Willie Peyote: «Parlare solo di soldi nella musica è di destra» | Rolling Stone Italia
Identità sabauda

Willie Peyote: «Parlare solo di soldi nella musica è di destra»

In ‘Anatomia di uno schianto prolungato’ racconta un mondo che sembra andare verso la fine senza arrivarci mai. Capitalismo in crisi, rap ridotto a una gara di numeri, l’antifascismo ritenuto «troppo pericoloso»: l’intervista

Willie Peyote. Foto: Matteo Bosonetto

Willie Peyote

Foto: Matteo Bosonetto

Tra i quartieri militarizzati di Torino, i meme che diventano rivoluzione, il capitalismo che continua a crollare senza cadere mai e l’idea che perfino l’arte venga giudicata solo attraverso i numeri, Willie Peyote continua a fare qualcosa che è sempre più raro nella musica: prendere posizione senza trasformarsi in una caricatura. Anatomia di uno schianto prolungato, il nuovo album che uscirà domani, parte proprio da questa sensazione di sospensione permanente. E in questa intervista racconta tutto, anche oltre l’album, in attesa del tour che parte il 10 ottobre da Nonantola, al Vox.

Così scorrono «il periodo in cui tutto sembra andare verso la fine senza mai arrivarci davvero», l’antifascismo percepito come «un’identità troppo pericolosa», la militarizzazione di Vanchiglia dopo lo sgombero di Askatasuna, il ritorno di Trump a cui risponde con la provocatoria Luigi (nella quale tratta la vicenda di Luigi Mangione, l’attentatore diventato simbolo della rivolta contro il sistema sanitario), il rap trasformato in una questione personale (come i dissing tra Kendrick Lamar e Drake), Kanye West che è «un genio» ma non tra i migliori rapper in circolazione, e persino sul caso Morgan-Angelica Schiatti, nel quale è stato coinvolto suo malgrado, rompe per la prima volta il silenzio.

Ma Anatomia di uno schianto prolungato è anche un disco in cui si parla della fatica di restare umani (niente a che vedere, però, con la scelta di Delia di cambiare la parola “partigiano” in Bella ciao) mentre tutto intorno viene trasformato in performance o propaganda. Della paura di invecchiare in un’industria che brucia i propri protagonisti, del sentirsi «morto dal punto di vista discografico» prima della ripartenza con Sanremo, ma pure del bisogno di una musica che non sia rassicurante. «I numeri dicono tante cose, ma non tutto. E non sono il metro di giudizio dell’arte», sottolinea. E ci mette in guardia: «Parlare solo di soldi nella musica è un atteggiamento di destra».

Cosa si prova a uscire con un disco nell’epoca in cui i dischi vengono spezzettati in tanti ascolti differenti?
È vero, non li ascoltiamo più, però li aspettiamo. Il disco lo vuoi dal tuo artista di riferimento, poi magari non lo ascolti tutto o lo ascolti a pezzi. A me piace fare i dischi. E i dischi si compongono di brani. Abbiamo provato a separare i singoli dagli altri pezzi, dove approfondire determinati argomenti, tutti con un filo conduttore. Infatti cambiamo genere a ogni brano. Insomma, è già un disco che puoi ascoltare a pezzi.

Com’è nato?
Molto in fretta. Avevo voglia di lavorarci, arrivando dal percorso dell’anno scorso che è stato molto bello, e appena finito il tour sono tornato in studio. La maggior parte di questi pezzi sono stati scritti durante il tour precedente. Per questo si parla di Roma, della Riviera Romagnola, di Milano, perché l’ho scritto girando.

Nel documentario Willie Peyote – Elegia sabauda dici: «Ero morto dal punto di vista discografico». Quando ripensi a quel periodo cosa provi?
Da un lato la sensazione che ci abbia messo un po’ di tempo a capire cosa stesse succedendo, per cui c’è stato un mio errore di valutazione. Ho sottovalutato certe cose e ne ho sopravvalutate altre. Ho avuto la fortuna che non sia finita davvero, che non è una fortuna prevedibile. Dall’altro lato penso che la vita sia fatta anche da questo genere di esperienze. Non sono più un ragazzino, ho iniziato questa attività in età adulta, poco prima dei 30 anni, per cui non mi spaventano i momenti di difficoltà. Anzi, credo che in certi casi servano. Se non avessi attraversato quel momento non sarei qui oggi con questo disco. Avrei fatto altro, probabilmente. Vivo molto bene tutto, anche l’avere 40 anni.

