C’è un rischio strutturale nel trasporre l’horror di internet nell’horror del cinema. Se adattare un libro in un film si rivela spesso un’impresa fallimentare, incapace di restituire con le immagini la ricchezza della parola stampata, i creepypasta (storie agghiaccianti condivise dagli utenti sui vari forum delle rete) hanno una difficoltà aggiuntiva: per design, non sono lineari. Funzionano proprio perché sono folkloristiche: la stessa storia viene ripetuta, deformata, stratificata all’infinito da utenti anonimi, generando una mitologia ben più interessante (e inquietante) di quella originale. Il mistero trascende il racconto, diventa reale: screenshot, thread, commenti, wiki, video, indizi, contraddizioni e vicoli ciechi nei meandri del web. Tu sei lì, da solo davanti allo schermo freddo, e inizi a chiederti dove finisca la finzione e dove inizi qualcos’altro. Internet è pieno di gente strana: come fai a essere davvero sicuro che sia tutto inventato?
Invece un film, per quanto possa essere frammentato, esige una certa dose di progressione narrativa. E asfaltare una leggenda metropolitana con introduzione, svolgimento, conclusione tende a non funzionare (ricordate il film di Slender Man del 2018? No, esatto).
Nel caso di Backrooms di Kane Parsons, esordio registico alla precoce età di 20 anni, al cinema in Italia dal 27 maggio con I Wonder Pictures, la storia copiata-e-incollata non è nemmeno una storia, ma una singola immagine. Tutto il cosmo dei “retrobottega” – delle backrooms, appunto – nasce da uno scatto circolato online tra il 2011 e il 2018, poi approdato il 12 maggio 2019 su /x/, la board di 4chan dedicata al paranormale. A quell’immagine, un utente anonimo aggiunse il commento che avrebbe dato il via a tutto: «Se non stai attento e fai noclip fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle backrooms, dove non c’è altro che la puzza di vecchia moquette umida, la follia del mono-giallo, il rumore di fondo infinito delle luci fluorescenti al massimo ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate casualmente in cui restare intrappolato. Dio ti salvi se senti qualcosa aggirarsi lì vicino, perché di sicuro quella cosa ha sentito te».
Da lì, con il solito effetto-valanga della rete, l’immagine è diventata prima meme, poi mitologia collaborativa, che su Reddit si è stratificata in livelli, entità, mappe, teorie, e persino una fazione di puristi irritati dalla fantasia degli altri utenti al punto da creare il subreddit rivale /TrueBackrooms. Nel 2024, una ricerca collettiva ha infine rintracciato l’origine della foto: il file Dsc00161.jpg fu caricato nel 2003 per documentare la ristrutturazione di un ex negozio di mobili, Rohner’s Home Furnishings, al 807 e 811 di Oregon Street, a Oshkosh, Wisconsin. Una stanza vuota, senza finestre, con moquette e carta da parati gialle e luci al neon da ufficio. Nient’altro.
In realtà, il cinema sembrerebbe il posto perfetto per ospitare un’iconografia del genere, essendo tipicamente fatto di corridoi bui, lunghi e silenziosi dalle moquette improbabili. Garantisco che uscendo da Backrooms, il vostro multisala di fiducia vi sembrerà più minaccioso del solito. Sicuramente lo è sembrato l’Anteo di Milano, con i suoi labirinti di scale e di piani sfalsati e tutti diversi, dove ho visto l’anteprima del film e intervistato il regista.

Chiwetel Ejiofor in ‘Backrooms’. Foto: A24
Parsons, se non altro, è la scelta più sensata possibile per trasformare le backrooms in cinema. Con i suoi cortometraggi su YouTube, il primo dei quali pubblicato nel 2022 e arrivato oggi a quasi 80 milioni di visualizzazioni, è stato lui più di chiunque altro a dare forma all’idea contemporanea delle backrooms e a portarla nel mainstream. Classe 2005, ha iniziato a guardare video di luoghi abbandonati a otto anni, aperto il suo canale Kane Pixels a dieci, imparato a usare Adobe After Effects a dodici e poi Blender, il software di modellazione 3D con cui ha realizzato i suoi corti sulle backrooms a quattordici anni. A vent’anni appena compiuti ha girato il suo debutto cinematografico, diventando il regista più giovane nella storia di A24.
Parsons viene da un sobborgo del Nord della California, a quindici minuti di macchina dalle colline dello sfondo predefinito di Windows XP. In una recente conversazione con James Wan, regista di Insidious e The Conjuring nonché produttore di Backrooms, ha raccontato di aver «piratato fin troppo software», preso «un sacco di virus» e iniziato a fare filmmaking con il telefono dei genitori, prima di approfittare delle licenze studentesche per imparare After Effects e della pandemia per insegnarsi Blender da autodidatta.

