Ciro Buccolieri, no bullshit | Rolling Stone Italia
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Ciro Buccolieri
No bullshit

È il vero self-made man dell’industria del rap italiano. Partito vendendo vestiti baggy sul cofano dell’auto, è arrivato a co-fondare Thaurus, la società di management più importante per il rap in Italia. L’intervista

Parafrasando una pubblicità ormai datata, la scena hip hop è una di quelle dove succedono molte cose e si muovono molti galli nel pollaio, ma ad un certo punto arriva sempre il momento in cui capisci che: silenzio, ora parla Ciro Buccolieri. Lui si schernisce – in modo non vezzoso ma, come da suo stile tipico, in modo molto analitico e lineare – però ecco, di sicuro abbiamo a che fare con una delle persone più serie, autorevoli e carismatiche della scena. Lo è in modo naturale, ed anche come physique du rôle: alto, ben piazzato, tatuato, sguardo deciso. Lo è per i successi acquisiti sul campo: Thaurus, l’entità in cui è confluito quasi subito nei primi anni ’10 con ruolo apicale, è diventata infatti in pochi anni uno dei centri gravitazionali assoluti della scena hip hop italiana, se uno plana sulla pagina del roster vede infatti nomi come Guè, Ernia, Sfera Ebbasta, Noyz, Kid Yugi (e Thaurus tra l’altro è una creatura multiforme: un po’ management, un po’ booking, un po’ etichetta discografica).

Lo è infine perché Ciro bisogna incontrarlo: una delle persone che più e meglio ti comunica l’idea del no bullshit. Chiaro, diretto, sincero, estremamente analitico ma al tempo stesso veloce nel prendere una decisione e nel comunicarti il suo modo di vedere le cose. Insomma, l’esatto contrario del discografico o manager o agente che ti stordisce di chiacchiere e moine, che fa il navigato del mestiere ma in realtà è soprattutto esperto di machiavellismi, e di grandeur da rockstar in nota spese. Buccolieri no: è uno che si è fatto da sé, passo dopo passo. È una persona seria. È una persona capace. È, soprattutto, una di quelle figure che dimostra cosa la cultura hip hop riesca davvero ad esprimere – a patto che sia attenta a non rischiare di diventare la macchietta di se stessa. Cosa che, purtroppo, ancora oggi troppo spesso si ritrova a fare.

Foto: Alessio Mariano

Insomma, Ciro: possiamo dire che ora, stando qui con te, sono di fronte ad uno degli uomini più potenti dell’hip hop italiano?
Mi metti in difficoltà, così…

Dai, su.
Allora: non so, non lo so. Diciamo così: non credo di essere uno degli uomini più potenti dell’hip hop italiano ma proprio perché in generale non credo che ce ne siano, di “potenti”. Questa narrativa delle eminenze grigie, che tutto possono, che manovrano tutto: no, non mi convince. Non ha nessun fondamento reale. Sai cosa esiste, invece?

Prego.
Esistono persone che sono riuscite – avendone avuto la fortuna, ed anche l’opportunità – a trasformare una propria passione in un lavoro: questo sì. Io seguo questa cultura e ne sono innamorato fin da quando ero ragazzino, perché come nient’altro ha rappresentato qualcosa in cui riuscivo a identificarmi, qualcosa che era in grado di parlarmi. Dopo mille vicissitudini e mille peripezie, sono riuscito a trasformare questa passione in lavoro; e da quando questo è successo, ci dedico ogni giorno tra le diciassette e le diciotto ore, sette giorni su sette. Con risultati a volte magari molto buoni, a volte meno buoni, ma mettendoci costantemente sempre la stessa passione. Vedi, il punto non è quanto la mia figura sia potente o rilevante: il punto è invece quanto siamo in grado noi, col nostro lavoro, di saper essere una casa – nel più profondo senso della parola – per gli artisti con cui lavoriamo riuscendo a offrire anche quel pizzico di sale in più, quel valore aggiunto cioè che possa dare a questi stessi artisti una mano a trovare un baricentro, una stabilità, una forza ancora maggiore.

