‘Amarga Navidad’: la recensione del film di Pedro Almodóvar a Cannes | Rolling Stone Italia
Historias paralelas

In ‘Amarga Navidad’ Almodóvar torna ad almodóvarare

Il cinema, la vita, la creazione, la morte. Ma anche i suoi primi film, lo sfottò ai registi «di culto», una non velata autocritica. La recensione

In ‘Amarga Navidad’ Almodóvar torna ad almodóvarare

Leonardo Sbaraglia in ‘Amarga Navidad’ di Pedro Almodóvar

Foto: Iglesias Más/El Deseo

«Il cinema è premonitore», dice Elsa in Amarga Navidad. Può essere premonitore anche all’interno dello stesso film. Segni, accidenti, rimandi che, si capisce fin dal principio, verranno utili dopo. Per capire dove va la trama, certamente, ma soprattutto per capire chi siamo noi, mentre guardiamo quella storia.

Nel suo nuovo film – in concorso a Cannes e nelle sale dal 21 maggio – Pedro Almodóvar mette, toglie, conduce, depista. Lo fa con lo spettatore (per fargli capire dove va la trama), lo fa soprattutto con sé stesso (per capire chi è lui, e di rimando chi siamo noi). È un discorso partito con il lucente Dolor y gloria e sviluppato nei film successivi. C’è il senso, però sempre vitale, dell’approssimarsi della fine (anche qui: malanni, crisi, pastigliette per l’ansia). C’è l’idea, meta-cinematografica però sempre fisica, che l’arte non possa mai prescindere dalla vita. C’è la rivelazione, a poco a poco, del meccanismo dietro le storie: e se il confine tra l’opera di genio e il bluff fosse, in fondo, sottilissimo?

Bárbara Lennie e Victoria Luengo. Foto: Iglesias Más/El Deseo

Il protagonista maschile di Amarga Navidad, Raúl (Leonardo Sbaraglia), è un regista iconograficamente molto simile al vero Pedro, come lo era Antonio Banderas in Dolor y gloria. Chioma grigia scapigliata, maglie di Prada, reverenza máxima da parte del pubblico cinefilo globale. È icona gay (scusate), gli danno premi alla carriera, potrebbe smettere di lavorare e starsene nella sua bella villa brutalista. Scopriamo che sta invece scrivendo la storia di Elsa (Bárbara Lennie), che è altro da lui ma molto simile a lui. Ha anche lei un fidanzato giovane e figo, attacchi di panico forse per paura della morte (la morte sua, la morte degli altri, la morte dell’ispirazione), soprattutto amiche (Victoria Luengo e Milena Smit) a cui ruba pezzi di vita per farci i suoi film. Le loro strade convergono e poi procedono parallele, col burattinaio che apre e chiude porte, fa entrare e uscire personaggi: dal suo copione, dalla sua vita.

C’è tantissimo cinema, in Amarga Navidad. Almodóvar ironizza sul significato di «regista di culto» (e risponde, più o meno: «Solitamente è uno che ha fatto un paio di film che non ha visto nessuno, ma quei pochi son diventati dei feticisti»; Elsa, anche lei regista, dopo quei due film si è trovata però a girare spot per campare). Gioca col suo cinema degli inizi: le ragazze del mucchio, gli striptease di maschi sexy, la movida che oggi è più infrattata forse perché il mondo è diventato più conformista (nei club dove una volta ci si spogliava allegramente, oggi si va «per scopare» oscuramente). Disseziona il suo film dall’interno: «Forse due scene totalmente costruite su due canzoni di Chavela Vargas sono un po’ troppo», pronunciata dopo che noi abbiamo visto, dentro il film-nel-film, due scene (bellissime) totalmente costruite su due canzoni di Chavela Vargas. Si lascia persino andare a un’amorevole autocritica: «I tuoi film migliori li hai già fatti», dice a Raúl la sua amica e assistente (Aitana Sánchez-Gijón) prima di liquidarlo.

Una scena del film ambientata a Lanzarote. Foto: Iglesias Más/El Deseo

Ma, anche qui, è un cinema che non prescinde mai dalla vita. Una fuga a Lanzarote, una festa con Barenboim e «tanta cocaina» (favoloso cameo di Rossy de Palma), un letto d’ospedale con una mamma morente che sorride, una bottiglia di mezcal al parco: è sempre altro a svelare davvero chi sono i personaggi (le persone) e il loro relazionarsi agli altri e al mondo. È sempre altro a indirizzarne il destino. Il cinema, in fondo, è solo quello che (ci) vogliamo raccontare.

Almodóvar i suoi film migliori probabilmente li ha già fatti, ma che significa poi “migliori”? In molti non gli riconoscono certi grandi risultati anche recenti (per quanto mi riguarda: praticamente tutti). È diventato un regista di culto molto presto ed è riuscito a restare tale nonostante le trasformazioni del cinema e del mondo, ma senza mai compiacersene. Più di tutto, non si è ammalato di quella senilità creativa che prende quasi tutti, a un certo punto.

Aitana Sánchez-Gijón e Leonardo Sbaraglia. Foto: Iglesias Más/El Deseo

Usa ancora il cinema come spazio di confronto con sé stesso e con la vita (e, ribadisco, sempre di più con la morte), come lavagna bianca su cui prendere appunti e poi cancellarli, tela di Penelope da fare e disfare, teatro di marionette da comporre e scomporre a piacimento, con amarezza (il titolo del film, cioè “Natale amaro”, sempre da una canzone di Chavela), dolcezza (per un attimo la storia potrebbe chiamarsi Dulce Elsa), e anche cattiveria.

Non c’è cinema senza vita, e viceversa. In queste due storie paralelas che si parlano, si inseguono, si copiano, si tradiscono, il finale – che ovviamente non vi svelo – è però solo della vita. Due personaggi in una casa che non sanno più che cosa dirsi: nel film di Almodóvar che più di tutti celebra e combatte la creazione artistica, le battute più difficili da scrivere restano quelle della vita.