È un po’ come andare a trovare i vecchi prof. di scuola quando l’hai già finita da un pezzo: sai no, quelli che ti piacevano tanto. Speri se la passino bene, che non abbiano perso voglia e entusiasmo, che abbiano ancora molto da insegnare. Ecco, di maestri all’ultimo Festival di Cannes, l’edizione numero 79 vietata agli italiani (ma mica ce la possiamo menare per sempre…), solo in concorso ne ho contata una squadra di calcio: dal veterano Pedro Almodóvar, 77 anni, al 35enne Lukas Dhont, che forse della lista è il supplente ma resta comunque uno che sulla Croisette in due partecipazioni si è portato a casa una Camera d’or e un Grand Prix. E scusate se è poco.
Che fossero lì, a strapparsi la Palma di mano l’un l’altro, non stupisce nessuno: più che altro è lecito domandarsi, più per il nostro che per il loro bene, quale sia lo stato di salute del loro cinema. Una domanda a cui dopo 12 giorni di film, smoking da mandare in lavanderia e salti mortali per schivare l’aglio che nemmeno Dracula, sembra del tutto lecita. Quindi, come stanno i maestri? Bene, grazie: e voi?
Il Festival ha parlato: chi entrava da re non è uscito da fante. Almeno nella maggior parte dei casi. Un esempio: dure registi molto diversi, divisi tra l’altro da 21 anni di età, come Paweł Pawlikowski e Ryusuke Hamaguchi venivano da due film molto forti, rispettivamente Cold War e Il male non esiste. Una flessione non avrebbe stupito nessuno. E invece si sono confermati a un livello altissimo: il polacco scomodando addirittura Thomas Mann in Fatherland (in un rapporto padre/figlia che è stato uno dei temi cardine di Cannes 2026), dove ribadisce la raffinatezza sublime della sua visione in bianco e nero (il direttore della fotografia è Łukasz Żal, lo stesso della Zona d’interesse) e in 4/3; il giapponese stupendo per tre ore e sedici minuti che scorrono come se nulla fosse con All of a Sudden, splendido e profondo film sulla «cura» che esalta addirittura la lezione (anche etica) di Basaglia e dei suoi matti da slegare.
Ma, guardando sempre a Est, non sfuggirà nemmeno lo «stato di forma» di Cristian Mungiu e Andrey Zvyagintsev, gente che un film non lo sbaglia nemmeno per scherzo. Maestri non solo per quello che hanno da dare, ma anche per una continuità impressionante, una serietà mai in discussione, una fedeltà a se stessi che non è facile riparo alla novità, ma sguardo sempre lucido e attento sul contemporaneo. Fjord di Mungiu agisce tra le pieghe di una storia che evoca (per noi italiani) quella della famiglia nel bosco: facendo esplodere le contraddizioni della società moderna in tema di accoglienza e integrazione, chiedendosi, tra le altre cose, se una società che impone i propri valori si possa realmente dire progressista. È la Russia invece nel mirino del dissidente Zvyagintsev che guarda a Chabrol (a proposito di maestri) per osservare senza sconti un’impunita «patria minotauro» che nel labirinto della menzogna pulisce il sangue con la carta assorbente.

‘Fjord’ di Cristian Mungiu. Foto: Festival di Cannes
Russi che mostrano i denti anche nel Queens anni ’80 di James Gray, un altro che fa quello che deve (e sa) fare, senza spacciarsi per quello che non è. Gray è Paper Tiger e Paper Tiger è Gray: è il suo film, è quella roba lì dai tempi di Little Odessa. È il suo vestito, gli cade sempre giusto, non fa una grinza: ottima direzione degli attori, sceneggiatura senza sbavature, aria sempre pesante.
Chi oltre a confermarsi rivela una versatilità impressionante è poi lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen (classe ’81, patentino da giovane maestro) che dopo Madre, As Bestas e la serie Dieci capodanni (su RaiPlay), tira fuori un film strepitoso – El ser querido (The beloved) – che rieccheggia di vita e verità in ogni sequenza. Anche in questo caso conflitto padre/figlia, ma a differenza di Sentimental Value, a cui per certi versi somiglia, in pieno delirio da set, con lotta all’ultimo ciak: il film nel film in questo caso è ben più giustificato che nell’ultimo Almodóvar, apparso invece un po’ stanco. Tornato sui passi di Dolor y gloria (ma andava già benissimo quello), il grande Pedro con Amarga Navidad cammina di nuovo sul terreno minato dell’autofiction, facendola franca solo parzialmente. Perché se geniale è l’autocritica di un regista che si lascia vomitare addosso tutti i suoi difetti e fragilità (anche quelli del film che stiamo vedendo…), il gioco di specchi, o di scatole cinesi se preferite, fatica un po’ ad accendere l’emozione, là dove le cose semplici vengono divorate dal tempo.

Bárbara Lennie e Victoria Luengo in ‘Amarga Navidad’ di Pedro Almodóvar. Foto: Iglesias Más/El Deseo
Chi regge senza sfigurare, lasciando magari qualche piccolo rimpianto per quello che avrebbe potuto essere, sono Hirokazu Kore-eda (Sheep in the Box è stato bastonato duramente, ma il suo chiedersi a chi appartengono i ricordi e i morti non è affatto riflessione da niente), László Nemes, che un po’ il dubbio che un altro filmone come Il figlio di Saul non lo farà mai più lo lascia, e (di nuovo) Lukas Dhont, che in parte sembra ripetersi e avere perso un po’ della tormentata e spiazzante originalità dei primi lavori.

‘Sheep in the Box’ di Hirokazu Kore-eda. Foto: Festival di Cannes
Delusione infine per Asghar Farhadi che lontano dall’Iran (Il passato a parte) fatica a trovare una quadra e a riproporre l’autenticità del suo cinema: in Histoires parallèles cita addirittura Kieślowski, ma i diversi piani narrativi più che intersecarsi si pestano i piedi, mentre realtà e finzione si contaminano a vicenda senza grande originalità. Tra i maestri, il più scarico.