Risposta inappuntabile. E molto professionale, anche. Ok, provo a buttarla allora un po’ sul personale: ti sei almeno goduto un po’ il fatto che quando tu hai iniziato ad occuparti di questa faccenda dell’hip hop chi ci stava dentro si era un po’ tutti degli scappati di casa, e adesso invece si è visti come il vero baricentro e potentato dell’industria musicale italiana?
Ecco, questo è un discorso che mi fa piacere affrontare con te. Perché so che anche tu sei in mezzo a questo gioco e sei in mezzo a questa cultura da tanti, tantissimi anni: vedi, è molto difficile spiegare certe cose a chi fa il tuo mestiere, quello di giornalista, e ha magari solo ventiquattro, venticinque anni. Quando oggi hai a che fare con un ragazzo che fa informazione, che gestisce diciamo un media, una pagina Instagram, gli senti fare delle considerazioni che dal suo punto di vista – ne sono perfettamente consapevole – possono essere sensate, per carità; ma dal mio punto di vista no, non lo sono.

Perché?
Perché essere cresciuti in mezzo all’hip hop quando ancora non aveva in Italia nessuna rilevanza ti dà, pure oggi, una visione completamente diversa delle cose. Artisti molto forti da noi ce ne sono sempre stati, ma a lungo sono stati ai margini del meccanismo: con la conseguenza che facevano fatica ad arrivare a fine mese, dovevano cercarsi altri lavori o vivere di espedienti e tarantelle varie. Oggi la situazione è, evidentemente, molto diversa. Ci sono dei pro in questo, ci sono dei contro. Ma quando hai vissuto quella fase in cui noi dell’hip hop eravamo visti nemmeno tanto male da non poterci nemmeno avvicinare fisicamente agli edifici dove stavano le major, figuriamoci parlarci, ecco, se hai vissuto una fase del genere, oggi guardi allo stato delle cose con un altro sguardo. C’è poco da fare.

Ci sta.
A lungo la cosa più simile al rap in italiano che potevi sentire in radio era Luca Dirisio, con tutto il rispetto per lui; e quindi io oggi sono strafelice che il rap italiano sia totalmente centrale nel discorso dell’industria musicale italiana.

E lo è.
Sì. Lo è sia come certificazioni e numeri sugli stream, che come biglietti venduti per i live, ma anche come influenza sui gusti e consumi in generale. Lo è sotto tantissimi punti di vista, insomma. Io mi ricordo quando per comprare un capo d’abbigliamento in stile hip hop potevi contare su massimo cinque negozi in Italia; mi ricordo quando andavo fino a Zurigo per farne scorta per poi rivenderli qua in Italia appoggiando i baggy jeans sul cofano di una macchina. Mi ricordo quando andavo negli Stati Uniti e mi chiedevo «Ma com’è possibile che l’Italia non stia cogliendo niente di tutto questo?»; mi ricordo quando aspettavo con impazienza le copie di Source che mi portava un mio amico francese, altrimenti non avrei saputo dove recuperarle. Oggi invece guarda quanto siamo centrali nel discorso contemporaneo.

Il rap, i rapper sono ovunque. Pure troppo.
C’è un prezzo da pagare per tutta questa centralità? Certo che c’è; e a volte, è pure salato. Ma in tutta sincerità ti posso dire che mi sarebbe dispiaciuto moltissimo se tutta questa energia della cultura hip hop, per me tanto importante proprio a livello personale, fosse rimasta confinata in una nicchia. Davvero, sarebbe stato un peccato incredibile. Quando qualcosa diventa grosso, popolare e trasversale ci sono sempre dei pro e dei contro, ma non vale solo per il rap italiano e la cultura hip hop in Italia, vale per qualsiasi cosa.

