«Qualche lacrima, per prendere un po’ di tempo?»
Era l’ottantacinque, e la battuta d’uscita del suo Pompeo metteva ben in chiaro due fondamenta dell’arte di Andrea Pazienza.
Il dolore.
E il tempo.
Paz è stato anche una questione di tempo. Si dice spesso che nella storia del fumetto c’è un prima e un dopo Andrea Pazienza. Eppure, doveva ben crederlo chi se n’è concesso così poco, il tempo è solo una delle misure possibili del racconto. Vuoi mettere ad esempio la spazialità, anzi le dimensioni? Tutti gli strati, le profondità che ha esplorato (ri)portandone i segni e i sogni, le regioni del Paese e della testa che ha percorso, la storia sociale e quella di costume sulle quali ha lasciato la firma. Su quella letteraria, neanche a parlarne. La storia, infine, con la maiuscola: il DAMS, il Movimento, il corto circuito generazionale, le sostanze. Tema e svolgimento, tutto insieme.
E poi certo, anche i luoghi. Meglio, gli spazi: sempre e comunque oltre. L’altrove, da cui è venuta questa stella cometa ad attraversare la nostra cultura e controcultura. Lo spazio, forse, al singolare. Quello profondo, e freddo vero, come sapeva bene.
«La pazienza ha un limite, Pazienza no»: didascalia in alto a destra, nella prima tavola e prima apparizione di Zanardi, sul numero cinque di Frigidaire. Il liceale biondo col naso da rapace si presentava così. Aveva appena crocifisso il gatto della preside, salve a tutti, sono Zanna e mi disegnano così. Il limite della pazienza, non di Pazienza: veniva da pensare certamente al limite del buon senso, della decenza morale e della provocazione.
Ma pensiamo oggi al senso più concreto del termine.
Limite.
Ovvero barriera, dello spazio e del tempo che ci è concesso, o qualcuno si concede: Non sempre si muore, recita felicemente il nome della mostra su Paz in corso al MAXXI.
Ovvero margine, cioè restrizione o freno, anche e soprattutto inibitorio.
Ovvero confine, come quello della platea dei lettori di fumetti, dei giornaletti, oltre il quale non poter andare.
Al debordante Paz, vivissimo settantenne, allora come oggi non attiene niente di tutto questo. Limite vs Pazienza: quella didascalia non era la sfrontata baldanza di un artista straordinariamente cosciente di sé a neanche venticinque anni. Non era neanche il brillante calembour per riempire bene la periferia di una tavola. Era una dichiarazione poetica.
Sub-lime, nell’accezione dei latini, non lo è mai stato in un nessun momento. Non con Pentothal e il suo autobiografismo di straniamento e d’esclusione. Non con Zanardi e il suo vuoto pneumatico, non con Pompeo a consumarsi e consumare i suoi ultimi giorni, il più connesso alle nuvole parlanti della sua vita. Che è stata la vita di un interprete autentico, viscerale e generoso delle inquietudini della sua generazione, del freddo vero, dove vero sta con il senso più leopardiano del termine. Persino nelle digressioni fiabesche, medievali, cavalleresche, oniriche. Anzi, forse di più.
Mai uguale a sé stesso, persino di tavola in tavola all’interno della stessa storia: Paz non è stato né facile né digeribile. Più che politicamente scorretto, semplicemente scorretto. Sfacciato e disturbante almeno quanto lo era, e lo è, la realtà. Spudorato autore, più di tutto, di una nuova e indispensabile grammatica per la disperata cattiveria dei suoi tempi: una lingua che ha intercettato e messo in connessione decenni estranei tra loro, e continua a farlo.
«Una laurea ad honorem dal DAMS?» scherzava ricordando in un’intervista i paio d’esami che gli mancava prima che avesse mollato tutto. «Magari quando avrò sessant’anni. Ma chi lo sa se ci sarà il DAMS quando avrò sessant’anni. Chi lo sa se ci sarò io». Quel maledettissimo talento di leggere i segni e il tempo: oggi gli anni sarebbero settanta, il DAMS è vivo e lotta insieme a noi, e di Paz c’è moltissimo da honorare. Da conservare. Da rileggere e interpretare.
