Hyst racconta il disco postumo del fratello Jesto: «Non potevo tirarmi indietro» | Rolling Stone Italia
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Hyst racconta il disco postumo del fratello Jesto: «Non potevo tirarmi indietro»

L'artista ci ha raccontato come è stato portare avanti l'eredità artistica del rapper, dal contatto quotidiano con la sua immagine e voce («uno stillicidio») fino alla polemica con Fedez. L'intervista

Hyst racconta il disco postumo del fratello Jesto: «Non potevo tirarmi indietro»

Jesto

Foto: press

Quelle notizie che non vorresti sentire mai: tuo fratello (…tecnicamente il tuo fratellastro, stessa madre ma padre diverso, ma il legame fra i due è strettissimo da sempre) che all’improvviso non c’è più, portato via da un infarto la scorsa estate a soli 41 anni. E non ci sono di mezzo dissolutezze, o chissà che altro: no, solo il destino. Questo è quello che è successo a Hyst, all’anagrafe Taiyo Yamanouchi: scoprire da un giorno all’altro che il fratello Justin se n’è andato, quel Justin che da metà anni 2000 si è fatto un nome nella scena rap come Jesto, prima come freestyler dalla rima veloce e poi, via via, sempre più approcciandosi alla scrittura ed al mondo del cantautorato indie, nell’arco di una carriera lunga vent’anni.

Ora: se già Jesto ha avuto appunto una vita artistica complessa, sfaccettata, in evoluzione, quella del fratello Hyst lo è stata (e lo è) ancora di più. Pure lui ben immerso in faccende hip hop (ad esempio nell’avventura Blue Nox, da cui sono passati anche Mecna e Ghemon), ma anche attore, registra, illustratore, presentatore televisivo e chissà che altro. Mille cose, che negli ultimi mesi sono però diventate una cosa sola: fare di tutto per far uscire Stato di coscienza. Quello che doveva essere – e in realtà è a tutti gli effetti – il nuovo album di Jesto. Un lavoro ambizioso, particolare, che prova addirittura ad unire rap, cantautorato e musica classica e che avrà pure una sua vita dal vivo, intanto il 23 maggio a Roma e il 27 maggio a Milano («Ma non aspettatevi un concerto tributo con mille ospiti che arrivano a portare omaggio, sarà una cosa diversa, davvero incentrata sul disco»). Ci siamo fatti una lunga chiacchierata con Hyst per capire come sono andate le cose. E perché Fedez, magari pure in buonafede, certe uscite se le poteva risparmiare.

Allora guarda, è davvero una situazione unica, questa intervista: perché Stato di coscienza è un disco di suo particolare, atipico, complesso, già sarebbe stato difficile parlarne con chi l’ha fatto davvero; figuriamoci doverlo fare con chi invece vi è coinvolto, ovviamente, ma in maniera comunque indiretta. O che almeno è dovuto subentrare pesantemente in un secondo momento, per la più brutta delle circostanze. Quanto c’è di tuo, in questo album? E quanto è stato fatto dalle altre persone che hai dovuto coinvolgere per portare a termine l’operazione e farlo uscire, questo Stato di coscienza?
In realtà c’è stata la fortuna – assai paradossale parlare di fortuna visto quello che è successo – che il disco era già assolutamente terminato, rifinito. Musicalmente era tutto pronto. Solo una cosa è stata aggiunta postuma: la strofa di Rancore. Strofa che peraltro già c’era, già pensata, scritta: si trattava solo di registrarla nella versione definitiva.

Tutto?
Anche il mix, per dirti, era già stato completato, quindi posso dire che sì, Stato di coscienza così come ci arriva oggi è esattamente come Jesto se l’era immaginato: come se l’era voluto, creato e rifinito. Almeno dal punto di vista meramente discografico è così… Che alla fine il contenuto musicale è la cosa che conta di più, no?

Ecco, ti chiedo: visto che tu tuo fratello lo conoscevi bene dato che con lui hai collaborato migliaia di volte, c’era il rischio, fosse rimasto vivo, che riaprisse però il disco anche a lavorazione teoricamente finita, facendo insomma dei cambiamenti all’ultimo, o addirittura oltre l’ultimo? Perché molti artisti sono così, lo sai.
No.

