Mi piacerebbe molto dire che l’anno pazzesco di Anne Hathaway al cinema (5 titoli solo nel 2026) sarà ricordato soprattutto per Mother Mary, ma non credo sarà così.
Dopo Il diavolo veste Prada 2 (per noi bello, per i noiosi no), arriveranno l’Odissea di Christopher Nolan, La fine di Oak Street e Verity. E a confermarci che non tutte le ciambelle escono col buco ci pensa proprio questo film (nelle sale italiane dal 14 maggio con I Wonder Pictures) che racconta di una popstar che ha problemi con due questioni diaboliche: l’occulto e gli outfit.
Se bazzicate l’ambiente showbiz, la trama non vi stupirà neanche troppo. C’è una cantante che torna dalla sua designer storica dopo un periodo di allontanamento fisico ed emotivo. Bisogna ricostruire un rapporto che, proprio come un abito, si è lacerato. Tutto decisamente più romantico della realtà: a Sanremo, due o tre anni fa, due stylist nostrane si sono menate a una festa e non ci risulta abbiano fatto pace. Ma che ne sanno gli sceneggiatori.

Foto: Eric Zachanowich/A24
Ad ogni modo, nel film viene raccontata una grande verità: (quasi) tutto lo stile sfoggiato dalle vostre popstar preferite passa dalle mani sapienti di stylist, designer e, aggiungiamo noi, da approvazioni, accordi con brand, customizzazioni e via dicendo. Materia sensibilmente peggiorata negli anni, da quando i soldi si fanno con le adv su Instagram, mica vendendo i dischi (fa ridere anche solo scriverlo), e da quando chi veste i cantanti ha preso sempre più spazio superando (in visibilità, vanità, come volete voi) a volte i cantanti stessi. Nell’epoca del telefono in faccia, anche stylist, designer e make-up artist hanno manager, follower e sono diventati figure riconosciute e riconoscibili.
E se sulla carta questo film potrebbe stuzzicare gli appassionati di showbiz e di horror (in sostanza la stessa cosa), nella pratica qualcosa non funziona. Perché il novanta percento del racconto è ambientato in una stanza buia in cui le due cercano di risolvere il loro rapporto malato, tra dialoghi esistenziali e sfide verbali tra Anne e la (bravissimissima) Michaela Coel, designer inquietante e sibillina. Ma dopo un po’ non se ne può più.
Intanto, mentre il vestito del comeback prende forma, si parla anche del malessere della protagonista, e non è solo una questione di look.

Foto: Eric Zachanowich/A24
Le idee di fondo, prese singolarmente, funzionano. Moda, musica, occulto, relazioni tossiche. Nell’insieme però il film diventa scuro, prolisso e, soprattutto, troppo teatrale. Un po’ come se cercasse di raccontare l’alto scavando nel basso, ma senza approfondire niente. Per citare Bruno Barbieri: un bel mappazzone.
Non mancano alcune scene memorabili. Ce n’è una con FKA twigs che avrebbe reso magnifico anche quella porcheria del remake di The Craft , e possiamo dire che i concerti di Mother Mary ricordino vagamente l’Eurovision (decidete voi se è un complimento o no). Per gli amanti c’è anche un bell’elemento body horror.
In sintesi però in questo film si aprono tanti temi e se ne sviluppano pochi. Forse, a freddo, la cosa che mi è piaciuta è che racconta che le celebrity, quando scendono dal palco, sono persone disperate come tutte le altre. Per il resto si rimane lì, nell’attesa che accada qualcosa di comprensibile.
Dopo aver visto il film sono corso a casa, ho acceso la TV e ho schiacciato subito play su un vecchio episodio di Streghe. Mi serviva un po’ di magia vera.