Cinico, infame e violento come il film di Lenzi del settantasette, proprio l’anno del Movimento, proprio l’anno del suo esordio su Alter Linus con Pentothal, così uguale a lui, così dentro e così fuori quello che accadeva. Come nel Nietzsche di Al di là del bene e del male, Paz ha guardato l’abisso e l’abisso ha guardato in lui. E s’è fatto infine letteralmente abisso, raccontando quello che conosceva meglio, e meglio di tutti, derivandone accademia, nell’avamposto accademico più antico d’Europa.

Foto: Marcello Mencarini/Getty Images
Bologna: più che uno dei luoghi, il luogo, il crocevia di confluenze e provenienze. Compresa la sua: subappennino dauno, la provincia, i lungomari e i silenzi, il papà ragguardevole acquerellista, il gusto giovanile per il tratto transalpino, i fumetti di Mœbius e in particolare il suo Blueberry. Parigi nello spirito, negli sguardi sempre laterali ma mai distratti, nel nomignolo dato allo spiritello di Pompeo, miraggio di liberté.
Nella storia del fumetto c’è un prima e un dopo Andrea Pazienza, e non si vedono errori. Se non ci fosse stato Paz avremmo avuto Zerocalcare? Ampiamente improbabile. Avremmo avuto Davide Toffolo, Pagani e Caluri, Cavenago? Decisamente improbabile. Avremmo avuto Gipi? Del tutto escluso. Paz ha lasciato il segno, e il disegno, su almeno due generazioni di fumettisti, fino ad ora. Anzi, di generazioni di artisti e intellettuali in senso più ampio e trasversale, come Pier Vittorio Tondelli ben sospettava. Non è semplicemente storia: è ovvietà. È la stringata cronaca di un avvistamento rapido quanto indimenticabile, un extraterrestre comparso in Puglia, poi in Abruzzo, poi in Emilia, ovunque vivessero sogni di anarchia e di cavalieri, e incubi di spade e di freddo vero, prima di ritirarsi e prepararsi a sparire.
Nei tarocchi la carta dell’eremita è uno degli Arcani Maggiori, e vuol dire: introspezione, ricerca interiore, isolamento volontario per comprendere sé stessi. Suona familiare? Per fare l’eremita, alla lettera, lui aveva scelto la campagna di Montepulciano. E lì sua moglie Marina lo aveva trovato nel bagno, quando era già altrove, solo un po’ più tardi dell’Epifania dell’ottantaquattro che una volta aveva preconizzato per gioco come data di morte, come se la sua stessa sopravvivenza fosse una smazzata di tarocchi. Qualche tempo dopo Marina Comandini aveva trovato in casa anche delle righe di Herman Melville che aveva sottolineato: «Io lascio un bianco e torbido solco, acque pallide, volti più pallidi, ovunque io navighi. Flutti gelosi si gonfiano lungo le fiancate per sommergere la mia traccia. Facciano pure, ma prima, io passo». Suona piuttosto familiare anche questo.
Paz è passato eccome. Al di là del bene e del male per davvero. È stato qui, tracce comprese. Come quella di scegliersi di nascosto un epitaffio da Moby Dick, con congruo anticipo. Sulla tomba, a San Severo, un vero epitaffio non c’è. C’è la sua firma autografa, senza date di nascita e congedo, senza inizio e senza fine, come è giusto per un’apparizione arrivata da qualche altrove. C’è la nuda terra, come espressamente voleva, e c’è una grossa pietra del suo Gargano, ha quei piccoli buchetti che chi arriva riempie con pennarelli, lapis, matite colorate. Con quelle matite ogni tanto qualcuno scrive anche qualcosa, direttamente sulla roccia: un pensiero, semplicemente il proprio nome, tracce di passaggio. Al Père-Lachaise non lo permetterebbero. Ma a un certo punto anche lì hanno lasciato fare, tanto chi non ha un limite se ne frega, e lo fa comunque.










