Enrico Terrinoni: «James Joyce è punk come Johnny Rotten» | Rolling Stone Italia
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Enrico Terrinoni: «James Joyce è punk come Johnny Rotten»

Il traduttore dell'Ulisse ci racconta il suo spettacolo che unisce Bob Dylan, William Blake, Tom Waits, Giordano Bruno e Shane MacGowan. Tra letteratura, musica e algoritmi: «Viviamo nell’epoca della semplificazione»

Erico Terrinoni. Foto: Chiara Lucarelli

Erico Terrinoni

Foto: Chiara Lucarelli

«Joyce è stato un artista che si sporcava le mani esattamente come se le sporcava Johnny Rotten», dice Enrico Terrinoni, ma non la considera una provocazione. E forse basterebbe questa frase per capire dove vorrà portare il pubblico con La soglia dell’invisibile, la lectio-spettacolo che debutterà il 29 maggio al Teatro della Sapienza per Umbria Green Festival. Nel racconto del traduttore italiano, l’autore dell’Ulisse non è il santino che riempie le biblioteche e resta intonso sugli scaffali, ma è uno che rompe il linguaggio dall’interno come facevano i punk. Un artista che, per Terrinoni, ha fatto alla letteratura quello che Bob Dylan, Tom Waits o certa tradizione folk irlandese hanno fatto alla musica: togliere per arrivare più vicino alla verità.

Nello stesso modo nello spettacolo entrano anche William Blake e Giordano Bruno, la poesia mistica, la morte, l’immaginazione e perfino la “materia oscura” del pensiero, senza però l’aria da conferenza universitaria travestita da evento culturale. Terrinoni parla di letteratura come si parlerebbe di musica in un pub di Dublino: qualcosa di vivo, irrazionale, pieno di fantasmi, tabù, corpi, ambiguità e ossessioni. «Viviamo nell’epoca della semplificazione e dell’eccesso di razionalità», spiega in questa intervista, e sugli algoritmi e l’intelligenza artificiale tira fuori una definizione più politica che letteraria: «È una prigione a forma di rete».

D’altronde, nel suo spettacolo, Dylan non è un cantautore “prestato” alla poesia. È l’erede naturale della grande letteratura novecentesca: «Il romanzo di oggi somiglia molto più al romanzo dell’Ottocento, piuttosto che alla rivoluzione punk e rock che hanno messo in scena Joyce o Blake». Poi sorride ricordando i tempi in cui suonava punk irlandese con una band chiamata The North Ciders, “gli ubriaconi da pub”. E improvvisamente tutto torna: il professore universitario e il musicista, il traduttore dell’Ulisse e l’estimatore di Nick Cave e Vinicio Capossela, e la letteratura smette di spiegare il mondo e torna a suonarlo dal vivo.

Erico Terrinoni. Foto: Chiara Lucarelli

Foto: Chiara Lucarelli

Una lectio accademica si trasforma in qualcosa a metà tra un concerto, un reading e una performance teatrale. La letteratura, da sola, non basta più nell’era dei social?
Esattamente, credo sia questo il punto. La musica e la letteratura si incontrano nello stesso luogo, che è quello dell’immaginario, in cui il linguaggio di tutti i giorni, che usiamo nelle comunicazioni, non basta più. Non tutti i libri sono letteratura, ma la grande letteratura non si pone l’obiettivo di rivelare, ma affonda le radici nel mistero e tenta di abitarlo. Gli autori che ho scelto per questo recital sono molto distanti, però sono collegati da questa idea: l’arte non elimina il mistero, anzi, dà voce a questa nostra oscurità.

Letteratura e musica nel tuo spettacolo sembrano nascere insieme.
Sì, perché quando pensiamo alla letteratura classica, come l’Odissea di Omero, ci dimentichiamo spesso che i versi nascevano per essere cantati. Poi siamo stati abituati a vedere staccati questi due elementi. La culla della letteratura, invece, è proprio nel connubio con la musica. Questi grandi poeti della musica del Novecento sono i veri eredi della grande lezione letteraria che avevano mandato un messaggio al futuro che non è stato ripreso dai loro colleghi. Infatti il romanzo di oggi somiglia molto più al romanzo dell’Ottocento, piuttosto che alla rivoluzione punk e rock che hanno messo in scena Joyce o William Blake.

