La vincitrice del Booker Prize 2026, annunciata il 19 maggio, è stata l’autrice Yang Shuang-zi, con il suo romanzo Taiwan Travelogue: il primo libro scritto in mandarino e il primo di un’autrice taiwanese a conquistare questo riconoscimento letterario. Considerando poi che il libro è ambientato nella Taiwan degli anni Trenta e che la storia d’amore tra due donne al centro del libro indaga parallelamente l’eredità coloniale dell’isola e le sue dinamiche sociali, allora viene da chiedersi cosa ne penserebbe l’autrice Qiu Miaojin. Considerata un pilastro della letteratura queer, asiatica e non solo, il suo romanzo d’esordio I taccuini del coccodrillo, è stato pubblicato originariamente in mandarino nel 1994 ed è uno dei primi romanzi con una protagonista apertamente lesbica a essere pubblicati a Taiwan.
Il 4 maggio di 31 anni dopo, I taccuini del coccodrillo è stato pubblicato per la prima volta in italiano, da add, che ha portato anche in questa parte di mondo la storia di ispirazione biografica di Qiu Miaojin. Nata nel 1969, l’autrice racconta gli anni universitari, vissuti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta a Taipei, immedesimandosi nella protagonista Lazi. Nel romanzo, Lazi sembra un soprannome inventato sul momento ma, in realtà, come si legge nelle note, già all’epoca era un termine colloquiale utilizzato nel mondo queer taiwanese: derivava da lala, adattamento fonetico di lesbian. Attorno a lei gravita un microcosmo di amici e amori, per lo più studenti universitari e queer che, proprio come lei, sono alla ricerca di un posto nel mondo. Si trovano per lo più ai margini della società e, come Lazi, fanno fatica a comprendere come inserirsi negli stretti meccanismi della società; eppure l’esperienza di ognuno è profondamente diversa, e restituisce in maniera sfumata la molteplicità dell’esperienza queer.

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Nei Taccuini del coccodrillo la narrazione è frammentata, divisa in otto diari, inframezzati da lettere e una storia parallela il cui protagonista è, appunto, un coccodrillo. Lo seguiamo scoprendo le sue abitudini alimentari – è ghiotto di dolci – tra l’hobby di fare a maglia e lo stratagemma di indossare un travestimento da umano per aggirarsi in città senza essere riconosciuto. A un certo punto, però, qualcuno si accorge dell’esistenza di questi grandi rettili e la psicosi generata in tutto il Paese porta il coccodrillo a doversi nascondere. Quella che sembra una favola è in realtà la parte più politica del libro, la perfetta allegoria per descrivere lo status della comunità queer di Taipei alla fine degli anni Ottanta. Il coccodrillo è simbolo dell’identità dissidente e delle sue difficoltà, ma è anche un modo per raccontare l’ossessione quasi morbosa del resto della società nei suoi riguardi. Nonostante Taiwan sia stato il primo Stato in Asia a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, nel 2019, all’epoca in cui Qiu Miaojin scrive era da poco cessata la legge marziale, corrispondente a decenni di repressione e controllo da parte del governo, noto anche come Periodo del Terrore Bianco. Con la fine di quel periodo storico, comincia un nuovo fermento culturale e sociale e un primo spazio di espressione per la cultura queer. Questa, sebbene non fosse criminalizzata, rimaneva comunque un’identità ai margini: anche per questo, lo stigma percorre tutto il libro e l’esperienza di Lanzi/Qiu Miaojin, profondamente segnata dal sentirsi non conforme, tra desiderio e vergogna.
Della Taipei dell’epoca appaiono solo frammenti e suggestioni: la pioggia fitta che scoppia a tradimento, le sedi austere dell’università, il viale alberato, il mercato notturno e le birre tiepide bevute sui gradini. Ciò che abbonda sono invece i riferimenti alla cultura pop, per lo più occidentale, come un faro a cui Lazi e i suoi amici guardano con curiosità: The Smiths, Rosso Sangue di Jean-Luc Godard, Il Grande Gatsby, Andrej Tarkovskij, Ernst Hemingway, I mangiatori di patate di Van Gogh, Cherry Came Too di The Jesus And Mary Chain.
Nei Taccuini del coccodrillo, la solitudine e le aspettative della società, che finiscono per essere interiorizzate con violenza dai protagonisti, sono i principali ostacoli nel percorso di formazione. Lazi, così come la maggior parte dei personaggi, deve fare i conti con la propria salute mentale, tra episodi depressivi e istinti suicidari. Nel libro, l’autrice affronta processi di autodistruzione e non è sempre semplice guardare come spettatrice inerme la spirale di dolore auto-inflitto di Lazi/Qiu Miaojin. A volte, la lettura risulta essere estremamente frustrante, soprattutto alla luce di quello che è l’epilogo reale della vita dell’autrice. Dopo essersi trasferita a Parigi per completare gli studi, Qiu Miaojin pubblica la sua seconda opera, Ultime lettere da Montmartre, poco prima di togliersi la vita a soli 26 anni, nel 1995.