Risposta secca e decisa.
Justin su queste cose era molto rapido e preciso. Se si arrivava a quella che veniva considerata la versione definitiva, difficilmente aveva dei ripensamenti. Ti dirò di più: voleva uscire proprio molto presto, con questo album. Voleva essere molto più veloce di quanto poi siamo stati noi: Stato di coscienza lo stai vedendo ora, per dire, metà 2026, lui se lo immaginava fuori già per l’inverno scorso. Quindi no, per rispondere alla tua domanda: non penso sarebbe stato toccato nulla. Quello che c’è oggi è quello che Justin avrebbe voluto.

Jesto - La Legge dello Specchio (Official Video)

A questo punto mi devi dire che ruolo hai avuto tu.
Dopo quello che è successo, mi sono buttato in mezzo come supervisore artistico, ad affiancare lo staff che già c’era attorno all’album. Il mio compito è stato quello di garantire una coerenza con le idee, con lo stile, con la visione e col concept voluto da mio fratello. Ma anche lì c’è stata un’altra “fortuna”: lui aveva scritto tutta una serie di appunti rispetto a tutta una serie di scelte, e ho avuto modo di recuperarli. Per dire: il bianco e nero che vedi utilizzato quasi ossessivamente nei visual ufficiali, ad esempio in La legge dello specchio (il video di quella canzone è l’ultima cosa che è riuscito a terminare prima della sua scomparsa), sarà mantenuto anche per Il viaggio dell’anima e per Non avere paura – con quest’ultima che è un po’ la focus track dell’intero disco. Tutto questo perché Jesto stava lavorando a qualcosa che voleva essere molto sobrio, elegante, letterario.

Capisco. Ha senso, in effetti.
Anche l’uso dell’orchestra nel disco va esattamente in questa direzione, e nasce da questo desiderio. quasi fuori dal tempo, nelle sue declinazioni, che guardava più a Bergman o Murnau; un desiderio completamente diverso rispetto a quello che si vede in giro oggi e anche a quello che era lui in passato. Jesto ha passato fasi in cui il suo mondo era estremamente vivace, colorato, quasi barocco mi viene da dire, se non in qualche caso addirittura lisergico.

Questo album che esce ora, meno.
Stato di coscienza, nella sua testa, era ed è un taglio netto rispetto a questo passato. Siamo stati attenti a preservare tutto ciò. Io per primo. Negli anni ho girato video per lui, disegnato copertine: insomma, sapevo come ragionava su certi aspetti, sapevo quanto erano importanti per lui, come gli piaceva declinarli. E visto che questo album rappresentava evidentemente un passaggio importante nella sua evoluzione, non potevo esimermi dal prendere in mano la situazione e fare insomma un po’ da garante che la sua visione fosse rispettata al cento per cento. Anche perché a me risultava perfettamente chiara questa visione, sapevo dove arrivava, dove voleva andare; ma vista dall’esterno non era detto fosse così. Quindi sì: da un lato avrei fatto volentieri a meno di occuparmi di tutta una serie di cose relative a Stato di coscienza, credimi, dall’altro però non potevo tirarmi indietro. Semplicemente, non potevo. E poi comunque c’è stata un’altra fortuna ancora…

Quale?
Incontrare un ufficio stampa, Help, che ha capito perfettamente la situazione: hanno avuto un modo molto delicato ed al tempo stesso davvero presente di aiutarmi, di esserci, e tutto questo mentre io dovevo passare anche attraverso le mille trafile burocratiche con l’etichetta, eccetera. Alla fine Jesto si è divertito a lasciarmi non soldi, perché quelli non ne aveva, e neppure vestiti, i suoi mi starebbero troppo larghi: no, mi ha lasciato in eredità la sua vita professionale, che ha finito col sovrapporsi interamente con la mia in questo ultimo anno. Insomma, siamo nel classico stereotipo del fratello maggiore che si deve prendere in carico le cose che fa quello minore (sorride). Questo però per Justin era un album talmente importante che non potevo voltarmi e farmi i cazzi miei…