A un certo punto dici che “la grande arte non dà risposte definitive, ma fornisce domande continue”. Oggi però siamo nell’epoca delle opinioni immediate, degli schieramenti netti e degli slogan. La letteratura e la musica hanno ancora il diritto di essere ambigue?
Viviamo nell’epoca della semplificazione e dell’eccesso di razionalità. Ci dimentichiamo che i nostri padri culturali erano persone che sapevano essere tanto razionali quanto irrazionali. Se pensiamo che la chimica nasce dall’alchimia, i grandi rinascimentali erano al contempo dei matematici e dei maghi. Non a caso, nello spettacolo, entra anche Giordano Bruno, che era un filosofo eretico e anche un mago convinto che con la magia fosse possibile far tornare in vita i morti. Ecco allora che, in quest’epoca di semplificazioni estreme, diamo per scontato che la razionalità completi tutta la nostra essenza, quando invece la materia oscura del nostro pensiero ci definisce e la razionalità è solo una piccola parte. Tante scelte avvengono per impulso, come l’innamoramento, oppure quando ci piace una canzone la abitiamo nella sua oscurità. Ce lo dicono gli scienziati stessi: ci parlano di un universo in cui la materia ordinaria è la minima parte, mentre quella oscura è sovrabbondante. Quindi possiamo pensare anche noi che la nostra mente abbia questi lati oscuri che sono quasi più importanti di quelli in chiaro.

Portare luce nell’oscurità, senza per forza dare troppe chiavi di lettura, è utile anche a lasciare al lettore o all’ascoltatore la possibilità di aggiungere la propria sensibilità, no?
Infatti i musicisti lo hanno capito benissimo. Abbiamo una lunga schiera di grandi musicisti che non sapevano leggere la musica e riuscivano comunque a fare cose meravigliose. Non avevano cultura musicale, eppure riuscivano a sondare universi impensabili.

Nel tuo spettacolo Joyce sembra una figura punk, anti-sistema, uno che rompe il linguaggio dall’interno. Joyce è un po’ il Johnny Rotten della letteratura?
Non è solo il mio pensiero, ma è confermato da alcune fonti. Per esempio alcuni dei pensieri più interessanti su Joyce li esprime Shane MacGowan dei Pogues, un simbolo della scena punk, il quale spiega come Joyce abbia agito sul linguaggio proprio come hanno fatto loro, fregandosene delle regole e delle strettoie precedenti per creare qualcosa di nuovo. La scena, in letteratura o musica, cambia attraverso lo scardinamento. Quindi Joyce può essere considerato uno dei primi punk. E non a caso uno degli album dei Pogues, If I Should Fall from Grace with God, presenta la faccia di MacGowan e di Joyce una accanto all’altra.

Un parallelismo che non sempre è stato accettato dalle istituzioni culturali.
È un peccato che certi autori siano stati privatizzati dalle accademie, come se fossero dei monumenti e vivessero in torri d’avorio. Invece Joyce è stato un artista che si sporcava le mani esattamente come se le sporcava Johnny Rotten.

Analogamente molti oggi considerano Bob Dylan un poeta, dopo il Nobel per la letteratura, ma il mondo letterario lo ha accettato oppure lo considera un intruso?
I puristi e i conservatori non lo accettano, considerano il Nobel una forzatura. Per me è stato un premio più che naturale. Bob Dylan ha una capacità che pochi letterati hanno, che è quella di non comprendere ciò che sta creando. Mi spiego meglio. In un’intervista Joyce afferma: «Chi sono io per spiegare quello che ho scritto?». È un grande passaggio democratico. In Dylan è dimostrato dalla mobilità delle sue canzoni, che cambiano rispetto a quando sono nate, con versioni differenti o persino contrastanti. Si fonda sull’idea che l’arte non è fissa e cambia insieme a noi. Dylan non solo strameritava il Nobel, ma è questa la strada da perseguire, il connubio tra parole e musica. D’altronde, tutti i grandi letterati ambivano a creare musica con le parole.

Erico Terrinoni. Foto: Chiara Lucarelli

Foto: Chiara Lucarelli

Nello spettacolo parli del linguaggio come di una “prigione elastica”. Oggi si è allargata oppure i social, gli algoritmi e il linguaggio digitale la stanno restringendo?
Da un lato si è allargata, perché riesce a raggiungere più persone, solo che è come se fosse tentacolare. È una prigione a forma di rete, che connette le persone sulla base della semplificazione e non dell’accettazione della complessità. Così succede che utilizziamo sempre meno parole, con una ripetitività incredibile, e questo corrisponde alla logica dell’algoritmo, che ha l’obiettivo, come diciamo in linguistica, di disambiguare: trovare sempre la soluzione. Se chiediamo all’intelligenza artificiale di spiegarci una poesia la tratterà come fosse un problema matematico, quindi la risolverà con la logica. Invece la poesia non richiede una soluzione, non bisogna togliere ambiguità ma aggiungerla. Oscar Wilde riteneva la critica superiore perché aggiunge veli, appunto rivela, non li rimuove mai del tutto. Così quando ascoltiamo una canzone di Nick Cave la rendiamo nostra e la amplifichiamo.

