Mind Enterprises: «All’estero usiamo i cliché che gli italiani cercano di scordare» | Rolling Stone Italia
Secco e Baffone

Mind Enterprises: «All’estero usiamo i cliché che gli italiani cercano di scordare»

Dall’indie di casa nostra al Coachella. Il duo Italo disco ha trasformato la nostalgia per gli anni ’80 e un’italianità stereotipata in un fenomeno pop internazionale grazie al feticismo analogico e a video virali sui social

Mind Enterprises: «All’estero usiamo i cliché che gli italiani cercano di scordare»

Andrea Tirone (Secco) e Roberto Conigliaro (Baffone), i Mind Enterprises

Foto: press/Infamous

Prendete un immaginario italiano da cartolina, passatelo al setaccio di TikTok e di Instagram e confezionatelo per i club di tutto il mondo. Il successo transnazionale di Mind Enterprises, duo composto da Andrea Tirone (soprannominato Secco) e Roberto Conigliaro (Baffone), si muove su questo crinale e ha la capacità di trasformare il cliché dell’italianità in un brand pop. Un’operazione che, a prima vista, sembra una banale furbata di rincorsa agli algoritmi, ma che si sta rivelando un vero e proprio caso di studio antropologico.

Andrea e Roberto sono due sopravvissuti dell’indie italiano che a Londra hanno azzerato il passato per ricostruire un alter-ego sintetico. In attesa di vederli a partire dal 30 maggio sui palchi dei festival italiani tra cui Spring Attitude, Locus Festival e Jazz:Re:Found, i due gestiscono un’azienda della nostalgia che macina sold out all’estero, esportando un’Italia geometrica, colorata e fatta di feticci. Il nuovo album Negroni Love rappresenta il manifesto di questo bizzarro cortocircuito, mettendo insieme il sentimento nazionalpopolare di Umberto Tozzi, la rilettura popolare di Bach, l’universo yuppie di Ezio Greggio, i paninari fuori da Burghy in piazza San Babila, le polo colorate modello Sergio Tacchini e le pagine stropicciate di Tuttosport al tavolo di un bar all’ombra della Mole.

«All’estero utilizziamo una serie di cliché che gli italiani cercano di scordare, ma che nel mondo attraggono profondamente. Conta tantissimo il potere dell’italianità e senza dubbio i social amplificano questa estetica», racconta Andrea. «C’è un’idea dell’Italia legata alla moda e un’illusione che gli altri non sappiano godersi la vita come noi. Ma è un’immagine quasi finta, uno stereotipo, perché poi passiamo la vita nel traffico. Però noi italiani questo senso del bello ce lo abbiamo dentro e riemerge appena usciamo dai confini nazionali».

Sentendo le vostre canzoni, la domanda sorge spontanea: quanta furbizia c’è nel vostro sound?
Andrea: Zero furbizia, tutta naturalezza. Facciamo la musica che ci piace, alla fine è sempre la scelta migliore.

Com’è nato Negroni Love?
Andrea: Quando inizio a scrivere vado a caccia di strumenti. L’anno scorso ho recuperato un sintetizzatore Jupiter 6 degli anni ’80 da un produttore techno a Cagliari e ho iniziato a unire l’Italo disco con gli elementi giusti per fare un buon party. Poi Roberto mi ha raggiunto a Barcellona e abbiamo scritto il disco. Provavamo i pezzi in diretta Instagram ed è scattato un allineamento di pianeti con l’algoritmo che ha generato un riscontro pazzesco. Questo ci ha dato la conferma definitiva che il sound funzionava senza doverlo stravolgere per forza.

Quali sono gli artisti da cui avete preso maggiore ispirazione?

Roberto: Tutta la roba Italo disco degli anni d’oro, dall’80 all’83: i dischi di Kano, Koto, Cyber People. Ne abbiamo masticata tantissima.
Andrea: L’Italo disco vive di singoli, non di album. Prendi la traccia di uno, il pezzo dell’altro ed è quel sound complessivo che ci ha dato l’ispirazione.

Foto: press/Infamous

Parliamo dei brani dell’album. Another World mi ha ricordato le atmosfere di Children di Robert Miles. È quella l’ispirazione? Da dove nasce il ticchettio iniziale?

Andrea: Ci hai visto giusto con Robert Miles, è uno dei nostri ascolti storici. Lì c’è un’ispirazione più anni ’90. Per il ticchettio dell’orologio forse inconsciamente mi era venuta in mente Time dei Pink Floyd, oppure sentivo che l’intro era vuota e ce l’ho messo.

