Addio a Carlo Petrini | Rolling Stone Italia
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Carlo Petrini, rivoluzione

Un ricordo del fondatore di Slow Food, con le parole di chi è stato testimone di un cambiamento irreversibile

Carlo Petrini

Carlo Petrini

Foto: Aarón Gómez Figueroa tramite Slow Food

Carlo Petrini è stato il Fidel Castro dell’enogastronomia e del piacere. La sua è stata una rivoluzione, ed è riuscito a realizzarla grazie ai suoi “uomini della Sierra”. Loro si sono dedicati anima e corpo a un progetto. Alla rivendicazione di un piacere che veniva negato, in quegli anni. E che partiva dalla pancia.

La Velier, la mia Velier, è nata negli stessi anni in cui nasceva Slow Food. Noi nel 1983, l’Arcigola, la divisione gourmand dei circoli Arci, nel 1986. Fu da lì che crebbe l’idea del Gambero Rosso: era, in origine, un inserto del Manifesto, un giornale della sinistra, legato al Partito Comunista. Succedevano cose come Il gioco del piacere: in contemporanea in diversi luoghi d’Italia, si svolgevano degustazioni, con votazione, di vini del nuovo mondo. Fu proprio Petrini, tra l’altro, a cominciare a parlare di vini del nuovo mondo in Italia. Comunque si trattava di una cosa piccola, ma importante.

Nel 1988, poi, nacque Slow Food, ed è lì che conosco Carlin. Al tempo avevo una rubrica di leisure, se così si può dire, su Italia Oggi, che all’epoca era il competitor de Il Sole 24Ore. Per loro intervisto Carlo Petrini, e così ci incontriamo. Era il 1991. Ci siamo frequentati molto, durante il reciproco percorso. Per esempio, insieme abbiamo fatto il Presidio dei vini georgiani, ma anche del clairin tradizionale di Haiti (ufficializzato nel 2018).

Dopo, naturalmente, è nata l’università del gusto, che è poi l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che Carlin aveva voluto fortemente. Ci facevo il relatore. Oggi tante persone della Velier hanno avuto un percorso di formazione in quelle aule. Petrini, devo dire, è sempre stato un uomo di palco. Lì lo mettevi, ed era il suo posto giusto. Carlin aveva un carisma unico. Calamitava i cuori e le menti. È anche così che si era creato quel manipolo straordinario di compagni di viaggio. Poi, come tutte le cose, la mia strada mi ha portato più lontano da lui.

Slow Food, comunque, ha rappresentato un cambio di passo straordinario, e unico. Ho detto rivoluzione perché questo è stato: prima non si parlava di prodotti regionali, della biodiversità mondiale. Quando nacque il primo Presidio, quello del Lardo di Colonnata, scoppiò una mania reale. Era il 1999, era un’Italia diversa. È stata la prima pietra di un movimento straordinario. Per non parlare dal Salone del Gusto e di Terra Madre…

Erano le cose di sempre, ma viste da un punto di vista completamente nuovo. Non c’era nessuno che pensava come lui, e per questo c’era tutto un gruppo di intellettuali, attorno a questi pensieri. Anche per questo, quelli che ho chiamato uomini della Sierra sono stati con lui tutta la vita. Perché quello che immaginava diventava poi realtà. Partendo da un’intuizione originaria: stava sparendo la biodiversità. Così, Petrini ha cercato di proteggere e propagare questi principi, partendo dalla storia delle culture e delle colture umane. Con un’apertura mentale particolare: lui non è mai stato un nazionalista, al contrario, era senza frontiere. Gli piaceva ciò che nasceva dai gesti, dagli impulsi positivi dell’essere umano. Quindi la sua rivoluzione è stata ancora più difficile, perché l’ha cominciata in un momento in cui tutto questo stava scomparendo. Anche con un certo spirito “contro”. Noi europei pensavamo di conoscere tutto, nel campo del piacere; Carlin ci ha fatto capire che probabilmente non conoscevamo niente.

Di Carlo Petrini ne nasce uno ogni secolo. E il mio mondo, quello che vivo ogni giorno, non sarebbe lo stesso se non ci fosse stato lui.