Uno o doppio, unico: ‘Kill Bill’, gargantuesco sempre | Rolling Stone Italia
me ne dia due

Uno o doppio, unico: ‘Kill Bill’, gargantuesco sempre

Torna in sala la versione “totale” dei due Volumi. Non un rimontaggio, ma «il quarto film di Quentin Tarantino», come precisava anche il manifesto di allora. Per lui lo è sempre stato. E anche per noi

Uno o doppio, unico: ‘Kill Bill’, gargantuesco sempre

Uma Thurman in ‘Kill Bill’

Foto courtesy Plaion Pictures

“Senza tagli”. È una delle diciture sulla katana nel manifesto, e bisogna ammettere che, nel caso di Kill Bill, suona come minimo divertente. Ferite da taglio piuttosto profonde ce n’erano e ce ne saranno, una lunghissima scia di sangue con l’acciaio di Hattori Hanzō o con qualsiasi altro mezzo. Sono oltre centodieci le morti registrate dall’intero copione di Kill Bill, novantacinque soltanto nel Volume 1, e stavolta le vedremo tutte insieme. Kill Bill: The Whole Bloody Affair è in sala dal 28 maggio al 3 giugno con Plaion Pictures, a 22 anni dal passaggio a Cannes. Non un ritorno. E nemmeno un rimontaggio.

Un film unico, «il quarto di Quentin Tarantino» come precisava anche il manifesto di allora, per lui lo è sempre stato. E in fondo anche per i fan, che avevano già ai tempi più o meno presente quella sua pazza idea di volerlo distribuire come un’opera sola, la divisione in due volumi proposta dai Weinstein per rispettare i tempi cinematografici, portare le persone due volte in sala, cash cash cash, eccetera.

A rubare l’occhio nel montaggio definitivo sarà soprattutto l’estensione del capitolo anime sulla vicenda biografica di O-Ren Ishii. Anch’essa storia di sangue e vendetta, che rischiò addirittura di saltare completamente in un ipotetico montaggio unico di allora, e fu una delle fortune della divisione. E poi, come è noto, la mattanza dei Crazy 88 alla House of Blue Leaves, completamente a colori come doveva essere prima della censura.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair | Trailer Italiano Ufficiale

Ma più che il cosa, l’argomento di questo passaggio in sala è il come, e se vogliamo il quanto. Un corpo unico, con l’ossessione indivisibile di una vendetta senza pause. E se The Whole Bloody Affair promette di avere almeno un merito, può essere quello di rimettere al centro l’idea di scrittura: la storia nella sua unità, lo spirito creativo torrenziale, ma anche formalmente coeso in sé, di Quentin Tarantino.

Nel making of di oltre vent’anni fa, David Carradine è davanti alla cappella di El Paso dove Bill, proprio lui all’apice del suo masochismo, e le sue Vipere Assassine hanno combinato quello che hanno combinato. «Io ho recitato in undici tragedie di William Shakespeare, che era piuttosto bravo a scrivere», dice, «ma per me Tarantino è il top». Ovvero, tra le altre cose, un grande, grandissimo scrittore. Se sia Kill Bill il suo magnum opus in termini squisitamente narrativi, può essere tema di feroce dibattito. Ma dover considerare il presente opus come una cosa sola è al di là di ogni ragionevole dubbio.

Può essere curioso misurare quel che si perde e quel che si guadagna nel Kill Bill Totale, nel concept dell’unico gargantuesco film, per dirla con il termine che Elle Driver rimpiange di non usare così di frequente, forse ignorando la natura stessa del suo creatore. Tra le cose che si potranno rimpiangere, certamente un altro degli effetti collaterali più belli della divisione in due capitoli: quel leggendario cliffhanger sulle note del flauto di pan di Gheorghe Zamfir, e con la voce fuori campo di Bill, il cui volto al momento è ancora un mistero. «Lei lo sa che sua figlia è ancora viva?»: uno dei più grandi ganci della storia del cinema, un coup de théâtre che riconnetteva all’idea di serialità, al nostalgico lo scopriremo nella prossima puntata che Tarantino intendeva omaggiare.

Foto courtesy Plaion Pictures

The Whole Bloody Affair piuttosto evoca esplicitamente la pienezza, lo scopo dell’insieme: un affair di totalità e di unità. “Bang Bang, my baby shot me down“, cantava Nancy Sinatra sui titoli di testa del Volume 1 nel 2003: così scoprimmo l’epopea di Kill Bill e ce ne innamorammo. Ma in quanti ci saremmo resi conto immediatamente che quell’epopea sarebbe finita esattamente così, con Beatrix shottata per finta dalla sua baby con una pistola di plastica a casa di Bill nell’ultimo capitolo? Si può ipotizzare che sia infinita la percezione degli easter egg in una visione completa e sequenziale, dalla gargantuesca durata di oltre quattro ore e mezza. Tutti nella testa, ancor prima che nella regia, di Tarantino: Bill che per prima cosa si sbottona la giacca nel momento che precede il massacro di Two Pines, e se la riabbottona prima dei cinque passi nei quali gli esploderà il cuore, oltre quattro anni dopo. Con la tecnica di Pau Mei, Beatrix gli aveva spezzato letteralmente il cuore, proprio come le aveva imputato Budd. Rimandi, allusioni, ritorni e ciclicità che la visione unica può restituire lustrati a lucido, un’architettura più fine di qualsiasi possibile decifrazione, una sconfinata geometria di corrispondenze.

È poco sentimentale, e forse anche poco generoso pensare a Kill Bill: The Whole Bloody Affair come somma delle due parti: omaggio ai fratelli Shaw e al cinema kung fu, più omaggio allo spaghetti western, primo capitolo più secondo, e via discorrendo. Il Kill Bill Totale promette semmai di essere il due più due che fa cinque. Un bel risultato a ben pensarci: perché Kill Bill è sempre stato in base cinque, e cinque è stato il suo numero magico. Cinque sono i capitoli in ognuno dei due volumi, cinque sono i componenti originari della Squadra Assassina Vipere Mortali, e altrettanti sono i malcapitati inclusi nella Death List Five che Uma Thurman traccia in pennarello sul volo per Okinawa. E ancora, la formula letale della Tecnica dell’Esplosione del Cuore con Cinque Colpi delle Dita, e cinque sono per l’appunto i passi che Bill riuscirà a fare prima di stramazzare al suolo. Si rischia di andare avanti a lungo.

Foto courtesy Plaion Pictures

Ma insomma, se mai c’è stato un numero chiave in Kill Bill è stato tutt’altro che il 2. Ma più che i numeri, le parole: a ferire sono quelle, come si dice. La questione è la narrativa, nella sua compiutezza e nel suo ordito degnamente shakespeariano. Tornano al centro la struttura, la totalità, l’originaria idea di compenetrazione tra yin e yang, primo volume e secondo, kung fu e spaghetti western. Ma non così distinti, non così a compartimenti stagni, non così in forma di tema/svolgimento. Piuttosto intrecciati, nel concepimento e nella realizzazione. «Tarantino non è un regista, è un’antologia» diceva David Carradine in quel making of. È un aspetto, certamente rilevante. Ma dare a Kill Bill il solo valore citazionista, e per così dire compilativo, mettendone in secondo piano l’impianto creativo, è forse stato vent’anni fa uno sbrigativo equivoco critico. E in tal senso, come la Sposa, anche il suo Bloody Affair può fare giustizia. E che sia in due portate oppure che o in una sola grande abbuffata, di certo la vendetta è un piatto che va servito al sangue.