Questa notizia ci salverà | Rolling Stone Italia
informarsi o morire

Questa notizia ci salverà

O forse no. Il sentimento si chiama "news fatigue": descrive l'ossessione per l'informazione digitale, e crea l'illusione di essere in controllo di un piccolo pezzo di realtà. E ci parla della crisi di un modello di coesistenza

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Foto: Vuk Burgic su Unsplash

Informarsi stanca. È opinione sempre più diffusa, ormai non solo tra gli studiosi ma anche tra i generici utenti social, che restare al passo con l’attualità possa causare effetti collaterali. «Le persone seguono costantemente le notizie perché non accettano l’incertezza e non vogliono essere prese alla sprovvista: è difficile allontanarsene, anche per poche ore, ma il continuo flusso di informazioni è emotivamente logorante e fisicamente dannoso».

Con queste parole, a febbraio 2017, il New York Times inquadrava per la prima volta il fenomeno della “news fatigue”, l’affaticamento da informazione digitale. Se ai tempi la storia si poteva considerare poco più che una notizia di colore, dopo quasi dieci anni le cose stanno diversamente, e per accorgersene basta scrollare qualche minuto: tenersi informati è ormai una FOMO a tutti gli effetti, con tutto ciò che ne consegue. La costante gara dell’essere performativo passa per conoscere gli ultimi sviluppi geopolitici, ascoltare più podcast, scoprire nuovi media alternativi. Perfino sulle dating app c’è chi discute di politica e attualità, sfoggiando le proprie posizioni in bio tra le varie green o red flags.

Dietro la news fatigue c’è sicuramente l’infodemia, l’eccesso di informazione disponibile: i (tantissimi) media competono tra loro senza esclusione di colpi, vantandosi di offrire i fatti essenziali in meno tempo, l’analisi indispensabile per capire il mondo, lo sguardo più completo e approfondito, le notizie prima di tutti gli altri e chi più ne ha più ne metta. Il primo indiziato per questo malessere diffuso sono ovviamente i social: oltre a rappresentare un simbolo del mondo che cambia, le piattaforme hanno effettivamente influenzato l’informazione con le loro dinamiche. Ricordiamolo: i social sono concepiti per prolungare la permanenza dell’utente, a differenza di formati come un quotidiano o un telegiornale, che hanno un inizio e una fine ben definiti. Lo scrolling di notizie diventa quindi parte del calderone di reel e contenuti vari ed eventuali, e come tale potenzialmente infinito.
Fermarsi solo a questa analisi sarebbe però l’equivalente del famoso guardare il dito e non la luna: non ce ne voglia l’illustre sociologo Marshall McLuhan, mai abbastanza celebrato per avere coniato nel 1964 la frase “il media è il messaggio”, ma per capire meglio la news fatigue bisogna anche guardare al contenuto delle notizie in questione. Contenuto altamente tossico.

Oggi il mondo si trova sulla soglia di una crisi energetica senza precedenti, provocata da una folle guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, mentre sullo sfondo si avvicina minaccioso El Niño, un evento climatico catastrofico. E, come se non bastasse, i governi occidentali non sembrano intenzionati a rimboccarsi le maniche per uscire dalla crisi in un modo o nell’altro, usando un eufemismo.

Il simbolo di questo scenario sono per l’appunto gli Stati Uniti e il loro volto odierno, Donald J. Trump. La carrellata di orrori a cui il mondo ha dovuto assistere impotente dall’inizio del secondo mandato dell’orange man – l’uccisione di civili da parte dell’ICE, la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, l’attacco all’Iran, fino ad arrivare alla popolazione di Cuba ridotta allo stremo dall’embargo – ha frantumato definitivamente la certezza occidentale di essere dalla parte giusta della Storia. Cresciute nel new world order del dopo-Guerra Fredda, le generazioni dei non più giovanissimi si trovano oggi a fare i conti con una scomoda e preoccupante realtà: gli Stati Uniti non sono i guardiani della pace globale.

L’aggressività politica di Trump è riuscita a raffreddare drammaticamente i rapporti tra Europa e Stati Uniti attraverso mosse come la minaccia di uscire dalla NATO, i dazi imposti ai Paesi europei – e poi dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema – e la millantata invasione della Groenlandia, poi momentaneamente oscurata dalla guerra in Iran. A questi livelli di diffidenza tra le due sponde dell’Atlantico non era arrivato nemmeno George W. Bush con l’invasione dell’Iraq nel 2003, condannata da mezzo mondo ma per la quale l’allora Presidente è sempre stato additato come praticamente unico responsabile (chi si ricorda i due volumi di Rock Against Bush?).

Quanto poi sia radicale la rottura di Trump con la storia statunitense è tuttora motivo di grandi dibattiti: alcuni divulgatori parlano di “rompere il velo di Maya” e di “un’America che mostra la sua vera faccia”, altri vedono in Trump lo spartiacque. Ciò che è certo è che l’immagine degli USA come esempio da seguire è crollata su vari livelli. Se il fortunato filone cinematografico sulla guerra del Vietnam – da Il Cacciatore a Nato il quattro luglio, passando per Full Metal Jacket – raccontava di un Paese in grado di fare autocritica e riconoscere i propri errori come tali, oggi siede nello Studio Ovale un Presidente che, per le proprie ambizioni messianiche, è (veramente!) riuscito a far sfigurare Homelander (Patriota nella traduzione italiana), il cattivo splendidamente megalomane della serie satirica The Boys.

Secondo Francesco Sylos Labini, dirigente di ricerca presso il Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma e co-autore del saggio Bussola per un mondo in tempesta (Futura, 2024), la nuova faccia degli USA «risulta particolarmente evidente soprattutto per le giovani generazioni». Queste riescono infatti, attraverso i social network, a percepire la «perdita di credibilità della narrazione propagata dai media mainstream» e a realizzare «una presa di coscienza delle ingiustizie e atrocità commesse anche dai propri governi». I social diventano quindi un’arma a doppio taglio: da una parte, veicolo della news fatigue e in quanto tali parte integrante del problema, dall’altra strumento indispensabile delle proteste della Gen Z che rappresentano il presente, e forse anche il futuro, dell’attivismo.

Secondo uno studio della University of North Carolina del settembre 2022, la news fatigue non è un fenomeno negativo di per sé, ma può diventarlo indirettamente: oltre alla cosiddetta “news avoidance”, ovvero la reazione di rifiuto citata sopra, che porta a perdere informazioni fondamentali riguardanti la vita di tutti i giorni, la salute e la partecipazione politica, è stata infatti osservata una “mean world syndrome”, la tendenza a vedere il mondo peggiore di quanto sia. Forse non è un caso che a gennaio Chora Media, nella cornice della seguitissima rassegna stampa SEIETRENTA, abbia lanciato Ossigeno – Storie che fanno respirare, una serie di puntate dedicate esclusivamente a quelle che vengono chiamate “notizie costruttive”.

In questo caos, la stella polare dovrebbero essere i media tradizionali, che si trovano però in grave difficoltà: la concorrenza dei social network fa sì che la maggior parte degli utenti si informi solo da questi e le redazioni finiscono sempre più spesso per tentare di ricalcarne il modello. Durante il festival di giornalismo indipendente Voices, svoltosi a Firenze a inizio marzo, il tema centrale del panel introduttivo era “come rendere virale la verità”.

Il New York Times del 2017 riportava una striscia comica che recitava: «Le mie intenzioni di essere bene informato si stanno scontrando con il mio desiderio di mantenere la sanità mentale». Ai tempi non si parlava ancora di scrollare, ma da pochi mesi era entrato un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Lo stesso di oggi.