Francesco Di Napoli, è tutta una questione di ‘scuorno’ e di scelte | Rolling Stone Italia
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Francesco Di Napoli, è tutta una questione di ‘scuorno’ e di scelte

Dopo ‘La paranza dei bambini’, l’attore torna nei panni di un camorrista ironico e fragile in ‘Rosa Elettrica’ feat. Maria Chiara Giannetta. E si racconta tra James Franco, il sogno di Hollywood e quel sentimento tutto napoletano

Francesco Di Napoli, è tutta una questione di ‘scuorno’ e di scelte

Foto: Luigi Lista

Styling: Alex Sinato; Look: completo denim Pence 1979, Camicia Edwin, Gioielli Bernard Delettrez

Primo segno distintivo: l’ironia. Francesco Di Napoli è uno che sa divertire gli altri, e lo fa soprattutto ridendo di sé. Nel corso di questa chiacchierata capiterà più volte, e da qui emerge un secondo tratto ricorrente: la sua schiettezza. Qualità che finora è riuscito a conservare intatta, genuino al limite dell’ingenuità – che bellezza, dico io, ma stai attento, potrebbero dire gli habitué di un’industria in cui lui è stato letteralmente tirato dentro da chi l’ha scelto tra migliaia di altri ragazzini, ai tempi della Paranza dei bambini. A cambiargli la vita nel 2019, infatti, è stato Claudio Giovannesi, con il film tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano.

Dopo due stagioni da co-protagonista in protolatino per quell’impresa chiamata Romulus, nel 2024 Giovannesi l’ha scelto ancora per Hey Joe, accanto a James-leggenda-Franco. Un padre, un figlio, la vita che non è stata e che forse mai sarà. Una piccola meraviglia di cui, forse, non si è parlato abbastanza. Quando Di Napoli ha scoperto di dover recitare con Franco, prima è andato nel panico e poi ha iniziato a studiare come un matto. Il mestiere lo ha imparato nell’inconsapevolezza di essere nato per farlo, e allora avevano ragione amici e parenti a ripetergli: «Se non accetti, sei un coglione».

Rosa Elettrica - In fuga con il nemico | Trailer Ufficiale | Sky Italia

Oggi, a 24 anni, lo ritroviamo in Rosa Elettrica – In fuga con il nemico (da stasera il terzo e quarto episodio su Sky e NOW), protagonista accanto a Maria Chiara Giannetta della nuova serie thriller on-the-run targata Sky Original, prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo. Di nuovo camorrista, ma trasfigurato nell’aspetto (Noemi Intino ai costumi non sbaglia un colpo), e forte di una complicità croccantissima con la sua partner in crime Miss Giannetta, qui nei panni dell’elettrica Rosa.

Grazie al personaggio di Cocìss, Francesco Di Napoli fa un altro passo avanti: sempre più centrato e ancora più muscolare, segue Giannetta nell’improvvisazione e strappa le migliori risate della serie. Se prima preferiva la pancia a Stanislavskij, ora un metodo inizia a farsi vedere, ma non oscura mai l’istinto. Sarà che ha ripreso a sognare Hollywood o che, semplicemente, sta imparando a gestire il famoso scuorno che si porta dentro da sempre. Un sentimento tutto napoletano, simile alla vergogna ma con radici più profonde: nasce dall’aspettativa verso sé stessi e sfocia nella scoperta di essere scarsi, per dirla con Erri De Luca. Non a caso, mi risponde al telefono da Napoli. Gli chiedo se abita ancora lì e la risposta è cristallina: «Sono sempre qua, in zona mia».

Al quartiere è cambiata la percezione che hanno di te?
In realtà qui ci conosciamo tutti, quindi ogni volta che esce un mio progetto è come se tornassi all’inizio. Sono felici, sui social repostano tutto. Nel mio quartiere è rarissimo vedere qualcuno che ne esce fuori, che magari riesce anche a emergere nello spettacolo o nel calcio. A cento metri da casa mia c’è un ragazzo che si chiama Daniele Verde, è uscito calciatore e ha giocato nella Roma, ora sta nello Spezia.

Francesco di Napoli nei panni di Cocìss. Foto: Virginia Bettoja/Sky

Stavolta riparti con Rosa Elettrica. Il tuo Cocìss è un baby boss nel programma protezioni testimoni, in fuga dalle istituzioni insieme a una giovane agente sotto copertura, Rosa. Anche qui, hai portato la tua tipica traccia di ironia.
Sì, è una delle cose che mi hanno fatto abbracciare il progetto. Se Cocìss fosse rimasto così dal primo all’ultimo episodio, forse non avrei accettato. Sarebbe stato lo stereotipo del camorrista napoletano, invece è un personaggio bellissimo che nasconde tante sfumature, con le debolezze di un ragazzo che alla fine ha 18 anni. Non va giustificato, ma ci fa capire che un ragazzo del genere, messo in un altro contesto, sarebbe stato normale.

