conti con la mia morte e con il mio tramonto. Nella società occidentale parlare di morte è ancora un tabù innominabile perché le persone hanno paura di invecchiare. Ma so che persino nella decadenza ci saranno lezioni straordinarie da imparare».

In questo orizzonte di accettazione torna a galla lo spettro di quel progetto solista che la Geffen congelò a metà degli anni 2000, perché considerato troppo cupo per gli standard del pop globale. «Registrare un disco solista non è un pensiero rimasto nel passato, ma è un progetto per il futuro. Ma prima mi chiuderò in studio con i Garbage tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo per scrivere un altro disco. Dobbiamo guardare in faccia la realtà, stiamo invecchiando, l’orologio ticchetta e il tempo sta scadendo per tutti noi. Cerchiamo solo di infilare quanta più vita possibile negli anni che ci restano. Questa consapevolezza ci fa dare un valore immenso al momento esatto in cui ci troviamo».

È una confessione che sposta l’analisi sull’idea di spiritualità e sul distacco precoce dalla chiesa in cui è cresciuta. Un percorso non privo di tensioni per lei, cresciuta in Scozia e costantemente divisa tra una ribellione viscerale e la profonda devozione della famiglia. «Mio padre era un uomo religioso, ma ho sempre pensato che quel sistema di fede fosse ingenuo e narcisistico nel mettere l’uomo al centro dell’universo. Più invecchio, più scopro il bisogno di avere un mio sistema di credenze, perché le cose si fanno più spaventose e richiedono più fegato. Il distacco definitivo è arrivato vedendo mio padre abbandonato dalla sua stessa comunità negli ultimi anni. Mentre si avvicinava alla morte gli chiedevo cosa provasse per Dio e mi sono accorta che non aveva alcuna più reale connessione. Nel momento più buio voleva solo più anni di vita ed era arrabbiato perché sapeva che non li avrebbe avuti». Questa esperienza ha costretto l’artista a interrogarsi sull’obiettivo profondo della sua esistenza: «Non ho ancora una risposta, ma continuerò a cercare».

Foto: Joseph Cultice

Dallo smarrimento intimo a quello tecnologico, l’epilogo di quest’apocalisse lucida si consuma sul terreno della memoria collettiva. Di fronte alla minaccia dell’intelligenza artificiale, destinata a colonizzare piattaforme e forse anche i palchi, Manson evoca scenari distopici. «L’AI dominerà le radio, col tempo la tecnologia diventerà così sofisticata che probabilmente non saremo più in grado di capire se sul palco c’è un essere umano o un robot. Il futuro me lo immagino in stile Blade Runner, pieno di replicanti», dice proprio lei che, nel 2008, ha recitato nella serie televisiva Terminator: The Sarah Connor Chronicles. «A quel punto, tutto diventerà irrilevante. Però penso che cercheremo di nuovo l’individualità. Negli ultimi 15 anni il gusto del mainstream è stato pesantemente orientato verso un suono omogeneo, scritto sempre dalle stesse persone, ma credo che ora stiamo vedendo una deviazione, stanno emergendo più artisti strani. Penso a Yungblud. Che lo si ami o lo si odi, ci sta riportando a quella scuola dell’hard rock duro, e la gente ne ha un bisogno disperato».

È lo stesso cortocircuito che vede la Gen Z appropriarsi del patrimonio sonoro degli anni ’90. Non si tratta di semplice nostalgia, ma della ricerca di un’eredità analogica da parte di ventenni iper-connessi ma privi di veri spazi collettivi. «Non trovo strano che questa generazione cerchi il suono di un’era disconnessa. Negli anni ’90 la gente si radunava in massa nei rave per trovare un sentimento comunitario. Ora tutta la cultura è frammentata tra i canali streaming sui nostri computer. Ognuno ascolta cose diverse, non abbiamo più una percezione centralizzata della nostra società e le persone stanno perdendo l’orientamento. Tutti cercano disperatamente un centro che non esiste più».

Contro la frammentazione di un mercato che esige replicanti felici, la rivoluzione di Shirley Manson coincide con il lusso di abitare il tempo che resta. L’accettazione della propria fragilità diventa così l’arma segreta per portare sul palco quel suono rabbioso di chi non ha nessuna intenzione di smettere di cercare.