'The Final Cut', il nuovo documentario su Lucio Fontana | Rolling Stone Italia
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Lucio Fontana, “potevate farlo anche voi”

Il nuovo documentario sull'artista, 'Lucio Fontana: The Final Cut', arriva al cinema dal 25 al 27 maggio. E ci guarda, quasi, come una sfida

Lucio Fontana

'Lucio Fontana: The Final Cut'

Foto cortesia

C’è una frase che perseguita l’arte contemporanea da almeno sessant’anni. Una frase pronunciata davanti a un monocromo, a un neon storto, a una banana attaccata al muro o naturalmente davanti a un taglio di Lucio Fontana: “Lo potevo fare anch’io”. Ed è interessante perché, quasi sempre, chi la pronuncia sta inconsapevolmente dicendo la verità. Certo che poteva farlo. Il punto è che non l’ha fatto. E soprattutto non l’ha fatto per primo.

Il problema dell’arte concettuale, in fondo, è che spesso arriva troppo presto rispetto alla capacità collettiva di comprenderla. O peggio: arriva così profondamente dentro il presente da sembrare quasi banale. Fontana lo aveva capito prima di molti altri. Quando alla fine degli anni Cinquanta squarcia le sue tele con i celebri tagli delle Attese, non sta semplicemente compiendo un gesto estetico. Sta demolendo secoli di pittura occidentale. Sta dicendo che il quadro non basta più. Che la superficie non è più sufficiente. Che lo spazio, il vuoto, la luce, il tempo e persino l’infinito devono entrare nell’opera.

Lucio Fontana

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Naturalmente il pubblico dell’epoca reagisce malissimo. Qualcuno si scandalizza. Altri ridono. Altri ancora insinuano che quei tagli alludano esplicitamente a un’anatomia femminile. La solita strategia: ridurre ciò che destabilizza a provocazione superficiale. Ed è esattamente questo che rende ancora oggi così interessante Lucio Fontana, The Final Cut, il documentario diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Nexo Studios in arrivo nei cinema italiani dal 25 al 27 maggio con la voce narrante di Miriam Leone. Perché il film non racconta soltanto un artista. Racconta il momento esatto in cui l’arte smette di rappresentare il mondo e inizia a perforarlo.

Il documentario è pieno di episodi che spiegano perfettamente quanto Fontana fosse distante dal proprio tempo. Heinz Mack ricorda la prima volta in cui vide una sua opera a Venezia: una tela completamente perforata. Si arrabbiò pensando fosse uno scherzo. E la reazione è quasi commovente nella sua sincerità. Perché ogni vera rivoluzione artistica all’inizio appare sempre ridicola oppure offensiva.

Lucio Fontana

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Anche Michelangelo Pistoletto racconta di una tela di Fontana vista in una galleria torinese tra commenti indignati del pubblico: «Bisogna fare in modo che i giovani non vedano questi scandali». Risultato? «Fontana mi ha spinto a trovare la ragione affinché diventassi artista», dice oggi Pistoletto. In pratica: il trauma perfetto.

E poi c’è la testimonianza forse più bella, quella di Alfredo Jaar. Prima di diventare artista, Jaar aveva fatto il mago per dieci anni. E probabilmente nessuno meglio di un ex illusionista può comprendere davvero Fontana. «Tagliare la tela fu un atto magico», racconta nel film. «Trasformava qualcosa di bidimensionale in tridimensionale. Era entrato dentro l’opera».

Ed è qui che il documentario diventa involontariamente anche una riflessione piuttosto feroce sul presente. Perché oggi di emulatori di Fontana è pieno il mondo. Artisti che bucano, tagliano, destrutturano, minimalizzano, svuotano. Ma quasi mai dietro quei gesti esiste una reale rivoluzione dello sguardo. Esiste piuttosto un’estetica già digerita dal sistema. Una formula visiva immediatamente instagrammabile, elegante, riconoscibile. Il problema non è il gesto in sé. Il problema è che oggi moltissimi artisti sembrano ripetere il linguaggio della rottura senza mettere realmente in crisi nulla.

Lucio Fontana

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Fontana invece il sistema lo aveva spostato davvero. Non produceva semplicemente immagini nuove: modificava la percezione stessa dello spazio. I suoi tagli non erano decorativi. Erano aperture mentali. Dietro c’erano la corsa allo spazio, il cinema di Michelangelo Antonioni, la tecnologia, la fisica, il desiderio quasi infantile di superare la materia. Persino il senso di alienazione de Il deserto rosso sembra attraversare certe sue opere tarde.

Il film segue questa traiettoria attraverso archivi inediti, opere provenienti da musei internazionali, immagini dell’Argentina dove nasce nel 1899, della Milano del Dopoguerra, della scuola di Buenos Aires dove insegna negli anni Quaranta, fino alla casa di Comabbio dove muore nel 1968. E dentro questo racconto appare anche Teresita Rasini, il grande amore conosciuto negli anni Trenta, presenza discreta ma fondamentale nella vita dell’artista.

Nel montaggio compaiono inoltre figure come Antony Gormley, Doug Wheeler, Carsten Höller, il filosofo Paolo Benantie l’architetto Norman Foster. Non semplici cameo autorevoli, ma la dimostrazione di quanto Fontana continui ancora oggi a infiltrarsi ovunque: arte, architettura, tecnologia, luce, spazio, persino spiritualità.

La distanza tra un gesto rivoluzionario e un semplice effetto estetico probabilmente si misura proprio nel tempo. Un gesto autenticamente radicale continua a generare domande, tensioni, imitazioni, perfino fastidio, anche decenni dopo la sua apparizione. Un gesto puramente estetico invece si consuma rapidamente dentro il flusso delle immagini contemporanee: viene fotografato, condiviso, replicato e dimenticato con la stessa velocità.

I tagli di Fontana, invece, restano ancora oggi una ferita aperta dentro la storia dell’arte. Non perché siano belli o provocatori, ma perché continuano a mettere in crisi il nostro modo di guardare. E forse è proprio questo che rende così attuale Lucio Fontana, The Final Cut: ricordarci che l’arte contemporanea, quando funziona davvero, non serve a decorare il presente, ma a destabilizzarlo.