Al Rione Traiano hai lavorato come barbiere, come fattorino e poi in pasticceria. In questi anni hai ripetuto spesso che può esserci un’alternativa alla delinquenza: ci credi davvero?
Sì, per me il contesto fa tutto. Faccio anche parte del comitato scientifico di Unhate Foundation, che lavora proprio contro l’odio, e mi espongo per far capire ai ragazzi che un’alternativa c’è. Battere la camorra forse è impossibile, ma se su dieci ragazzi riesci a tirarne fuori otto, qualcosa cambia. Cosa offre la camorra ai giovani? Soldi. Quindi il sogno di avere uno status dignitoso, di permettersi una casa, una macchina, una famiglia. Se alzi i salari, se prendi dieci ragazzi che spacciano e gli offri duemila euro puliti al mese, almeno otto sceglieranno di lavorare.

A te è capitato di dover scegliere?
Non è che ci fosse la tentazione, ma vedevo chi aveva più di me facendo certe cose. Se non vieni da una famiglia benestante, a tentarti è quello che ottengono gli altri. Devi essere anche un po’ sveglio per capire tante dinamiche, e io fortunatamente ho iniziato a capirle già a quindici anni. Avevo esempi di persone che sono durate poco, sapevo che non è tutto oro ciò che luccica, che quello status era fragile e dopo un anno finivano in carcere.

Oggi che rapporto hai con lo status e con i soldi?
(Ride) Posso di’? Non è che c’ho tutta ’sta libertà. Finora non mi è mai capitato di accettare un progetto che non mi piacesse, ma potrebbe succedere per una questione economica. Voglio arrivare a stare bene al punto di dire: “No, grazie”.

Maria Chiara Giannetta (Rosa) e Francesco di Napoli (Cocìss). Foto: Virginia Bettoja/Sky

Torna il valore della scelta: come racconteresti Cocìss?
Come un ragazzo che è cresciuto in un brutto contesto, ma avrebbe potuto essere un’altra persona. È un ragazzo che ama, a modo suo, le persone a cui tiene veramente. Lo si vede anche nel rapporto con i cani, che è una cosa tenerissima e una delle poche che abbiamo in comune. Ci saranno tante persone che faranno uscire le fragilità e l’amore di Cocìss. Mi piace anche la sua ironia, perché emerge sempre nei momenti meno opportuni, magari quando sta fuggendo o quando Rosa sta incazzata.

Tu e Maria Chiara Giannetta avete trovato una forte chimica proprio all’insegna dell’ironia. Quanta libertà vi ha lasciato Marengo?
Uno degli aspetti che ho preferito di Davide è proprio il fatto che ci abbia dato la libertà di fare nostre le scene. Maria Chiara è molto brava a improvvisare, è una delle poche attrici con cui ho avuto una chimica così forte in scena, e questo ci ha dato un vantaggio enorme prima di iniziare a girare. Ci siamo fatti pure una full immersion di quattro giorni a casa sua in campagna. Sul set sono arrivato sereno, poi con Davide ho lavorato sulla bestia interiore di Cocìss. Volevo che fosse forte e anche un po’ over, considerando che si fa di cocaina, per poi rendere più evidente il cambiamento che avrà.

Sei un attore che predilige la pancia al metodo, perciò questa bestia dove sei andato a scovarla?
Tutti nascondiamo dei lati di ira. Da due o tre anni a questa parte sono una persona tranquillissima, ma prima avevo i miei momenti tesi, derivanti dallo stress. Per Cocìss tutto stava nel cercare quel fuoco, trovarlo e farlo emergere. La difficoltà era renderlo credibile e non esagerare. Questa era la mia paura.

Ti promuovi o ti bocci?
Quando giri quelle scene sei sempre un po’ demoralizzato, perché a meno che non fai la battuta alla Christian De Sica, così palese da far ridere tutti, sul set c’è molto silenzio e tu ti chiedi: “Lo sto facendo male? Non fa ridere?”. Invece ho notato che il pubblico ride alle mie battute e ai tempi comici tra me e Mary, quindi ho avuto un impatto bellissimo.

