Il primo a parlarmi di Sayf, in tempi non sospetti, è stato un dj di Radio Popolare, storica emittente della sinistra milanese – che fu tra le poche a intercettare prima dell’esplosione il Badabum Cha Cha di Marracash nel 2008 – e non un Essemagazine qualsiasi, o un profilo IG trappuso tra i tanti che invadono i social. Era il 2023 e Sayf aveva già all’attivo un album (Everyday Struggle, 2020) e alcuni singoli, come Nina o Peroperò, che avevano catturato l’attenzione per l’originalità del flow e delle basi: trombe e chitarre acustiche in loop che sembravano rubate alla patchanka festosa di Manu Chao, quel mix di ska, reggae, rap, ritmi gitani e latini che aveva caratterizzato una stagione della controcultura musicale europea, dall’inizio degli anni ’90 fino al 2001, il G8 di Genova e la fine di un mondo, per omicidio e mattanza.
Sayf è nato proprio a Genova due anni prima, ma la memoria di quel luglio gli è rimasta più o meno consapevolmente appiccicata addosso, finendo dentro le rime del brano secondo a Sanremo 2026 Tu mi piaci tanto (“un fiore su una camionetta”). Ma, malgrado fosse all’Ariston, nessuna polemica (neanche per aver tirato in ballo Berlusconi e le alluvioni), forse per quel fare dolce, scanzonato, piacione che allontana la percezione di Sayf tanto dal maranza alla Baby Gang quanto dalla contemporaneità mediatica di un Ghali.
Nonostante le comuni origini nordafricane (di madre per il cantante genovese, di entrambi i genitori per quello milanese) i due si spartiscono diversamente l’elettorato Spotify: se Ghali incarna la sinistra del futuro, urbana e global, Sayf rappresenta quella vintage e proletaria – più caffè, amaro e sigaretta al bar che sfilate alla settimana della moda – pronta a riempire le nuove feste di paese come il Concertone del Primo Maggio o la festa di Radio Italia in piazza Duomo a Milano. L’accessibilità dell’universo Sayf – per quanto musicalmente colto e progressista – non gli concede lo status di star riservato a colleghi meno preparati ma con più hype (la lista dei nomi sarebbe troppo lunga) ed è per questo motivo che il suo ultimo notevole album Santissimo, uscito una decina di giorni fa, è stato un po’ snobbato da quello che rimane della critica.
Amore, riscatto sociale, orgoglio per le umili origini – ovvero “la trinità” dello storytelling rap italiano – sono declinati in 18 tracce variamente assortite: dal funk Motown di Sex on La Santa al banger street Bratz con Nerissima Serpe che sfuma nel raggamuffin passando per l’omaggio ai cantautori (a un centimetro dal plagio di Lucio Dalla) di Parlar d’amore con Bresh e per le punchline rap di No Boutique e F.I.$. con Tedua. L’arrangiamento urban della patchanka, con fiati e ritmi latin e arab, rimane in marchio di fabbrica del suo sound, lasciando intravedere un set live molto suonato e coinvolgente per il tour ormai prossimo. Mentre l’ironia e il romanticismo dei testi (una traccia del dna della scuola genovese dei cantautori) danno al disco una certa luminosità e buone vibrazioni, la famosa “presa bene” che da tempo manca in tanti album di ego-trap.
Se proprio dobbiamo scomodare i santi, Santissimo è un omaggio – anche se non voluto – al Clandestino di Manu Chao, che proprio a quel G8 fece il suo concerto più memorabile. Certo, Manu è nelle autoradio dei boomer che partono per le vacanze, Sayf sta nei cellulari di un’altra generazione, ma il clima di festa consapevole e l’attitudine da menestrello street sono simili. E lo sono anche le reference musicali che danno a Sayf qualche anno in più della sua vera età anagrafica: saranno gli Appennini che alzano uno sbarramento ai venti di mode e tendenze, proteggendo la Liguria, o sarà l’anima démodé e popolare di Genova? Chissà.
Più Radio Popolare e meno Essemagazine dicevamo all’inizio: la prova è anche la polemica scoppiata qualche giorno fa sulla pagina Instagram Lost Media che titolava, a proposito di Santissimo, “L’ennesima playlist spacciata per disco”. Una recensione breve che iniziava così: “In Italia abbiamo abbassato l’asticella…” è già questo basterebbe per ignorare il pezzo, cazzo. Il succo era: questo non è un album, ma un collage di pezzi, senza “la capacità di costruire un viaggio”. Opinione del recensore, e così sia. Ma Sayf non ci sta e risponde nei commenti: “Tu stai imponendo quello che è un tuo parere come una verità, e questo un po’ mi amareggia, il disco, per carità, non deve piacere a tutti, e non ha mai avuto la pretesa di essere un album con un concetto o di un preciso genere. Sarebbe stato molto più innaturale per me decidere di fare un disco in una direzione precisa, quando io volutamente non sono in una direzione precisa. A me piace la musica, tutta, mi piace sperimentare e provare a fare le canzoni che mi escono, con quello che mi sento di dire in un determinato momento. Io sono soddisfatto perché siamo riusciti a mettere dei pezzetti di tanti generi e di tante influenze tutte contaminate da quella che poi diventa una mia versione, diciamo così (…) Un abbraccio”.
È una cosa da boomer, poco cool, rispondere nei commenti di un post? Forse, ma ha ragione Sayf, Santissimo subito.
















