‘Peter Hujar’s Day’: intervista al regista Sachs | Rolling Stone Italia
a day in the life

La New York queer di Ira Sachs

Arriva su MUBI ‘Peter Hujar’s Day’, un passo a due (starring Ben Whishaw e Rebecca Hall) che racconta una cultura, una comunità, una città. Ma senza nostalgia. L’intervista a uno dei pilastri dell’indie USA

La New York queer di Ira Sachs

Ben Whishaw in ‘Peter Hujar’s Day’ di Ira Sachs

Foto: MUBI

Ira Sachs è uno degli ultimi irriducibili del cinema indipendente americano. È un intellettuale, un newyorkese d’adozione (dettaglio che conta moltissimo, e lo capirete), un pilastro della comunità e della cultura queer. Vedetevi o rivedetevi i suoi primi film: The Delta (1996), Boy-Girl, Boy-Girl (1996), Forty Shades of Blue (2005). Girati con poco, diventati opere seminali. Dopo un paio di film più grandi (si fa per dire), vale a dire I toni dell’amore – Love Is Strange (2014) e Frankie (2019), grazie a Passages (2023) è stato (ri)scoperto dalla generazione Letterboxd. Quel triangolo (Ben Whishaw, Franz Rogowski, Adèle Exarchopoulos) ha riattivato la curiosità dei più giovani per la sua libertà di giocare con i generi (in tutte le accezioni), per l’energia selvaggia, per il valore politico senza avere nessuna agenda politica.

Mentre Sachs presenta a Cannes The Man I Love con Rami Malek, arriva su MUBI il 22 maggio il suo lavoro precedente: Peter Hujar’s Day. Un film per spettatori adulti che non vogliono farsi distrarre dallo smartphone durante la visione. Morto di AIDS nell’87, Peter Hujar (interpretato sullo schermo di nuovo da Whishaw) è stato un grande fotografo dimenticato e oggi, anche lui, riscoperto. Il film segue una giornata nella sua vita, per la precisione: il 19 dicembre del 1974. L’amica giornalista Linda Rosenkrantz (Rebecca Hall) lo va a trovare e si fa raccontare da Peter, registrandolo su un nastro, tutto quello che ha fatto il giorno precedente, per un progetto a cui sta lavorando e che non verrà mai realizzato. Quella conversazione andrà perduta, quindi ritrovata, infine trascritta nel libro che ha ispirato il film. Non succede niente, succede tutto. È un confronto tra identità, sessi, culture, aspirazioni, delusioni, con Manhattan che (non) sta a guardare. È a day in the life che è tutta la storia di una città, di una comunità, di un tempo che forse non esiste più.

PETER HUJAR’S DAY | Trailer ufficiale | DAL 22 maggio su MUBI

Perché Peter Hujar?
Conosco molto bene il lavoro di Peter Hujar dai primi anni ’90, e sono sempre stato molto ispirato e affascinato dalla serie di scatti che ha realizzato subito prima della sua morte. È una figura che mi ha sempre incuriosito. Stavo lavorando a Parigi su Passages con Ben Whishaw e siamo entrati insieme in una libreria gay. C’era una copia di questo nuovo libro con la trascrizione della conversazione tra Linda e Peter che era stata ritrovata alla Morgan Library di New York qualche anno prima [nel 2019], cinquant’anni dopo il loro incontro. Ho letto il libro in un pomeriggio e non appena l’ho finito mi è venuta la voglia di fare un film, e di farlo proprio con Ben. Ben e io condividiamo un immenso interesse per la comunità queer, la creatività e le persone che appartengono a quel mondo, e sapevo che avremmo potuto costruire qualcosa di interessante a partire da quel testo.

È come se volessi tramandare l’eredità della cultura queer alle persone più giovani?
Assolutamente no. Non mi interessa quello. Non ho una missione, non ho un messaggio, non sento di avere nessuna responsabilità a questo riguardo. Ho avuto solo uno stimolo rispetto a una storia. Per me è tutto al presente, se grazie a questo film alcuni scopriranno Peter va bene, ma non era la mia intenzione iniziale.

Anche il film sembra svolgersi al presente, in tempo reale. Non c’è nessuna nostalgia, sembra se mai che tu voglia utilizzare una lente attraverso cui guardare le persone e la cultura di quel tempo, ma non in modo nostalgico appunto.
I miei film in costume preferiti sono esattamente questi. Che poi “film in costume” è un’espressione interessante e ambigua: un film in costume è quello su un periodo diverso o girato in un periodo diverso? Se io guardo i film di Pialat degli anni ’70, potrebbero essere girati oggi. Passe ton bac d’abord [Fai la maturità prima], per esempio, è così fresco che sembra non avere tempo. E À nos amours [Ai nostri amori], di qualche anno dopo, forse anche di più. La mia intenzione era proprio quella di creare qualcosa in cui la distinzione tra passato e presente si perdesse.