Maria Chiara Giannetta (Rosa) e Francesco di Napoli (Cocìss). Foto: Virginia Bettoja/Sky

In questa serie tu e Giannetta ve la giocate sempre insieme. O funzionate entrambi, o cadete entrambi. La cosa ti spaventava o ti tranquillizzava?
Ti dico una cosa, tanto Mary già lo sa: io non la conoscevo (ride). Sono andato al provino, l’ho vista e ho detto a Davide: “Uè, ma lei è Rosa!”. L’ho guardata in faccia, con i capelli tirati, era veramente come me l’aspettavo leggendo le scene. È stato uno dei provini più belli per me, ho dato tutto me stesso, infatti mi stavo pure rompendo un piede. Da lì Davide si è convinto, perché inizialmente Cocìss era descritto come un personaggio di 200 kg, alto, coi capelli biondi… non proprio come sono io.

Mi dici cosa ti ha detto davvero Claudio Giovannesi quando è venuto a prenderti a casa per convincerti a fare La paranza dei bambini?
La verità è che mi sono convinto da solo. Mi ripetevo: “Io ’sta cosa la devo fare per forza”. Mio fratello, mia madre e i miei amici continuavano a dirmi: “Ci devi andare o sei un coglione”. “Ma allora sono un coglione, che non ci voglio andare? Questi mi vogliono, è un segno del destino”. Quando poi mi hanno scelto, Claudio mi ha detto: “Adesso si inizia a fare sul serio. Immaginalo come un incontro di boxe che durerà qualche mese, e tu devi stare sempre concentrato”. Mentre giravo La paranza neanche uscivo di casa, per paura di prendere il motorino e fare un incidente. Loro avevano anche un po’ di timore, perché un ragazzo di sedici anni è irresponsabile, soprattutto se non si rende conto di cosa sta facendo.

Quando ti sei reso conto di cosa stavi facendo?
Su Romulus ho capito cosa significa fare l’attore. La paranza dei bambini per me era un fare e basta, andare di pancia. La prima volta che ho dovuto piangere davanti allo specchio e ci sono riuscito, Claudio non ci poteva credere. Invece su Romulus è intervenuta la tecnica, ho dovuto studiare un personaggio e lavorare sul fisico. All’inizio Wiros era uno schiavo, quindi mi sono inventato di partire gobbo fino a ingrossarmi. Dopo La paranza ci si chiedeva se fosse un cast di meteore o di futuri attori.

Foto: Luigi Lista. Styling: Alex Sinato; Look: completo denim Pence 1979, Camicia Edwin, Scarpe Premiata, Gioielli Bernard Delettrez

Per te la questione finiva lì?
Sì, io non avevo aspettative. Sono tornato a lavorare in pasticceria, non pensavo che avrei potuto continuare. Uscì La paranza e Francesca Borromeo (casting director, nda) aveva visto solo il trailer ma già mi aveva proposto per Romulus. Uscì il film e mi chiamarono, mi accompagnò Adriano Candiago, che adesso ha vinto il David (miglior casting per Le città di pianura, nda). Lui fa parte dei tre casting che mi hanno trovato, insieme a Chiara Polizzi e Claudio Avignone.

Questo mestiere è venuto a cercarti, ma l’ambizione poi è subentrata?
Qualche anno fa avevo questa forte convinzione di poter riuscire ad arrivare in America. Ora la sto perdendo, forse perché sono diventato più realista e già è difficile lavorare qua in Italia. Non mi ero montato la testa, ma volevo arrivare lì. Poi, che agli italiani fanno fa’ sempre gli italiani quando lavorano in America, è un altro discorso.

La Paranza dei Bambini (2019) - Trailer Ufficiale 90"

D’altronde anche James Franco ha fatto l’americano in Italia, accanto a te in Hey Joe.
Esatto. Proprio nel periodo in cui lavoravo con lui mi è salita di nuovo l’ambizione di puntare all’America. Gli ho detto che l’unica cosa che non riuscirei a gestire, se fossi un attore hollywoodiano, è la pressione. Hanno tutti gli occhi addosso, e io non credo riuscirei ad affrontare quella roba lì. Lui mi disse che un attore deve essere pronto anche a quello, e purtroppo è vero.