Nei tuoi uffici le major, oggi, ci vengono. Ma appunto, raccontami un po’ della prima volta che ci hai messo piede, mi pare di capire mezzo respinto.
La prima volta che ho messo piede in una major sarà stato, mah, il 2008, forse il 2009: nemmeno mi hanno fatto salire negli uffici. No, siamo rimasti a parlare giù alla reception, con una persona di cui non ti farò il nome, per presentare un progetto di ragazzi che poi purtroppo non hanno avuto fortuna. Sta di fatto che, ecco, nemmeno mi fecero salire. La prima volta che invece ci sono salito è stato con Clementino: lui aveva Paola Zukar come manager e noi invece come Thaurus gli curavamo il booking. Da lì in poi le cose hanno avuto un’accelerazione notevole, soprattutto con l’ondata del 2015, 2016, l’avvento della trap. Ma il dato di fatto concreto è che ancora dieci anni fa, o poco più, noi della scena manco sapevamo che faccia avessero le persone che lavoravano in major. Figurati parlarci.

Dieci anni fa, non cento. E tra l’altro per la tua prima volta in una major tu ci sei entrato come booking, non come management.
Assolutamente sì. Ma non è un caso: è così che ho iniziato. Col booking. Ed era naturale che fosse così: perché dato che nessuno ti portava lì dove stavi la musica che ti piaceva, quello che potevi fare era diventare tu stesso promoter. Ho mosso i primi passi al Sud, poi a Bologna dove ho vissuto. Ho iniziato prima con lo streetwear, con le sneakers: ero molto appassionato di quelle cose lì e quindi ho iniziato a recuperarle in giro per il mondo per poi rivenderle lì dove stavo e, magari oggi lo si può dire, alcuni di questi capi erano pure fake. Insomma, ti dovevi arrangiare.

Massì.
Poi da lì ho iniziato a fare il promoter. A organizzare concerti. Arrivando ad un certo punto a prendere le quote di un locale a Bologna che aveva una sala per i live ed anche uno studio di registrazione. Quando anche l’attività da promoter è diventata solida, noi soci ci siamo un po’ detti: «Ma perché non proviamo anche col booking? I contatti con gli artisti ormai li abbiamo, potremmo iniziare noi a proporli ad altri».

E così avete fatto.
Di sicuro nessuno pensava che fosse il caso di dedicarsi al management: questo semplicemente perché all’epoca il giro d’affari era talmente piccolo che era impensabile pensare che il management fosse un business… Ti faccio un esempio molto concreto: se qualcuno era così fortunato da strappare un contratto discografico con una major, con tanto di anticipo, l’anticipo in questione era al massimo 20.000 euro. Il 20% – che è la quota che si prende mediamente un management – di quella cifra è 4.000 euro. Che ci fai con quei soldi? Non ci paghi manco l’affitto di un ufficio. E all’epoca i brand non ti consideravano proprio, non c’era la minima chance di poter fare qualcosa con loro, ai loro occhi eri invisibile. Mentre il publishing, beh… Quello non sapevamo manco cosa fosse: e infatti non è un caso che per molto tempo gli artisti rap in Italia abbiamo firmato dei pessimi accordi, ma pessimi davvero. Insomma, solo il booking dava l’idea di poter essere un business con un minimo di possibilità di stare in piedi: e su quello ci siamo buttati, all’epoca.

Quand’è che hai fatto il salto di qualità o comunque l’evoluzione, arrivando ad occuparti di management?
In realtà il booking è ancora una parte importantissima di Thaurus. Anche se, attenzione, il mio consiglio è di affidarsi sempre a grosse agenzie di booking esperte e consolidate, quando si fanno concerti grossi, specialmente se indoor, come ad esempio i palazzetti, e anche nel caso degli stadi. I palazzetti abbiamo anche provato a farli da soli, come Thaurus, ma abbiamo capito che non era la soluzione migliore. Però tutto ciò che sono invece i live un po’ più piccoli, quelli che vanno dai club in giro per l’Italia a le venue indoor come il Fabrique a Milano, con 2/3000 persone di capienza, ecco, lì tendiamo a fare tutto da soli.

Tutto da soli?
Ci riusciamo perché ho la fortuna di lavorare con delle ragazze e dei ragazzi che sono dei super professionisti: Thaurus ha un ufficio specificamente dedicato ai live. Lo switch verso il management è arrivato per un’esigenza che nasceva più che altro da un mio sogno: quello di creare una realtà che fosse in grado di lavorare a trecentosessanta gradi sugli artisti.