In Tom Waits, invece, c’è sempre qualcosa di letterario, ma anche di carnale e di sporco. È un altro antidoto alla digitalizzazione del pensiero?
Tom Waits ha la grande capacità di dire tutto quello che gli passa per la testa. Nella bellissima canzone Everything You Can Think, nell’album Alice, canta: “Everything you can think of is true” (“Tutto ciò che puoi pensare è vero”). Ci fa capire quanto ci sbagliamo quando siamo convinti che la realtà sia solo quella che vediamo. Quello che non vediamo sono gli impulsi. Abbiamo ancora tantissimi tabù sulla corporeità, come per esempio della morte, e Tom Waits ci fa affondare in questi pensieri mentre ci troviamo in pub pieni di fumo e bicchieri di birra mezzi vuoti. Come Joyce, che per primo inserì un personaggio che leggeva un racconto mentre defecava in una latrina. Se vogliamo fare arte non può essere diminutiva, non può ridurre, ma mostrare il tutto.

Fra i grandi artisti parlerai anche di William Blake, artista visionario e psichedelico. Se fosse nato oggi sarebbe un poeta, un musicista, un performer o un pazzo da mettere in galera?
In vita ha rischiato l’arresto per le sue posizioni anti-monarchiche, per cui già allora poteva finirci. Oggi pensiamo a Blake come a un grande poeta, in realtà all’epoca era un illustre sconosciuto perché non lo comprendeva nessuno. Le sue opere profetiche sono uscite in pochissime copie e prodotte da lui stesso. Diceva di sentirsi capito soltanto dai bambini, cioè coloro che non si ponevano di fronte alla sua arte con la logica della comprensione. Oggi sarebbe considerato un matto, ma quanto Bob Dylan o Tom Waits. Un artista che non deve sottostare a nessuna regola, che parla al futuro e non al presente. Senza Blake non avremmo tanta letteratura contemporanea, non solo i The Doors. Per questo motivo l’impatto di artisti come loro è più ampio rispetto al presente, tanto che riescono a essere intergenerazionali.

Nel tuo spettacolo citi anche figure come Martin Luther King. La parola poetica ha ancora una forza politica reale o è diventata soprattutto intrattenimento culturale?
Si è rotto qualcosa in questo passaggio. Fino a pochi anni fa avevamo ancora grandi politici che erano anche grandi retori. Basta ascoltare i discorsi di Barack Obama, al di là che piaccia o meno, per capire la differenza in termini di immaginario rispetto a Donald Trump, che utilizza un lessico molto ristretto. La visionarietà nasce dalla creatività, tanto che il minimo comun denominatore dell’umanità è che è impossibile per chiunque non creare. Allora bisogna portare avanti messaggi che portino a ulteriori creazioni, non a una spiegazione definitiva. King nel suo sogno, che diventa realtà, ha immaginato e ci ha detto come sarebbe diventato il mondo. Si lega alla canzone di Bob Dylan Mother of Muses, dove mette insieme Elvis Presley e King, con connessioni che dovremmo tornare a fare perché altrimenti ci stiamo un po’ troppo assuefacendo a un mondo di semplificazioni.

Tra venti-trent’anni pensi che si potranno fare le stesse connessioni tra letteratura e musicisti di oggi, oppure la cinghia di trasmissione si è inceppata?
Sono ottimista, insegnando all’università vedo che hanno sete di complessità. E quando gli dai in pasto autori complessi, da un lato sono spaventati perché non abituati, ma dall’altro ne sentono il bisogno. Forse perché vengono trattati in maniera paternalistica, come se fossero dei poveri incolti che non hanno bisogno di appagare i propri stimoli. Vedo che diversi cantautori, anche italiani, perseguono quel tipo di logica visionaria. Come Vinicio Capossela, che considero il Tom Waits italiano. Viviamo in un periodo triste, ma ci sono musicisti, politici e professori che riescono ancora ad ispirare. E se passa il messaggio che le cose semplici non sono le migliori, anzi è esattamente il contrario, magari può tornare a cambiare qualcosa.