Parsons ed Ejiofor insieme nelle backrooms. Foto: A24
Ma mentre leggevo questa prodigiosa (breve) biografia, emergeva il secondo rischio del film: quello in cui sono cascati tanti registi geniali con progetti fatti in casa o a bassissimo budget, poi travolti dalle possibilità offerte dai grandi Studios. Non sempre più soldi e più libertà producono un’opera migliore, a volte le limitazioni sono più utili della carta bianca.
È quindi con grande piacere che posso dire che Backrooms è, prima di tutto, un film riuscito. Funziona come horror per il pubblico generalista sacrificando sorprendentemente poco dell’inquietudine della fonte di partenza. Anzi, la sorpresa maggiore è che l’estetica delle backrooms non perde nel passaggio dallo schermo del computer a quello del cinema. Nei video di Parsons, il filtro VHS serviva innanzitutto a coprire le carenze tecniche di un sedicenne al lavoro sul suo «portatile di merda», come lo ha definito lui stesso. Le backrooms assumono un’inquietudine inedita quando rappresentate così limpidamente: se la grana della pellicola crea atmosfera e fa confondere ogni ombra per una presenza, l’alta definizione fa sembrare le stanze ancora più vuote, oggettive e spietate.
Parsons si muove con notevole controllo tra i momenti più astratti, quasi lynchiani, in cui il film ritrova il nucleo disturbante dell’immaginario originale, e gli aspetti più prosaici della narrazione. Gli affidabili Chiwetel Ejiofor (candidato all’Oscar per 12 anni schiavo) e Renate Reinsve (la nuova preferita del cinema d’autore internazionale, tra Sentimental Value e Fjord) aiutano a tenere insieme un impianto narrativo che resta l’anello più debole del film: a tratti prevedibile, a tratti non riuscito, ma comunque più vivo e meno meccanico di quanto fosse lecito temere.

Lukita Maxwell e Finn Bennett in ‘Backrooms’. Foto: A24
Ejiofor interpreta un architetto mancato, lasciato dalla moglie e alcolizzato, diventato proprietario di un fallimentare negozio di arredamento (come quello della foto originale!) nel cui seminterrato scopre un portale per le backrooms. La sua terapeuta (Reinsve) non gli crede quando lui le vomita addosso la sua scoperta, così decide di coinvolgere i suoi due giovani assistenti (Lukita Maxwell e Finn Bennett) muniti di telecamera per ottenerne una prova video. Ma proprio quando il film sembra avviarsi verso la traiettoria più prevedibile, con i nostri tre intrappolati e le riprese in VHS in soggettiva, Parsons scarta altrove, verso una seconda metà inaspettatamente cupa, meno derivativa e decisamente più disturbante, con tanto di orrori inediti che non sembrano appendici della lore online.
Quando gli ho chiesto per chi avesse realizzato il film, Parsons mi ha spiegato che lo ha fatto prima di tutto per sé stesso e per chi lo segue da anni, ma anche con l’intenzione di «semplificarlo, così da reintrodurre il pubblico all’idea: qualcosa di simile all’effetto prodotto dal post originale, o dalla scoperta del mio primo cortometraggio. Una specie di ritorno a quella semplicità iniziale, che credo possa parlare anche a un pubblico horror».
E ce l’ha fatta. Ma se Backrooms è perfettamente godibile come film horror autonomo per il grande pubblico, funziona ancora meglio come rampa di lancio per futuri sviluppi, sul grande schermo e in rete. Parsons ha subito rassicurato i fan: non abbandonerà YouTube dopo il suo ingresso nel cinema. Anzi, dopo l’annuncio del film si è preso il tempo di proseguire anche con altre due delle sue serie, The Oldest View e People Still Live Here. La speranza è che, ora che premessa e personaggi sono stati presentati, Parsons possa concentrarsi sul creare immagini e atmosfere apparentemente banali ma effettivamente inquietanti, che è ciò che gli riesce meglio.
Alla domanda se le backrooms fossero una sorta di ritorno della casa infestata per una generazione digitale, Parsons mi ha risposto che non sa se le collocherebbe esattamente in quella categoria, ma che appartengono certamente «al regno delle leggende urbane», per poi prendere una tangente più interessante della risposta diretta. Le backrooms, dice, sono «più ampie di qualunque singola incarnazione dell’idea», poiché «per loro natura, essendo un concetto così astratto che ha origine solo da un singolo paragrafo di testo, penso siano intrinsecamente così diffuse che molte persone che vedono questo film hanno un’idea di ciò che le backrooms potrebbero essere, più che di che cosa tratti effettivamente questa narrazione». Narrazione che, nella conversazione con Wan, ha definito «una sorta di mystery technothriller consumato, logoro, con elementi soprannaturali sottostanti», aggiungendo con eccessiva modestia: «Non sono bravissimo con le etichette di genere, ma direi che è più o meno quello che è diventato».