Sogno direi avverato.
La mia personale visione è che il nostro deve essere un business prima di tutto artist oriented, in cui è l’artista a decidere cosa fare e come farlo. Noi lo aiutiamo a gestire queste scelte. Il fatto di occuparsi di più aspetti, nella mia prospettiva, ti permette di avere una visione d’insieme che ti fa capire quando in certe fasi della carriera devi mettere più attenzione su alcuni aspetti e un po’ meno su altri. Ti faccio un esempio pratico: se ti occupi solo di booking allora quando metti su un tour lo fai per guadagnarci sopra il più possibile. Se invece hai una visione d’insieme puoi anche decidere di mettere su un tour che già sai sarà in perdita perché, in quel momento, l’artista ha bisogno di un certo tipo di visibilità, di posizionamento, e allora quella perdita diventa un investimento. Se ti focalizzi solo su un aspetto, vedi solo quello e ragioni limitato. Se invece di un artista curi più aspetti possibili, quindi guadagni dal live ma anche dalla discografia o dai contratti coi brand, hai una visione più ampia. E con questa visione ti è più facile costruire un viaggio che abbia una direzione precisa, capace di aggiustarsi secondo le necessità del momento. Poi se non altro, nel peggiore dei casi, se fai delle scelte che dopo un po’ si rivelano sbagliate almeno con l’artista ad un certo punto ti puoi dire «Abbiamo sbagliato, sì, ma almeno abbiamo sbagliato per delle scelte che abbiamo voluto entrambi».

Foto: Alessio Mariano

Chiarissimo. A questo punto però, visto che attorno al rap si sono strutturate dinamiche di un certo tipo e anche interessi e guadagni di un certo tipo (e il discorso che hai fatto ne è un perfetto e lineare esempio: business serio), tutto questo non può che portare a degli scompensi, o come minimo a degli assestamenti – ne accennavamo anche prima, quando parlavi dei pro e dei contro. Quindi ti chiedo: il passaggio da nicchia underground a potenza dell’industria musicale nazionale contemporanea con un impatto realmente popolare e trasversale come è stato gestito dalla scena, complessivamente?
C’è una cosa che ci tengo a dire: è positivo che siano finalmente arrivate delle economie di un certo tipo attorno ad artisti che, ancora prima di Spotify, degli stream e della musica che gira su YouTube, erano arrivati ad avere un impatto popolare vero e assai rilevante: penso ad esempio a Dogo, Truce Klan, Fibra. Questa è gente che ancora prima che arrivassero i soldi e i meccanismi dell’industria aveva un impatto davvero tangibile dal punto di vista sociale.

Vero.
La generazione successiva, diciamo da Marracash in poi, penso abbia assolutamente meritato lo status di artisti grossi a livello assoluto – con relativi riconoscimenti. È stato doveroso accadesse. In Italia abbiamo sempre avuto questa strana puzza sotto il naso per cui se dicevi delle cose dal reale impatto sociale sopra una chitarra eri un genio, un poeta; se invece le dicevi sopra una base eri per forza di cose un cazzone, uno da prendere molto meno in considerazione. Oggi c’è sia il riconoscimento sociale che quello economico, per il rap italiano. E anzi, diciamolo: spesso il riconoscimento sociale arriva come conseguenza di quello economico.

Verissimo.
Se hai vent’anni e dici delle cazzate in un circoletto di fronte a venti persone, sei un coglione. Se quelle stesse cazzate improvvisamente fanno il disco di platino, ecco che diventi tutto d’un tratto un profeta. Ma tornando alla tua domanda: io penso che alcuni artisti abbiano gestito molto bene questo passaggio dalla nicchia al mainstream. Il problema è forse un altro.