Aggiungi: «Non volevo essere una popstar, volevo rappresentare il Toro, Torino, un altro modo di stare nella musica». È una questione di identità, ma che cos’è l’identità oggi, quando viene usata per mille ragioni diverse, tra identità territoriale, politica o di genere?
È un tema complesso, ne parliamo tutti e non si capisce più bene che cos’è. Per me ha un legame con ciò che senti tuo. Può essere un luogo, una scelta, in certi casi un modo di vestirsi o di comportarsi. Quando da adolescente mi sono avvicinato al rap era identitario il modo in cui i rapper si vestivano. Ci riconoscevamo a distanza. Per me l’identità è ciò in cui riesci a ritrovarti, a farti sentire a casa o davvero te stesso. I racconti di Torino, del Toro come squadra di calcio, della mia famiglia così legata anche al dialetto, li sento identitari.

Quando canti “so riconoscere un fascista anche senza la divisa e un manganello”, hai la sensazione che oggi in Italia ci sia una normalizzazione in chi accomuna fascisti e antifascisti?
Credo che l’essere antifascista sia ancora percepito come un’identità troppo pericolosa. L’antifascismo è diventato un problema, il termine “partigiano” divisivo, anche in contesti nei quali uno non se lo aspetterebbe. Torino credo sia l’esempio di come i centri sociali vengono percepiti come molto più pericolosi che in passato. Il paradosso è che sembri pericoloso l’antifascismo quando è uno dei valori fondanti della nostra Repubblica. Da parte mia, non posso nascondermi, c’è un aspetto identitario. Mi sono sempre identificato in chi prende posizione. Nel tempo questa identità si è un po’ persa, ma perché la politica ha perso valore, chi gestiva la politica l’ha gestita talmente male che ci ha fatto allontanare. Come i tifosi del Toro che non vanno più allo stadio perché in contrasto con il presidente, così la gente non va più a votare perché chi ha fatto politica non è stato credibile.

Mi sembra di intuire che l’esibizione di Delia al Concertone del Primo Maggio con Bella ciao, dove ha sostituito il termine “partigiano” con “essere umano”, non ti sia piaciuta.
Mi spiace che Delia sia finita in una gogna mediatica, però mi ha urtato. Ci sono rimasto male, come se mi avesse dato uno schiaffo. Il problema non è neanche tanto nelle motivazioni, che ha spiegato, quanto nel momento storico che è sbagliato per fare quel cambiamento. Mentre in Italia abbiamo un governo così di destra che chiude i centri sociali con quella veemenza, che polemizza tutti gli anni sul 25 aprile, è proprio adesso il momento di allargare il campo rispetto al termine “partigiano”? Perché poi diventi facilmente utilizzabile dalla parte politica a cui presumibilmente non ti volevi rivolgere. Per me è stato un errore di valutazione, perché presta il fianco a strumentalizzazioni da parte di chi, scavando, non è neanche d’accordo con te.

Willie Peyote. Foto: Matteo Bosonetto

Foto: Matteo Bosonetto

A Torino si è discusso molto dello sgombero di Askatasuna, della militarizzazione di alcune zone, degli scontri. In Sapore di Marsiglia canti “cielo grigio e caschi blu”. Il rischio è la perdita preventiva di certe libertà?
Temo di sì. In Vanchiglia abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla militarizzazione del quartiere. Io ho paura di questo. Che Torino sia stata usata come laboratorio per certe ideologie che si basano sulla risposta repressiva. Sono convinto di questo. Così come sono convinto che, storicamente, si riveli una scelta sbagliata quella di stroncare sul nascere i movimenti di protesta. Difficilmente riesci a ucciderli, al contrario dai loro ancora più valore. Infatti, rispetto a qualche anno fa, sono molto più speranzoso perché vedo tante persone partecipi, a Torino come in tutta Italia durante le manifestazioni legate a Gaza o nell’ultimo risultato al referendum sulla giustizia. Il paradosso è che reprimere con tanta veemenza forse fa solo il gioco… mio (ride). Se c’è gente in piazza servirà musica per farla cantare.