In effetti.
…parlando seriamente: non ti nego che spesso è stato uno stillicidio, essere così a contatto con la voce di mio fratello, i video, le immagini, le idee, praticamente ogni giorno. Davvero. Non è piacevole. Perché anche se nella mia vita e nella mia evoluzione personale, sia spirituale che umana, ho maturato una discreta capacità di gestire i lutti, perdere un fratello così giovane penso sia una delle cose peggiori che possano capitare. Ma proprio quando il compito di cui mi sono fatto carico iniziava ed inizia a sembrarmi troppo duro, proprio l’importanza e l’ambizione di questo disco mi aiutano a darmi una mossa, a superare le difficoltà sia pratiche che emotive. Non è un disco come gli altri. E sai perché?

Dimmi.
Sai, uno può parlare di spiritualità ed esoterismo e, come dire?, farsi le pippe da solo: usare cioè termini ricercati, farne una gara di abilità e di ricerca dell’attenzione, essere tremendamente autoreferenziali, eccetera eccetera. Bene: Stato di coscienza è l’esatto contrario. È un album che racconta una storia che è a servizio del pubblico, non dell’ego del suo autore. È un album in cui Jesto poteva infatti farsi vanto delle sue letture, della sua intelligenza, della sua profondità, invece no, cerca le parole più semplici e chiare possibili. E questo per un motivo ben preciso: per avere ancora più impatto. Per aprire delle porte. Suggerire dei percorsi. Che tu sia un fan di vecchia data di Jesto o semplicemente un neofita curioso, io credo che il tema della spiritualità sia affrontato qui in maniera talmente immediata, semplice e coinvolgente, quasi giocosa, che viene a cadere ogni forma di retorica, non c’è quella distanza che ogni tanto si forma quando si affronta certi argomenti e sembra obbligatorio cadere nell’ermetico, nella filosofia più oscura. Io trovo che sia una qualità eccezionale, questa.

Di sicuro è una dimensione piuttosto atipica, per un disco rap. Ecco: uso «disco rap» come definizione, e penso sia corretta; ma da persona informata dei fatti quale sei, vorrei chiederti qual era realmente il rapporto di Jesto con la cultura hip hop: anche alla luce del fatto che ad un certo punto della sua carriera è sembrato andare quasi più verso il cantautorato, l’indie.
Credo che Jesto non abbia mai avuto un legame particolarmente profondo con la cultura hip hop, anzi, diciamo in generale con la scena. Per me, è diverso.

Lo so. Conosco la tua storia. Ok che hai fatto e fai mille cose in altri campi, ma sei stato prima di tutto profondamente legato all’hip hop italiano più puro, rigoroso, underground.
Io il valore della cultura hip hop lo sento forte: ma in primis come simbolo, come concetto, come metafora di unione, di evoluzione nel saper coltivare e valorizzare un talento. Io dopo trent’anni posso solo dire che la cultura hip hop è una cosa bella: a me ha fatto del bene. Ma se devo pensare più alle persone che ci stanno dentro, beh, non credo che appartenere o meno a questa cultura abbia fatto la differenza. In essa ci sono belle anime, esattamente come ci sono anche cinici, egoisti, materialisti. Ecco: Jesto era una persona meno coriacea di me, molto più sensibile. Per lui scegliere di frequentare delle persone era più difficile. Sapendo di avere una sensibilità molto spiccata, stava infatti molto attento ad aprirsi, a concedersi; e il fatto che qualcuno appartenesse alla cultura hip hop ed al mondo del rap non era per lui un attributo sufficiente per pensare che questa o quella persona fossero ok.