Quale?
Quando qualcosa diventa popolare a livello generalista, e ormai per il rap italiano è così, tutti si sentono autorizzati a dire la loro opinione su come devono o dovrebbero andare le cose. Tutti. Come per il calcio: tutti si sentono di essere dei bravissimi allenatori, e ti spiegano come andrebbe schierata la squadra… E tu, se alleni ad un certo livello, devi anche saper reggere quel tipo di pressione lì. Ma la cosa indiscutibile è che l’arrivo dei soldi, nel nostro mondo, ha portato tanto lavoro per ragazzi di talento che orbitavano attorno alla nostra scena, la nostra musica, la nostra cultura. Uffici stampa, management, fotografi, personal security, videomaker, e potrei andare avanti un sacco elencando altre figure: l’interesse che c’è oggi attorno al rap permette al loro lavoro di essere finalmente retribuito in modo equo, dignitoso.

Il fatto di essere diventati così “importanti” e forti, nel contesto dell’industria musicale, significa che si è allo stesso livello e si gioca nello stesso campionato delle più importanti realtà rock e pop, quello che insomma da decenni è l’establishment del settore. E quindi con questo establishment il confronto è ormai alla pari. Da questo punto di vista, visto che il DNA originario di chi si dedica al rap in Italia (ma anche della cultura hip hop in generale, direi) è quello della nicchia alternativa che fa le cose a modo suo e con regole sue, quanto invece ci si è adeguati al nuovo status, iniziando a lavorare un po’ come fanno tutti nel mainstream, con le stesse dinamiche? Quanta differenza c’è, oggi, tra il lavorare nel pop e nel rock e lavorare invece con gli artisti hip hop?
Io non vedo questa grande differenza. Il mio modello personale è sempre stato ciò che succedeva al di là dell’oceano. E quello che mi affascinava è che chi si occupava di hip hop non ha mai sentito la necessità di adeguarsi con l’arrivo dei risultati veri e del successo. Mai. Vedevi Master P, J. Prince o la Roc-A-Fella di Jay-Z, Kareem Burke e Damon Dash diventare dei giganti senza però che loro dovessero minimamente adeguarsi ai canoni che in teoria doveva obbligatoriamente seguire e possedere il CEO di una grande azienda nel mondo della discografia.

In effetti…
Controllavano fatturati di decine, anzi, centinaia di milioni di dollari ma si comportavano a modo loro: non si adeguavano cioè a quelli che erano gli schemi precostituiti su come dovesse comportarsi e presentarsi un manager, un amministratore delegato di un’azienda di quelle dimensioni… È una lezione importante, questa. Se io provo a comportarmi come quelli che ci sono da prima di me, in quello che tu hai chiamato establishment, non ho nessuna possibilità di vincere ed arrivare al loro livello: perché loro hanno un background di un certo tipo, arrivano da scuole e università altamente qualificate e costose o anche solo, molto semplicemente, hanno più esperienza di me. Io devo portare quello che è il mio approccio: quello che ho imparato vendendo jeans per strada, organizzando serate partendo da zero, facendo tutto alla cieca. Ma attenzione, qui c’è una cosa molto importante da dire.

Vai.
Nel farlo, non devi mai, mai, mai essere arrogante o supponente. Mai dire, o anche solo pensare, «Io sono questo, voi non capite un cazzo». Bisogna essere profondamente affamati di informazioni. Bisogna ascoltare. Imparare. Perché la verità è che è molto sottile il confine tra l’essere un professionista e l’essere invece una figura pittoresca, quasi una macchietta… E io non ho mai voluto essere solo una figura pittoresca. Una costante della mia vita è, al contrario, l’aver sempre cercato il confronto serio con chi arriva da percorsi diversi dai miei, studi diversi dai miei, condizioni diverse dalle mie. Le persone davvero intelligenti si pongono con umiltà. E questo vale in tutti i campi. Cerco di essere curioso. E, soprattutto, cerco di essere educato.

Educato?
La gente sottovaluta quanto si ottiene con l’educazione. Se tu ti poni di fronte a un interlocutore anche più autorevole di te e lo fai però in maniera gentile, educata, rispettosa, e al posto di metterti a parlare tu tutto il tempo, ti disponi all’ascolto, è sorprendente quanto questo interlocutore si possa aprire con te, quante informazioni utili ti possa dare. Io sono cresciuto in un posto di 40.000 abitanti nel sud della Puglia, quindi completamente lontano in origine da tutte una serie di dinamiche e di consapevolezze. Più ti confronti, più ti rendi conto di quanto ci sia ancora da imparare. Ti rendi conto di quanto certe cose che per te erano dogmi a un certo punto, crescendo, ti facciano sorridere. Sai, c’è una cosa su cui secondo me c’è in Italia una narrativa completamente sbagliata.

