‘King Marracash’ è il cammino dell’eroe di un rapper | Rolling Stone Italia
’Sta roba è popolare

‘King Marracash’ è il cammino dell’eroe di un rapper

Il primo documentario sul figlio della Barona è la storia di un ragazzo che dalle popolari ha conquistato il mercato, l’industria, un pezzo d’Italia, e che ora sente di voler ridare qualcosa indietro

‘King Marracash’ è il cammino dell’eroe di un rapper

Uno scatto backstage da 'King Marracash'

Foto: Lucia Iuorio

«È il nostro orgoglio, Fabio», dice un vicino di casa di Marracash ai tempi delle case popolari. Il ragazzo è rimasto lì nel complesso, ha tirato su una famiglia, Barona è ancora la sua casa. Mentre Marracash, che lì chiamano ancora Fabio, di strada ne ha fatta, tanta, tantissima, in un modo che forse non è chiaro nemmeno lui. Lui che, dentro, alla fine, è ancora il figlio di due emigranti siciliani a Milano, quello che spacciava, rubava motorini, ma al contempo leggeva libri e scriveva temi che preannunciavano il suo futuro.

È questa uno dei passaggi più semplici e commuoventi di King Marracash, il film documentario su Fabio Rizzo, in arte Marracash. Prodotto da Groenlandia e Disney+, e diretto da Pippo Mezzapesa, King Marracash (al cinema dal 25 al 27 maggio) è un viaggio nella storia del rapper, un grande cerchio perfetto che dalla Barona degli esordi ritorna alla Barona di oggi. È lì, nel quartiere popolare a sud di Milano, che il viaggio di Marracash ha inizio e che nel documentario diventa un punto di partenza e di ritorno (anche se Fabio, nella vita, abita ancora in una zona limitrofa al quartiere). Ma è anche il punto di arrivo, o meglio, dell’ultima grande tappa realizzata qualche settimana fa, ovvero quel Marra Block Party che lo ha riportato sotto quei palazzoni per un concerto, una restituzione, già diventata storia (qui leggete il nostro report).

KING MARRACASH | Trailer Ufficiale

Storia. Una parola fondamentale nella carriera di Marracash che per il rap italiano ha scritto pagine, battuto record, arrivando spesso alle cose per primo. E là dove non è riuscito a giungere come pioniere, ci è arrivato comunque meglio: il concerto a San Siro – che apre simbolicamente il documentario – ne è l’esempio perfetto. Non è stato il primo rapper ad avere un proprio show al Meazza, ma è stato quello che l’ha fatto meglio, per qualità, realizzazione, percorso.

Qui c’è tutto: gli esordi su MySpace, l’incontro con Guè (ai tempi Il Guercio), l’ingresso nella Dogo Gang, Roccia Music, i primi step nel rap italiano, le serate al Berlin, gli elefanti per le strade di Barona in Badabum Cha Cha. E ancora l’incontro con Paola Zukar, ancora oggi sua manager, Jacopo Pesce, suo discografico, ma anche il commento di Massimo Recalcati sul periodo depressivo prima della definitiva consacrazione da rapper a poeta. Il cammino dell’eroe. Che però, nel mondo della celebrità assoluta, porta con sé un’oscurità (interiore) al cospetto di una luminosità (esteriore).

Chi vi scrive ha vissuto in Barona, a fasi alterne, durante gli anni dell’università, quando una camera singola a Milano costava sui 300 euro e per una doppia te la cavavi con 200. Da studentelli spiantati pompavamo Popolare da uno stereo marcio (“AAA cercasi killer nella tua zona / per questo arrivo da Ba-Ba-Barona / così è come la vera Milano suona”) ed eravamo nel quartiere durante le registrazioni di Badabum Cha Cha, anche se probabilmente in quei giorni un elefante per strada ci avrebbe fatto pensare a un abuso di THC piuttosto che a un videoclip di un rapper italiano. In fondo, nel 2008 il rap in Italia era ancora poca cosa nel mainstream. Ma Marracash, in quei giorni al suo primo disco in major, aveva l’ambiziosa idea che la strada, la sua strada, potesse prendersi tutto l’oro che non aveva ancora mai visto. E così sono arrivati i dischi d’oro, e di platino.

Foto: Andrea Tafel

Una passeggiata tra i palazzoni popolari della Barona, una vacanza dalla famiglia a Nicosia – con madre, padre, fratello – in cui gli verrà conferita la cittadinanza onoraria, i discorsi con il team sul proprio percorso psichiatrico (e una possibile diagnosi di bipolarismo) e psicoterapeutico, la fin troppo chiacchierata story da power couple con Elodie (che qui è intervistata). Marracash, anche questa volta, fa qualcosa che gli altri rapper non fanno: parla profondamente delle proprie debolezze, dei propri sentimenti, di un’intimità che solitamente nel rap game, e tra gli uomini in generale, è nascosta, privata, muta.

Per anni Fabio e Marracash sono state due entità che si sono amate, rispettate, odiate, battagliate. E che forse, oggi, dopo un tour felice, il block party a Barona e la pace con Elodie, finalmente si stanno riunendo in una cosa sola. O come recita Marracash in apertura del documentario: «C’è tanto della mia storia nelle mie canzoni. Quello che dico e che sono coincidono. Vengo dalla periferia di tutto. Vengo da un niente che penso possa essere d’ispirazione per tutti». King, ancora una volta.