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La Finlandia vuole dire la sua sulla musica del futuro

All'Helsinki Music Week si ascolta il domani di elettronica, ambient, eurodance, trap tra chiese, cattedrali e club. Il nostro report

La Finlandia vuole dire la sua sulla musica del futuro

Helsinki Music Week

Foto: Rasmus Purola

Helsinki è una città che ti fa sentire subito a casa. Le persone hanno una socievolezza mite e accogliente, l’overtourism è una parola evidentemente mai arrivata nel loro vocabolario, l’architettura parla la lingua delle grandi capitali nordeuropee e ci sono definitivamente più saune che automobili. I finlandesi hanno un’attitudine verso la vita che abbiamo in gran parte perso nelle società occidentali: quello che non esiste, si crea da soli. L’autoproduzione è un modo per combattere il capitalismo e fare comunità con persone simili in visione e interessi. E così è nata la Helsinki Music Week, senza troppi fronzoli o pretese, ma con l’idea di dare alla città una sua centralità sulla scena europea e di mettere a sistema la spinta creativa che si respira in giro. Andarci è stata un’ottima scusa per osservare luoghi e persone non solo di passaggio, ma vivendoli da dentro. Se da un lato infatti è un festival hyperlocal che mette insieme saune, chiese, sale da concerto e studi di registrazione, dall’altro ha uno sguardo d’avanguardia su quello che sta succedendo non solo in Finlandia, ma a livello globale. Nella ricchissima line up 2026, questo è stato il nostro best of giorno per giorno.

Giorno 1
Malibu, Niko Demus & Merely, Erika Sirola alla Temppeliaukion Kirkko

Foto: Nikla Shampinen

L’impronunciabile nome che leggete non è un club e nemmeno una venue per concerti, ma una chiesa ipogea scavata nella roccia che delle chiese tradizionali non ha nulla. Non ci sono immagini sacre, pulpiti, colonne e navate: ha una forma circolare a metà tra un auditorium e una sala da meditazione, con un’acustica perfetta per i concerti. La line up della prima sera è un mix di artiste che conosciamo bene e artiste che sentiamo nominare per la prima volta: Niko Demus e Merely lavorano tra Helsinki e Stoccolma e sono unite dal progetto collaborativo Wade. Sembrano due fatine bianche dei boschi scandinavi, con le loro voci eteree e i look fairycore che pensi esistano solo nei storie fantasy del nord Europa, e invece no. La loro musica è un interessante mix di avant-pop e ritmiche dilatate, con un accenno di psichedelica. Erika Sirola fa un live molto diverso da quello che immaginavamo: abituati ad associarla all’EDM di Robert Schulz che l’ha resa famosa, ci regala un live che è invece una delicata carezza synth-pop, non senza punte acide e drop marcati. Malibu si conferma invece uno degli act più interessanti che abbiamo in Europa in questo momento: scura, intensa, melodica, crea soundscape profondissimi in cui l’elettronica si fa ambient e l’ambient diventa pop. Mai scelta più azzeccata da ascoltare in un luogo sacro che ha sottratto tutto e ha lasciato solo lo spazio per l’essenziale.

Giorno 2
Studio tour da Ibe
Nella seconda giornata di festival il nostro highlight non è stato un concerto, ma la visita allo studio di Ibe, il fenomeno trap più grosso della attuale scena finlandese. Il suo studio si trova in una warehouse di Porvoo, a quarantacinque minuti da Helsinki, in una zona semi-industriale immersa nei boschi. Visitarlo è come vivere una specie di dissonanza cognitiva: non ci trovi dentro nessuno stereotipo sulla musica trap. Non ci sono riferimenti a soldi, successo, femmine e breakdown mentali. È uno spazio bianco di 300 mq dove tutto è stato costruito a mano dal suo team creativo attraverso materiali di recupero: i tavoli arrivano dalla falegnameria di una scuola che ha chiuso; gli abiti di scena sono completi cuciti a mano da loro stessi e che verranno usati per l’intero tour estivo; il palco è realizzato con cavi e tessuti che possono essere riposti in uno zaino invece che richiedere spostamenti con enormi camion. Al centro dell’enorme magazzino hanno costruito una piccola sorta di tenda chiusa in legno e tessuti naturali, dove comporre e suonare musica con un’immersione totale. Un approccio DIY che scopriremo essere alla base di tantissimi progetti in Finlandia a prescindere da quanto grossi siano: fare con le proprie mani, invece che comprare qualcosa di già fatto. Ma lo studio di Ibe racconta anche un’altra storia, fatta di disconnessione, assenza di distrazioni e ritorno ad un modo di stare quasi ancestrale. Perché lo spazio-tempo che separa lo studio del centro di Helsinki è quello che permette di passare dalla dimensione lavorativa alla dimensione personale, ricordandoci che c’è un tempo per lavorare e un tempo in cui il lavoro si rimanda a domani.