Nel disco Anatomia di uno schianto prolungato dici che viviamo in un periodo in cui tutto sembra finire senza finire mai davvero: il capitalismo, l’Occidente, il pianeta, persino le ideologie. Secondo te siamo diventati dipendenti dall’idea di collasso?
È uno dei temi del disco. A forza di dire che le cose finiscono, e poi non finiscono, il percorso che ci ha portato fino a lì non serve a nulla. Forse dovrebbero finire davvero, così almeno azzeriamo e ricominciamo. Se stai per cadere per troppo tempo ma non succede mai, poi diventa un problema anche la caduta, quasi arrivi a sperare nello schianto. Nel sistema capitalistico, nello specifico, siamo arrivati a un punto di non ritorno. È un sistema che, per mantenersi in vita, sta dando fondo a tutte le risorse che ha e siamo a un livello ingestibile.

Canti anche che “il presidente è un pagliaccio perché schiavo della lobby che lo tiene in ostaggio”, con un riferimento evidente a Donald Trump. Tu hai scritto una tesi di laurea sulla rivolta di Los Angeles del 1992 dopo il pestaggio di Rodney King, ora hai assistito all’assalto a Capitol Hill e al ritorno di Trump. Hai la sensazione che la rivolta sia diventata uno spettacolo?
In certi casi senza dubbio sì. Ma bisogna scindere tra l’assalto a Capitol Hill e quello che è accaduto durante le proteste a Minneapolis contro l’ICE. Se in queste ultime rivedo la partecipazione popolare contro la repressione e la politica che vuole dividere, tanto che un grande artista come Bruce Springsteen ci ha scritto subito una canzone di sostegno, nel primo vedo la spettacolarizzazione di un risentimento che si è poi diffuso in tutto il mondo. Quando il mondo è in crisi c’è sempre uno spostamento verso destra, però in casi come Capitol Hill non è solo spettacolarizzato lo spostamento, ma orchestrato per fini propagandistici.

In Italia si parla molto anche di egemonia culturale dopo l’arrivo al governo di Meloni. È soltanto uno spettro o dobbiamo aspettarci l’arrivo di qualche rapper, se non di destra almeno conservatore?
Il rap ha anticorpi strutturati, visto che è prima di tutto antirazzista per definizione. Nasce nelle periferie, non può essere troppo conservatore. Ma è anche vero che è un genere di base maschilista, in alcuni suoi aspetti. Però l’egemonia culturale io la sento, perché si parla solo di soldi oggi nella musica. E parlare solo di soldi nella musica è di destra. L’arte oggi, non solo la musica, è incentrata tutta intorno all’aspetto economico, per cui tutta l’arte sta diventando più di destra che di sinistra. Lo intendo in senso ampio, non solo politico. Come approccio: se i soldi sono il centro del mondo è ovvio che c’è uno spostamento conservatore, perché i soldi rappresentano l’individualità, mentre dovremmo tornare a ricercare il senso di collettività, che è incarnato dalla sinistra. Nessuno dovrebbe rimanere indietro, invece far diventare ricco solo uno, perché ha vinto la lotteria, è proprio il suo contrario.

La corsa ai sold out nei live, al numero di stream, alle produzioni sempre più grandi sembra aver cambiato anche il modo in cui il pubblico percepisce la musica.
Sono tutti aspetti di una noia mortale. Ma hanno convinto anche il pubblico che quello è il centro, quindi il pubblico stesso guarda se un artista ha tanto pubblico e, di conseguenza, piace di più, perché se c’è un posto vuoto forse sto ascoltando l’artista sbagliato. Invece io sono cresciuto in un periodo in cui andavo ad ascoltare artisti nei locali vuoti e mi piacevano comunque. I numeri dicono tante cose, ma non tutto. E non sono il metro di giudizio dell’arte.