Jesto - Il viaggio dell'anima

E invece col sistema dell’industry musicale in generale il rapporto com’era?
Sicuramente brutto. Ci sono in quel contesto troppi meccanismi che bypassano i rapporti umani: una cosa a che a lui non andava giù in alcun modo. Infatti più e più volte mi ha chiesto di fargli da manager: «Devi farlo tu, devo mandare avanti te. Perché quando parli te la gente si mette paura. Io no, se ci parlo io con loro capiscono subito che sono uno fragile, che sono uno che possono ingannare… Con te, no. Con te sanno che non possono fare i furbi». Io un po’ gli ho fatto da manager, un po’ a dischi alterni, solo un po’, ma perché era un lavoro che mi costava una fatica immane. Come puoi immaginare, non era semplice lavorare per lui. È davvero ironico che sia riuscito a costringermi a farlo, di lavorare al cento per lui come manager, andandosene per sempre…

A proposito di ironie ed amarezze: un minimo ti conosco, e so che ti dev’essere costata un po’ di fatica quell’uscita che hai fatto per rimettere un po’ i puntini sulle i, riguardo a Fedez.
Sì, mi è costato, confermo. Sai benissimo che non mi è mai interessato buttarmi nelle polemiche, men che meno farlo sui social. Amo chiarire le questioni, quello sì, non ho mai rifiuto un confronto; ma faccia a faccia. Se sono arrivato a fare quello che ho fatto, è proprio perché mi ci hanno costretto – e soprattutto perché ho ritenuto ci fosse un messaggio importante da lanciare. Ora, di cosa faccia o non faccia Fedez a me non importa nulla. Io sono assolutamente convinto che lui fosse dispiaciuto nel profondo per la scomparsa di Jesto, e credo che dia davvero una grande importanza a Jesto nella storia del rap italiano ed anche nella sua storia personale. Non è questa la cosa che metto in dubbio. Però…

…però?
Però ecco – c’è modo e modo di fare le cose. Lui ha annunciato la morte di Justin quando ancora non c’era stata nessuna comunicazione da parte della famiglia, in primis da parte mia. Nessuna. E io mi stavo trattenendo per un motivo ben preciso: non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché avrei voluto uscire con un unico comunicato, uno solo. Un comunicato preciso, completo, univoco, ufficiale, in cui svelare la data della morte, la causa, il termine preciso dei funerali, giorno e luogo, tutto. E c’ è stato un ritardo burocratico nel fissare definitivamente la questione del funerale. Quindi, stavo aspettando. Il motivo era questo, non altro. Annunciando lui la cosa, senza confrontarsi con nessuno, ha reso la situazione caotica ed ingestibile. Che poi i social… Guarda, c’è un’altra situazione assurda che si è creata, se vogliamo parlare di social e di quello che è successo. Davvero assurda.

Quale?
Quelli che dicono che io abbia fatto un abuso del profilo di Jesto per mio vantaggio personale: penso a loro, sì. A me la cosa faceva semplicemente ridere, non ci avrei dato il minimo peso, non fosse però che hanno iniziato a parlarne anche persone vicine a me. La polemica è nata quando ho fatto una serie di story dal profilo di Jesto prima del reveal della copertina dell’album, storie volutamente barocche, eccessive. In molti mi hanno accusato dicendo che Jesto non avrebbe mai usato così il suo profilo: mi hanno dato dell’opportunista, del fuori luogo. La verità è che fosse stato per me io mai avrei voluto usare il profilo di mio fratello. Solo che bisognava ricostruire l’interesse attorno ad esso: l’algoritmo, gli accessi. Tant’è che dopo queste prime polemiche poi ho fatto altre storie dove mi spacciavo per quello che non sono – il fratello che vuole grattare i follower – però era palesemente una parodia spiegata sul mio profilo personale. Tutto questo solo perché appunto sapevo che c’era un annuncio importante da fare, quello dell’album, e c’era bisogno di ricreare dell’interesse attorno ad un profilo che era ormai stato mezzo dimenticato: nasce tutto da lì. Risultato, infatti: l’engagement dopo tutto questo è salito del 1500%, post che prima raggiungevano 1000 persone a malapena all’improvviso tornavano a raggiungerne 10.000. La verità – l’unica verità che conta – è che io sono ossessionato dalla riuscita di questo progetto: ero pronto a fare qualsiasi cosa per facilitarla. Alla fine è successo che sono state talmente tante le polemiche che alla fine sono tornato ad una comunicazione più formale, più istituzionale e lineare. E il risultato qual è? Che l’engagement è tornato basso. Ecco cosa sono i social.