Giorno 3
Joanne Robertson, Klein, Dualspines, VS—55 alla Tuomiokirkko

Foto: Rasmus Purola

Un altro luogo di cui non sapremmo pronunciare il nome nemmeno dopo due anni di corso accelerato di finlandese. La Tuomiokirkko è la Cattedrale di Helsinki, che con la sua architettura total white barocca si impone in posizione rialzata nel mezzo del centro storico. Al posto dell’altare una console in cui si alternano Klein, Dualspines, i VS-55 e Joanne Robertson, dimostrando un’ecletticità nella curatela non facile da maneggiare. Dualspines è l’artista più imprevedibile in lineup: alterna remix di Lady Gaga e pezzi acid, ripesca hit dance degli anni 2000 come Toca’s Miracle dei Fragma e la colonna sonora di Twin Peaks in un taglia e cuci continuo. I bpm salgono fino a richiamare un rave in un parcheggio, ma con il pubblico seduto sulle panche della chiesa il contrasto è un po’ troppo evidente. Klein crea rumore puro che si avvicina all’art-noise di Marco Fusinato. La sua musica industriale, siderurgica, che sembra shoegaze generata da un computer, crea atmostere dark e trippy che rimbalzano tra le cupole della chiesa. I VS-55 sono decisamente il nostro live preferito della serata: il duo, che è un progetto del produttore svedese Varg²™ diventato famoso per il feat sul pezzo di Skrillex Is There a Place in Heaven for Boys like Me?, suona come gli incubi cinematici di Mica Levi. Fanno un ambient stridente, in cui una chitarra acustica pizzicata in maniera sgraziata incontra un piano registrato uscito da un brutto sogno. È musica che non ti auguri davvero di ascoltare. Dove la ascolti una musica così, o quando? A casa, in un club, a teatro, in un film? È musica affascinante e respingente insieme, un crescendo di tensione emotiva con tantissimi up and down che richiamano Burial, i primi lavori di Flying Lotus e la performatività dei Ninos du Brasil. Ultima artista della serata è Joanne Robertson, che col suo basso morbido e la voce di un’altra dimensione, mischia folk, indie e post rock con un’estetica cottagecore da serate passate davanti al caminetto.

Giorno 4
Sassy009, Glayden, Katerina b2b Sansibar, Mechatok al Tanssin talo

Foto: Nikla Shampinen

Nel best of dell’ultimo giorno di festival (almeno per noi che dobbiamo tornare a casa) spaziamo tra generi lontanissimi: Glayden lo abbiamo amato per la sua elettronica progressive, quasi gabber, e la vibe anni ’90 ed eurodance. L’artista di base ad Helsinki, che sembra la versione hardcore di Ketama126, pesca da ogni immaginario possibile e ne crea un suo personale, in cui liriche da canzonette pop incontrano basi trance e a volte trap. Con una modalità ancora una volta do it yourself, scrive, canta e si suona pure i pezzi da solo. Sassy 009 è invece l’altro lato della Scandinavia: da Oslo ha portato la sua vibe grunge e hyperpop che le permette di mettere insieme cover dei Limp Bizkit e batteria alla J Dilla. Ultime due menzioni speciali prima di lasciare la venue stremati e felici: Mechatok, DJ tedesco zarro il giusto i cui DJ set sembrano playlist create da un’AI impazzita; e i due local Katerina e Sansibar, che hanno fatto tre ore di set tra Detroit techno, beat morbidi e afrofuturismo da shazammare dall’inizio alla fine.

Altri dettagli degni di nota di questa Helsinki Music Week: abbiamo constatato da vicino che sì, ad Helsinki sembrano tutti usciti da una band Metal anni ’90 perché è stato in genere predominante dopo la fine dell’influenza sovietica; i finlandesi hanno la stessa ironia dei film di Aki Kaurismaki, surreale e sempre leggermente imbarazzata; in Scandinavia hanno tutti un’incomprensibile passione per l’EDM che sarebbe stata troppo anche per Avicii. Ma loro ne vanno fieri e chi siamo noi per distruggergli il sogno.