Per questo in pezzi come Burrasca o Che caldo fa a Testaccio, con Noemi, torni anche musicalmente a sonorità anni ’90, cioè un periodo in cui il rap aveva meno pressioni?
Sì, ma non è che non si celebrassero le vittorie. Ma la musica non era considerata buona solo se aveva tanta gente che lo confermava. Esistevano un mercato mainstream e un mercato alternativo, che aveva un seguito quasi pari a quello commerciale. E nessuno si poneva il problema dei numeri, quindi c’era più varietà. Adesso abbiamo messo tutti in una sola categoria. Come se tutti gli sport del mondo giocassero nello stesso campionato: vediamo una squadra di calcio che sfida una squadra di basket. Non ha proprio senso. Così a qualsiasi artista viene chiesto di creare un pattern di lavoro uguale a tutti gli altri, dalla popstar al cantautore. Sono mestieri diversi, perché chiedere le stesse cose?

Willie Peyote, Fudasca - Burrasca

In Mi arrendo, con Brunori Sas, cantate: “Con i tempi che stanno correndo forse ci conviene nasconderci bene”. Sembra parlare di censura emotiva più che politica.
Mi faccio carico di interpretare il pensiero di Brunori, però è così. È un pezzo che parla della sensazione, che ti viene ogni tanto, che sia tutto troppo e quindi venga la voglia di arrendersi. Noi ci arrendiamo al fatto, come cantiamo nella parte conclusiva del brano, che dentro io sto al buio da solo, ma con te vicino splendo. Quindi mi arrendo al fatto che, per salvarmi, devo avere qualcuno vicino. Però, effettivamente, viene da pensare se ha senso quello che faccio. Per chi scrivo, per chi canto, se il mondo va in quella direzione, serve davvero quello che cantiamo? Riesco ancora a rispondermi che sì, serve ancora.

Ti sei mai chiesto anche che caratteristiche abbia il pubblico di Willie Peyote?
Come è normale, è variato nel tempo. Sicuramente Festival di Sanremo ha spostato e aggiunto una parte di pubblico a cui non sarei arrivato senza, ma la caratteristica che secondo me hanno tutti in comune è voler essere intrattenuti ma non solo. Vogliono confrontarsi con una forma d’arte che ti faccia pensare, che ti ponga dei quesiti, che ti aiuti ad avere un punto di vista alternativo. Ecco, una forma d’arte che non sia rassicurante. Anch’io come pubblico sarei così.

A proposito di non essere rassicurante, con Luigi, che tratta della vicenda di Luigi Mangione, accusato negli Stati Uniti dell’omicidio di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare, e diventato simbolo della protesta contro il sistema sanitario, non hai timore di essere accusato di esaltare un assassino?
Una sorta di apologia di reato? Il rischio c’è, inutile negarlo. Spero che si capisca che è una provocazione su un altro ragionamento. Se il sistema è così escludente ed esclusivo dobbiamo accettare che qualcuno reagirà anche nel modo peggiore. Fa parte della storia dell’umanità. Luigi Mangione mi ha fatto pensare perché è diventato un personaggio positivo nel web e sui social in quanto meme. E allora siamo passati da The Revolution Will Not Be Televised alla rivoluzione che, per esistere, dev’essere memabile. E mi chiedo: qual è la reazione al sistema e come si fa a coinvolgere la gente nella protesta? Per altre interpretazioni del pezzo, anche le peggiori, sono pronto a risponderne con l’avvocato.