Dopo Passages in particolare, mi sembra che tu sia interessato sempre di più all’essenza del racconto. Qui ci sono solo due personaggi in scena, un appartamento e dei dialoghi meravigliosi.
Sono curioso di sapere perché dici questo, perché per me questo film è tutto fuorché essenziale. È molto più complesso di così. Non stavo cercando di fare qualcosa di essenziale, ma solo una storia con una prospettiva diversa. Però sì, l’approccio di Peter Hujar’s Day è strettamente legato all’esperienza di Passages, ovvero alla convinzione che parte del mio interesse consista nel considerare il cinema come un luogo di piacere, e nel creare una relazione tra suono, corpi e luce. È la ricerca di un modo che in realtà sfida la semplicità: forse la sua essenza sta nel puntare a qualcosa che abbia il maggior numero possibile di livelli di bellezza diversi. La bellezza può essere emotiva, può essere linguistica, può essere narrativa, può essere spaziale. Cerco di essere libero di esprimermi il più possibile in questi ambiti, e anche libero di sbagliare a livello creativo.

Ben Whishaw e Rebecca Hall in una scena del film. Foto: MUBI

C’è anche, nel tuo cinema recente, il ritorno a uno stesso gruppo d’attori. Whishaw era in Passages, Rebecca Hall è nel film che hai appena presentato a Cannes, The Man I Love. Avere questa sorta di famiglia creativa ti fa sentire più libero e a tuo agio anche artisticamente?
In Peter Hujar’s Day ho avuto un’enorme fiducia da parte dei due attori protagonisti, il che ha reso la produzione un’esperienza gioiosa, e di solito la produzione non è mai fonte di gioia. C’è stata più gioia del solito proprio per la natura del mio rapporto con Ben e Rebecca. Ma in generale sono grato per tutti i rapporti che ho avuto con gli attori, anche quelli difficili. Penso a Rip Torn, un tipo notoriamente difficile. Ho girato un film con lui nel 2005 [Forty Shades of Blue], è stata un’esperienza dura ma anche molto profonda. C’è questo libro di Sarah Schulman, una saggista lesbica e una delle più grandi studiose della storia di ACT UP, intitolato Conflict Is Not Abuse. Ecco, per me le relazioni sono precisamente questo.

Di questi tempi potrebbe essere un’affermazione controversa.
(Ride) Potrebbe, sì. Ma io lo penso davvero. Ho avuto molti conflitti nella mia vita professionale, e penso che a volte quell’asprezza sia stata utile al processo creativo.

New York, insieme alla sua cultura queer, è un altro personaggio chiave di Peter Hujar’s Day. Non ci vado da qualche anno ormai, e in tanti mi dicono che è cambiata molto. Che cosa è cambiato di più? È ancora un luogo di libertà, di espressione libera, oppure no?
Dirò due cose. La prima: economicamente è cambiata in modo impressionante. Poterci vivere è sempre più difficile per tutti, soprattutto per chi opera in campo artistico. Quindi, senza dubbio, si sta perdendo qualcosa. Non vorrei dirlo, vorrei resistere, ma è un dato di fatto. È parte integrante della storia recente, e in una città come New York la storia la vedi accadere sotto i tuoi occhi giorno per giorno. Però dico anche un’altra cosa: che continua ad essere un luogo in cui persone appassionate, ambiziose, determinate e curiose arrivano per cercare un modo per esprimersi attraverso l’arte. Ci sono ancora persone straordinarie, questo carattere della città non è affatto scomparso. Molte persone le abbiamo perse perché non potevano più permettersi di viverci. Altre, prima ancora, per colpa dell’AIDS, che ha cambiato tutto. Eppure c’è ancora una comunità creativa residua molto vivace.

Rami Malek in ‘The Man I Love’. Foto: Big Creek Projects

Anche nel tuo nuovo film, The Man I Love, la New York queer è al centro del racconto?
Sì, e penso che per molti versi sia una continuazione del lavoro che ho iniziato con i film precedenti. Mettiamola così: è un film molto, molto personale. Quando ho finito di girarlo ho riguardato il mio primo film, Vaudeville, un dramma ambientato dietro le quinte del mondo del teatro, incentrato su un triangolo amoroso tra tre uomini, dove riflettevo sulla creatività e sul predominio della mascolinità. L’ho rivisto e ho pensato: con The Man I Love ho appena rifatto quel film. Il mondo che racconto in The Man I Love fa parte della mia vita fin da quando ero adolescente, ovvero le comunità creative, le comunità teatrali, le comunità queer, tutte queste cose. E poi c’è questa dialettica tra ciò che ho ricevuto dagli artisti degli anni ’80 e ciò che ho perso con la loro scomparsa. Questo continuo prendere e perdere è da sempre alla base del mio lavoro. Ho ricevuto tantissimo da persone come Ethyl Eichelberger, Frank Maya, Jack Smith o Cookie Mueller. Tutti loro mi hanno nutrito, e da quando ho scoperto la loro esistenza sento di dover portare avanti una tradizione, o meglio, voglio portare avanti una tradizione. Questo film ha molto a che fare con la loro presenza e insieme la loro assenza, che si è verificata in concomitanza con il tornado che ha attraversato la città, quell’uragano terribile chiamato AIDS.

Sei uno degli ultimi eroi del cinema indipendente americano rimasti, o così dicono. Ti senti tale? E soprattutto: è difficile continuare ad essere un regista indie, nell’industria di oggi?
Non saprei dirti. Personalmente, sono gratificato dal fatto di poter continuare a realizzare film davvero personali, come voglio io. E questo non riguarda ciò che vedono gli altri in me. Questa è la mia vita.