Hey Joe è un film a cui ho voluto molto bene, anche grazie all’intimità che avete creato tu e James Franco. Te lo aspettavi?
Eh, lì sì che ho avuto l’ansia! Claudio non voleva neanche dirmi chi fosse, e Chiara Polizzi mi fece solo il segno della ragnatela. Ripensai al cast di Spider-Man: Tobey Maguire era impossibile, nun c’azzecca proprio nella storia. Le chiesi: “Ma è James?”. Era James. Da lì panico totale, sono stato ventiquattr’ore a sudare freddo. Poi ho detto: “Basta fare il cagasotto, prendi ’sta sceneggiatura in mano e affronta la cosa”. Imparai tutto a memoria, andai a fare le prove con James che ero prontissimo, lui invece l’ha presa con molta più calma… visto che non doveva recitare con James Franco ma con Francesco Di Napoli (qui rido io, nda).

Cosa ti ha colpito del metodo di Franco?
James aveva già tutto in testa, mentre lo stava costruendo. Loro hanno un modo di affrontare il personaggio completamente diverso dal nostro. Io ritengo che gli americani, oltre ad avere più soldi, siano anche più bravi. Una cosa che fanno loro è paragonare il personaggio a un animale, io nun ce credo a ’sta cosa, non trovo proprio il nesso. Però so’ bravi, che gli vuoi dire?

Hey Joe (2024) - Trailer Ufficiale

E torniamo a Giovannesi. Il tuo deus ex machina fin dal principio, che viene a prenderti come fosse il tuo destino. Che rapporto avete oggi?
Ho un rapporto speciale con Claudio, forse faremo una roba insieme che non posso anticipare. Per me è come un padre artistico, quello che mi ha creato. Mi ha completamente salvato da quella che poteva essere una vita di ignoranza, intesa come il non vedere il mondo da un’altra prospettiva e non uscire fuori dalla mentalità del quartiere, che è una bolla da cui non vedi un cazzo della vita, ed è la cosa più triste. Neanche lo ringrazio perché ora sono un attore, ma solo per avermi aperto la mente.

Gli hai mai chiesto: “Perché io?”. Potevano essere altri mille.
Anche quattromila, che era il numero dei candidati per La paranza dei bambini. Lui dice sempre che cercava tre cose, in questo ragazzo: che avesse un viso angelico, che sapesse di cosa stavamo parlando, e che sapesse un minimo recitare. Non è rimasto colpito subito da me, Chiara Polizzi ha insistito per farmi fare il provino. E io all’inizio avevo vergogna.

Poi è arrivata Eleonora Danco, ti ha messo in piedi su una sedia e ti ha fatto urlare “Io sono Zeus”. Suona un po’ come la storia degli americani con gli animali…
(Ride) Quella cosa è stata utilissima, te lo giuro. Mi sono messo su ’sta cazzo di sedia a urlare “Io sono Zeus” davanti a trenta ragazzini. Lei mi diceva “sfogati” e io buttavo fuori tutto, prendevo a calci le sedie. Dopo aver fatto una figura di merda davanti a tutti non avevo perso il timore, non ero diventato un attore, ma potevo espormi di più, perché già mi avevano visto fare cose assurde.

Francesco di Napoli nei panni di Cocìss. Foto: Virginia Bettoja/Sky

Mi hai convinta. Dopo La paranza eravate tutti amici fraterni, ma a fare effettivamente questo mestiere siete rimasti tu e Artem. L’amicizia resiste ancora?
Con la maggior parte sì, qualcuno si è un po’ perso e mi dispiace. Nessuno si aspettava che tutti lavorassero, neanche noi. Artem ce l’ha sempre avuta quella cosa di voler emergere, molto più di me, infatti ho sempre detto che avrà successo. Io sono uno che meno mi vedi, meglio è. A me piacerebbe una vita tranquilla, faccio i miei film però nisciun m’ sap (ride).

Lo scuorno napoletano l’ho capito con Erri De Luca: aspettarsi qualcosa da sé stessi e poi ritrovarsi scarsi, provando quella “vergogna che non è rossore in faccia ma un picchio che scava il nido nell’albero vecchio”. Tu dello scuorno hai parlato spesso, oggi lo provi ancora?
Ti dico il mio limite di attore: il pubblico. Lo scuorno di stare davanti a molte persone è una cosa che mi porto dentro dall’inizio. La promozione me la vivevo malissimo, infatti mi vergogno a riguardare le mie interviste per Romulus. Fa parte anche del percorso di un ragazzo che, purtroppo, la scuola l’ha finita presto, ma con il tempo sta riuscendo ad evolversi come persona e come attore. Dico sempre che dovrei fare un po’ di teatro per affrontare questa paura. Però, dopo sette anni, la mia professoressa mi ha fatto un commento: “È sbocciato! È un piacere sentirlo parlare”.