Quale?
Il guadagno.

Spiega.
Iniziare a guadagnare per me è stata una forma di riscatto. Io sono cresciuto in una famiglia non ricca: non mi pioveva in casa, non ho mai dovuto saltare i pasti, non ho mai – per usare un’immagine americana che mi piace molto – dovuto mangiare i cereali con l’acqua per fare colazione. Quello no. Però mia madre ha avuto gravi problemi di salute, i soldi per gli ospedali giusti non c’erano e da noi quelli pubblici erano fatiscenti. L’affermazione economica è un modo per sentirsi liberi e al riparo da preoccupazioni di un certo tipo: avere il portafoglio pieno è stato il mio modo di cercare la libertà.

Foto: Alessio Mariano

Oggi i tuoi panni sono più quelli della persona contenta e soddisfatta o della persona ancora affamata, “in battaglia”?
Resto discretamente affamato, credo. La fame è più una forma mentis: è indipendente dalla quantità di cibo che hai davanti. Sono molto contento di una cosa, quello sì: di come il rap e la cultura hip hop siano diventati importanti in questo paese. Il motivo non so nemmeno spiegartelo bene, è una sorta di rivincita, che nasce da…

…da un senso di appartenenza?
Ecco, sì. Un senso di appartenenza molto forte. Io sono veramente contento quando qualcuno ha successo: e questo anche se non è un’artista della mia scuderia, non è un amico, non appartiene ai miei giri ed alle mie frequentazioni. Sono molto contento quando la cultura hip hop viene chiamata in causa, viene considerata importante, viene vista come qualcosa con cui è fondamentale dialogare. Quando questo accade, penso sia una vittoria per tutti, per tutto il movimento. Ed è anche una vittoria per il me ventenne che credeva in certe cose, quando erano davvero in pochi a farlo. Detto questo, però ci tengo a sottolineare che non mi sono mai sentito uno sfigato, anche quando l’hip hop era una faccenda di pochi, di pochissimi: su questo mi ha molto aiutato essere un ragazzino di provincia.

In che modo?
Quando stai in un paese piccolo non c’è nemmeno la possibilità di creare dei gruppetti. Io mi vestivo largo e amavo il rap, ma tra i miei coetanei c’erano i metallari, quelli che amavano il clubbing, quelli a cui interessavano solo il rock e il pop, di tutto insomma – ed eravamo talmente pochi che stavamo comunque sempre insieme. Una sera la passavi a sentire le cover dei Sepultura, un’altra andavi ai rave, un’altra ancora in discoteca a ballare la house coi ragazzi con le camicie bianche tutte stirate… Ed è perfetto così: perché in questo modo ho imparato a stare con tutti e ad essere consapevole che esistono tante culture. E sapere che esistono tante culture diverse ti spinge ancora di più ad essere fedele alla tua, ad essere dedicato a lei, a costruire su di essa la tua identità: senza però arroccarti, senza pensare di essere l’unico ad essere nel giusto e ad avere la verità in tasca. Ecco perché pure oggi non sono una persona che vuole vivere costruendo steccati e chiusure, per difendere il rap.

Non sei geloso, insomma. Né forzatamente purista.
Per me il rap e l’hip hop sono una cosa bella da condividere. Soprattutto, rappresentano – e questo spesso ce lo dimentichiamo – una delle culture musicali più contaminate del mondo: una di quelle che, proprio per com’è nata e come è fatta, vive e cresce assorbendo influenze. E nel farlo, riesce a diventare a sua volta tantissimo un’influenza – pensa a quello che ha fatto in questi decenni nella fotografia, nella moda, quanto ha cambiato le regole del gioco e dell’estetica in questi settori. Dimmi chi altri o cos’altro ci è riuscito, in un modo così profondo.