Perché l’Aria sulla quarta corda di Bach? Perché la classica?
Andrea: Credo ci sia molta affinità tra l’Italo disco e la musica barocca italiana di Scarlatti o Vivaldi. Un violinista mi diceva che Bach ha una struttura matematica che ricorda la musica leggera ed è vero.

Perché riprendere Gloria di Umberto Tozzi proprio adesso, con il suo addio alle scene e il musical in partenza in autunno?

Andrea: Pura fortuna. È un pezzo nato a gennaio 2025 in studio da Lauer, un dj di Francoforte nostro amico. È stato lui a dirmi che dovevamo fare un pezzo di Tozzi da dancefloor. L’abbiamo arrangiata insieme perché eravamo gasatissimi, senza il pensiero di avere una strategia di marketing.

Un altro dei vostri brani cita il giornale sportivo torinese Tuttosport. Che rapporto avete con lo sport?
Roberto: Io gioco e seguo molto il tennis, mi affascina l’estetica vintage delle polo anni ’80 e ’90.
Andrea: A me dello sport non importa, sono un profano totale. Però mi affascina il calcio come rito collettivo, così come l’estetica grafica di Tuttosport.

Ai tempi del vostro primo disco Idealist, uscito nel 2016, il sound era molto diverso. Cos’è successo in questi dieci anni?

Andrea: Idealist era cervellotico, scritto tutto al computer col rischio di incartarsi. Volevamo trasporre l’afrobeat in chiave elettronica. Poi abbiamo capito che l’Italo disco ci viene più facile perché nasciamo come band e pensiamo ai synth come a un gruppo vero.
Roberto: In quel periodo frequentavamo parecchio Stefan, il batterista dei Klaxons. Nel suo studio abbiamo iniziato a sperimentare con una montagna di synth, la LinnDrum, e ci si è aperta una visione diversa.

Andrea, prima di Mind Enterprises avevi una band in Italia, i Did. Poi ti sei trasferito a Londra. Cos’è successo?
Andrea: Volevo fare solo musica. In Italia ci credevo al massimo con l’incoscienza dei vent’anni, ma quando ho visto che gli altri componenti della band tentennavano tra l’università e l’idea di aprire un bar mi si è spezzato il cuore. Ho capito che dovevo dipendere solo da me stesso. Quindi ho comprato un computer e sono andato a Londra, senza un piano B e senza parlare inglese, pensando che lì ci fosse l’industria vera.

E com’è andata la gavetta all’inizio?
Andrea: Ho avuto una fortuna sfacciata. Appena arrivato ho pubblicato un 7 pollici e ho subito firmato un contratto discografico e di publishing. Avevo i soldi per fare musica a tempo pieno senza dover fare altri lavori. Sono convinto che in questo lavoro ci sia un 80% di fortuna e un 20% di ostinazione nel crederci.
Roberto: Anche io ero disilluso dalla scena italiana e dalle band senza una direzione precisa. Io e Andrea ci siamo incrociati in Sicilia allo Ypsigrock Festival, suonavamo con gruppi diversi ed entrambi ci eravamo appena trasferiti a Londra per gli stessi motivi. Ci siamo scambiati il numero e abbiamo iniziato a collaborare.

Come siete finiti ad esibirvi al Coachella?

Andrea: La notizia ci è arrivata mentre eravamo in un bar qualunque, durante una chiamata col booking agent americano. Non ci credevano nemmeno loro, perché è rarissimo che un progetto che non ha mai suonato negli Stati Uniti venga chiamato lì. Siamo stati posizionati come headliner dello stage Sonora Tent ed è stato un orgoglio enorme vedere l’Italo disco su un palco così importante.

Che pubblico è quello dei Mind Enterprises? Chi viene a sentirvi?

Andrea: È un pubblico molto variegato. C’è una fetta nostalgica di quarantenni e cinquantenni che rispolverano le magliette Sergio Tacchini e si mettono i baffi finti, sembrando paninari al massimo. Poi ci sono i giovanissimi. In Germania gli universitari ci seguono perché cercano un sound fresco e melodico che faccia da contraltare alla techno scura di Berlino. In Australia invece facciamo sold out, ma la gente ci guarda come se fossimo alieni scesi dallo spazio, incuriositi da questo sound così lontano da loro.