C’è qualche altro artista che oggi ti sembra su quest’onda di visionarietà?
Nick Cave per me è uno dei più grandi da questo punto di vista. Quando andiamo ai suoi concerti vediamo che sul palco salgono dai 15enni ai 18enni. Io ho vissuto molti anni in Irlanda, per cui uno dei miei miti è Shane MacGowan dei Pogues, ma anche Ani DiFranco mi ha sempre restituito quel tipo di suggestioni legate alla musica più visionaria.

Una provocazione al traduttore: James Joyce rimane lo scrittore più presente nelle migliori biblioteche e librerie, ma anche il meno letto?
Si diceva che è un autore più comprato che letto. Una volta si sentiva la necessità di avere una copia dell’Ulisse altrimenti la biblioteca non era rispettabile, anche se poi i libri erano intonsi. Però negli ultimi anni le cose stanno cambiando. L’Italia è il paese con più traduzioni al mondo dell’Ulisse, io ne ho fatte due ma credo che, in totale, siano almeno undici. Anni fa gli eventi pubblici dedicati a Joyce erano poco popolati, mentre adesso riempiono le sale. Ci sono personaggi dello spettacolo che hanno diffuso il messaggio che Joyce va letto ma va anche vissuto. Posso citare Alessandro Bergonzoni, che è la reincarnazione di Joyce in Italia, oppure Edoardo Camurri che è un grandissimo appassionato. Gli accademici, per lungo tempo, pensavano che Joyce avesse scritto per gli intellettuali, mentre invece è sbagliatissimo. Scriveva per cambiare il mondo ed era un figlio del popolo.

La traduzione è anche un po’ un tradimento? E qual è il confine?
Tradire in italiano significa sia non tenere fede a una persona o a un messaggio che tramandare. La traduzione vive dentro al paradosso che quando traduci da una lingua a un’altra stai cambiando tutto quello che si vede e che si sente. Cosa rimane? Un cambiamento, ma che è un’evoluzione. Un libro scritto in inglese nell’Ottocento e ambientato a New York letto in italiano nel 2026 diventa un’opera molto più ampia e la traduzione è un megafono. Senza le traduzioni non avremmo la Bibbia, quindi se si riesce a tradurre la parola di Dio, o Dio stesso è un traduttore, oppure gli uomini prendono la parola sacra e la moltiplicano. Quindi la traduzione è un cambiamento, se vuoi un tradimento, ma che amplifica un messaggio altrimenti ristretto a un piccolo pubblico.

Baricco sostiene che «ti giochi una buona quantità delle tue possibilità di stare al mondo con felicità sulla capacità che hai di lasciare andare le cose». Il punto è selezionare cosa salvare e cosa no?
È un discorso quasi scientifico, l’evoluzionismo darwiniano questo sostiene. Le specie evolvono lasciando indietro i tratti che non resistono. Funziona così anche in letteratura e in musica. Pensiamo a quanti scrittori o musicisti passano di moda perché non parlano più al futuro. Questo spettacolo prova a lanciare il messaggio che la musica è parte integrante, se non l’ambizione totale dell’arte, perché ogni scrittore vuole scrivere in maniera musicale. E soprattutto che nasce dallo stesso impulso. Con l’unica differenza che la musica può essere universale, la letteratura per esserlo deve passare attraverso l’evoluzione linguistica della traduzione. In una lezione una studentessa mi ha chiesto: «Perché non fa un corso su letteratura e musica?». Non è una novità, ma sto pensando di farlo. Perché la strada è sempre quella, cioè di dimostrare che i muri, nella vita e nell’arte, non servono a niente.

Una curiosità, ma questo spettacolo è nato da un professore universitario o anche da qualcuno che avrebbe voluto far parte di una band?
(ride) Quando ero a Dublino suonavo in una band che si chiamava The North Ciders, che può essere scambiato nella pronuncia con The Northsiders, “quelli del nord”, mentre invece tradotto letteralmente significa “gli ubriaconi da pub”. Suonavamo musica punk irlandese. Anche per questo considero Shane MacGowan uno dei grandi poeti del Novecento. Non a caso, poco prima della sua morte, il presidente irlandese Michael D. Higgins, a sua volta un poeta, ha conferito a MacGowan il riconoscimento poetico più importante dell’isola, il Lifetime Achievement Award. In Irlanda la musica è ovunque, come accadeva in Italia tanti anni fa, mentre oggi purtroppo si suona sempre meno. Per cui è vero, ho unito le mie due anime: il musicista da pub e lo studioso accademico.