Dopo due Festival di Sanremo hai capito che è l’unico posto per raggiungere il grande pubblico oppure esistono altri spazi per farlo?
Esistono, ma oggi in Italia quello che porta Sanremo lo porta solo Sanremo. Un peccato, ci stiamo autolimitando. I campionati sono due: Sanremo e i pezzi estivi. In mezzo sembra che non ci sia nient’altro. Così stiamo annichilendo la proposta artistica. Ma è anche vero che è bello che tanti giovani si siano riavvicinati a Sanremo, che lo stesso Festival cambi nel tempo. Però sarebbe bello che esistessero più situazioni di quel tipo. A me non dà fastidio Sanremo, ma che al Primo maggio di Roma ci siano gli stessi artisti che erano a Sanremo e che poi fanno anche la promo estiva. Se tutto è sanremocentrico non va bene, ma è peggio che il Primo maggio abbia abdicato al racconto di un altro mondo.

E lo stato di salute del rap come si può definire oggi?
Mi sembra piuttosto in salute. È uno dei generi più ascoltati, uno di quelli che monetizza di più e che ha fatto uscire tanti dischi belli. Come Elsewhere di Gemitaiz, un disco clamoroso, oppure Io individuo di Nayt e quello di Sayf, che è un artista che mi piace. C’è tanta roba bella e diversa, mi sembra un genere sempre più variegato, per cui sta bene.

Hai fatto discutere sui social dicendo che Kanye West non rappa così bene.
La risposta è stata montata male nella clip, replicavo al Giovane Tony che sosteneva come Kanye West fosse il più bravo rapper del mondo. E io gli ho detto che, rispetto a Kendrick Lamar, non sa rappare. Non volevo dire che Kanye West non sa rappare in generale, non mi permetterei. Resta un grande artista per tante cose, non per il modo di rappare. È un genio, ma se parliamo di puro rap Kendrick, Eminem, J. Cole, Drake, Black Thought dei Roots sono superiori, e sono i primi che mi vengono in mente. Quella frase l’ho detta, ma era montata ad arte per far discutere perché decontestualizzata. Se parliamo dell’artista più influente del pianeta, allora assume un ruolo centrale.

Kanye West fa più bene o più male alla musica?
L’aveva già capito Niccolò Machiavelli, ma Kanye West l’ha portato nel mondo dell’hip hop: il motto “bene o male, basta che se ne parli”. Ma è anche un genio perché ha dimostrato di saper differenziare la sua capacità di essere artista in tantissimi contesti diversi.

Su Kendrick Lamar hai ammesso di essere rimasto deluso dal fatto che abbia addirittura assoldato persone per ottenere informazioni private da usare nei dissing con Drake. Esiste un limite?
Il limite c’è. Non è di decenza o di etica, ma umano. Anche se sei arrabbiato con qualcuno. Non credo allo sputtanamento totale dell’avversario. Il rispetto dell’avversario lo abbiamo un po’ perso, non solo nei dissing rap. Credo molto nel rispetto degli altri, anche quando qualcuno ha un’idea diversa dalla mia o sono molto arrabbiato con lui.

C’è qualcuno a cui senti di dover rivolgere delle scuse, magari qualche politico che hai criticato aspramente?
A livello artistico no, perché non mi sono mai permesso di dare un giudizio sulla persona. Come diceva qualcuno più intelligente di me, il fascismo non è un’opinione, è un crimine. Quindi esula dal giudizio delle opinioni altrui. Condividere certe idee, per me, fa uscire dal contesto dei dissing. Su quello sono intransigente. Posso sopportare tutto, ma non il fascismo. A livello umano mi è capitato di scusarmi, ma lo faccio quando ritengo sia giusto.

A proposito di scuse o chiarimenti ricevuti o meno: eri finito indirettamente nel caso Morgan-Angelica Schiatti, quando Morgan ammise, nell’ambito del processo che lo vede accusato di stalking, di essersi finto Willie Peyote per ricontattarla.
Non ho più parlato con Morgan da allora e non ho intenzione di farlo. Ritengo che quella sia una cosa brutta, anche se non la più brutta che ha fatto. Perché quello che ha compiuto nei confronti di Angelica è sicuramente peggio di quello che ha fatto spacciandosi per me. Non l’ho mai detto pubblicamente per rispetto di Angelica, però me lo hai chiesto e rispondo. È un peccato vedere Morgan così, è una persona che ha dei problemi e dovrebbe occuparsene.