Chiwetel Ejiofor in ‘Backrooms’. Foto: A24
Altri, invece, un’etichetta gliel’hanno già trovata. Shira Chess, Associate Professor of Entertainment and Media Studies alla University of Georgia, considera le backrooms il capostipite di un nuovo genere mediale, che ha proposto nel saggio Backrooms e l’ascesa del gotico istituzionale, pubblicato su The MIT Press Reader. In esso, argomenta che «come il gotico tradizionale, il Gotico Istituzionale coinvolge spazi perturbanti, forze malevole e un disagio schiacciante legato alla spazialità e al potere. Ma dove il gotico tradizionale è oscuro e minaccioso, con architetture ornate, il Gotico Istituzionale si svolge in spazi d’ufficio tortuosi o altrimenti vuoti, consumati dalla banalità prodotta dalle macchine e dallo sguardo spietato delle rumorose luci fluorescenti sopra la testa. Gli antagonisti, un tempo signori assetati di sangue, sono invece corporation senz’anima. […] Trasforma un genere un tempo alimentato dal terrore fantasmatico nel terrore familiare e mondano dell’alienazione lavorativa».
Non si sa se Parsons rivendichi tale possibile sottotesto politico, o se abbia ambientato la serie negli anni Novanta per l’efficacia del filtro VHS nel rendere credibile un mondo costruito in Blender o, come afferma Chess, perché era «un periodo di grande prosperità per la classe media americana. Era l’apogeo dei cubicoli, dove spazi d’ufficio infinitamente riutilizzabili, nonostante i boom e i crolli del capitalismo moderno, sembravano destinati a essere utili per sempre. All’inizio degli anni Duemila, i cubicoli sono stati in gran parte eclissati dagli open space favorevoli al panopticon». Ma ridurre l’apporto di Parsons alle backrooms a quello di un talentuoso informatico o di un bimbo prodigio sarebbe un errore: prima ancora che tecnico, il suo contributo è teorico. Ciò che sta portando avanti da anni con i cortometraggi e ora con il film è un pensiero profondo e consapevole.
Nell’intervista con Wan, spiega di faticare con «una visione eccessivamente umana dell’esistenza e della vita», mentre è attratto da ciò che fa sembrare «gli esseri umani incidentali alla natura, invece di essere un fattore trainante del mondo in cui viviamo». «Le leggi dell’universo», dice, «hanno portato la nostra coscienza a essere com’è e a percepire una sorta di senso di importanza derivato semplicemente dal caso». Prosegue analizzando il presente digitale e l’ossessione per il liminale: «Abbiamo più informazioni che mai. Iniziano a significare sempre meno, più ne riceviamo. Vengono messe in un frullatore e restituite a noi in un modo in cui la razza umana sta iniziando ora a fare roleplay di sé stessa. È un fenomeno naturale che emerge in tipo ogni cultura ed è una cosa sistemica che è quasi impossibile da sradicare dalla nostra specie».

Renate Reinsve in ‘Backrooms’. Foto: A24
Sono affermazioni da media theorist, e invece arrivano da un ventenne che ha iniziato facendo fan art di Portal e Attack on Titan. Se Parsons ha l’infanzia di un ragazzo molto online e appassionato di videogiochi, forse un po’ nerd come tantissimi altri, me incluso, a distinguerlo è una consapevolezza spiazzante di ciò che assorbe e crea.
Backrooms si inserisce a pieno titolo nella nuova generazione di horror di livello realizzati da giovani autori nati su YouTube: Talk to Me e Bring Her Back dei fratelli Philippou, Lights Out di David F. Sandberg, Skinamarink di Kyle Edward Ball. Parsons non è quindi un caso isolato, e il suo film non è nemmeno il migliore tra questi (quello rimane Skinamarink). È un buon horror, un ottimo debutto e un’opera assurda per un ventenne. Ma spero sia un trampolino di lancio ancora migliore. Non tanto per la mitologia delle backrooms, quanto per Kane Parsons. Che, a differenza dei suoi colleghi, sembra già meno una promessa da seguire e più un autore da prendere sul serio.