I taccuini del coccodrillo è un libro in cui il dolore, il senso di inadeguatezza e di vergona dilagano quasi senza argini, tamponati solo dal conforto della comunità queer attorno a Lazi. Tra le persone con cui coltiva un legame profondo negli anni universitari ci sono le due coppie Meng-sheng e Chu-kuang, Tun-tun e Zhi-rou, oltre alle due ragazze di cui la protagonista si innamora, Shui Ling e Hsiao Fan. Delle amicizie, Qiu Miaojin scrive: «Con il loro modo di essere, mi hanno infuso nuova forza. La nobiltà d’animo che ho visto in loro è difficile da esprimere a parole. Nei momenti in cui siamo entrati in una connessione autentica, da essere umano a essere umano, quella forza e quella nobiltà hanno innalzato il nostro rapporto al di sopra del desiderio e dei destini individuali».
Con questo gruppo di persone, Lazi si permette di essere se stessa in un modo in cui non riesce a essere con nessun altro, nemmeno con la propria famiglia, con cui ha tagliato praticamente ogni tipo di rapporto. Descrivendo il momento del coming out con Zhi-rou, sotto la pioggia, l’autrice mostra la naturalezza con cui la sua confessione viene accolta dall’amica, che le chiede: «È stata dura, vero? Ti senti meglio adesso che l’hai detto?», poi ancora «Perché mi chiedi scusa? Basta sostituire una vocale. Se nei tuoi racconti “lui” diventa “lei”, cosa cambia?».
Eppure, internamente, Lazi continua a vivere la propria identità come una colpa. Scrive in un altro punto: «Per tutta la vita ho provato un’attrazione inspiegabile per le donne. Che quel desiderio si realizzasse o meno, ne uscivo comunque devastata. Desiderio e sofferenza erano inseparabili, come la pelle dalla carne. Ho sempre saputo che “cambiare gusti” era un’illusione, che non c’era via d’uscita dal carcere della mia natura». Proprio questa consapevolezza è ciò che non permette a Lazi di vivere le proprie relazioni fino in fondo, in un perenne contrasto con l’ideale dell’amore, di come dovrebbe essere una relazione, e lo scontro spietato con la realtà. In una lettera scritta a Shui Ling, Lazi le scrive: «Ti avrei voluto vedere sposata, con figli, in un mondo ordinario dove, almeno, la civiltà e la cultura offrono strumenti per affrontare la felicità e l’infelicità».
Le riflessioni sull’amore sono il cuore del libro: a volte imposte come lunghi excursus narrativi, altre inserite come culmine di arzigogolate riflessioni masochste. In questi passaggi, Miaojing porta il lettore all’interno della propria mente, quasi in modo fisico, con risultati a volte respingenti per la schiettezza del trovarsi faccia a faccia con l’intimità di una donna di vent’anni, in cui non è poi così difficile riconoscersi. Eppure, da tutto quel dolore, da tutti quei pensieri impastati l’un l’altro, che l’affossano e annebbiano la vista, Lazi sembra emergere con spunti di chiarezza universale: «A questo mondo avere a che fare con l’amore non significa tanto realizzare l’ideale assoluto di un amore eterno, quanto assumersi la responsabilità di affrontare, di volta in volta, le sue manifestazioni assurde e incompiute».
Il conflitto interiore torna a farsi astratto nel racconto allegorico del coccodrillo, che assume sempre di più i contorni del dibattito dell’epoca sulla comunità LGBT e la ferocia con cui i media si rivolgono al tema. Le notizie sui rettili passano dalla cronaca mondana alle inchieste in prima pagina, con titoli allarmanti. La caccia ai coccodrilli diventa la massima priorità. Gli esperti concordano sul fatto che «se non verranno adottate misure preventive sul piano psicosociale, il numero crescente di coccodrilli in circolazione potrebbe innescare una trasformazione delle abitudini sociali e comportamentali, oltre a gravi anomalie genetiche». Parallelamente, un Organizzazione per la tutela dei coccodrilli (OTC) cerca di promuovere la Legge per la salvaguardia. Durante un dibattito politico televisivo, l’OTC pone i suoi opponenti davanti a una scomoda verità: «Ma che cosa faresti se ti nascesse un figlio coccodrillo? O se un giorno ti trasformassi tu stesso in coccodrillo?».
Non c’è una risposta nel finale de I taccuini del coccodrillo, quanto un tentativo di astrazione, un rifugio nelle citazioni colte tanto care a Lazi, quelle alla cultura occidentale in cui, forse, l’autrice vede una possibilità di espressione e riconoscimento più completa. Nella notte di luna piena seguente alla sua cerimonia di laurea, a cui non si è presentato nessun amico o parente, Lazi scavalca un muro e visualizza se stessa come in una scena de I quattrocento colpi di François Truffaut: «Quando il bambino fugge dal riformatorio e corre verso il mare». In sottofondo, mi piace immaginare che ci sia stata una delle sue canzoni preferite, Pretty Girls Make Graves degli Smiths.










