Antonio Spinelli, la danza è una questione di identità | Rolling Stone Italia
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Antonio Spinelli, la danza è una questione di identità

Rosalía, Beyoncé, Dua Lipa, l'Halftime Show di Bad Bunny. Ecco chi è il ballerino italiano che, ultimamente, abbiamo visto sui palchi di tutto il mondo insieme alle maggiori star internazionali

Antonio Spinelli

Antonio Spinelli (a destra) sul palco con Rosalía (a sinistra)

Foto cortesia

Mentre il Levi’s Stadium di Santa Clara rimbomba delle note di NUEVAYoL, la telecamera inquadra un ragazzo con la polo che danza davanti a più di 128 milioni di spettatori da tutto il mondo. È Antonio Spinelli, classe 1999 originario di Mugnano, in provincia di Napoli. È l’unico italiano nel corpo di ballo di quello che passerà alla storia come uno dei Super Bowl più politici e identitari di sempre.

Ma la sua collaborazione con Bad Bunny non è l’unico fiore all’occhiello del ballerino, che da alcuni anni prosegue la sua carriera di base a Los Angeles. Il curriculum di Antonio Spinelli fa invidia non solo ai professionisti, ma anche a qualsiasi Gen Z i cui idoli pop siano in cima alle classifiche: tra il 2022 e il 2023 è stato nel corpo di ballo del Motomami World Tour di Rosalía; nel 2024 ha danzato ai Brit Awards con Dua Lipa, lo stesso anno si esibito con Beyoncé durante il Christmas Halftime Show. Oltre a essere stato parte del Cowboy Carter Tour di Bey, ha calcato per tre volte il palco del Coachella Festival e, quest’anno, l’ha fatto insieme alla prima headliner latina dell’evento, Karol G. Per Spinelli è stata nuovamente l’occasione di rappresentare la cultura latina, guidato dalla coreografa Parris Goebel, davanti a un tappeto di persone che si estendeva fino alla ruota panoramica, con bandiere da tutti gli stati del Sud America.

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Antonio Spinelli balla con Bad Bunny durante il suo Halftime Show. Foto cortesia

«Abbiamo fatto una parte in mezzo alle persone, in piscina, quindi potevamo vedere l’emozione di sentirsi rappresentati sui visi di chi ci era attorno, ed è stato veramente toccante», mi racconta quando lo raggiungo in un momento di tregua dai suoi molteplici impegni. Mentre parliamo, con la connessione Milano-Los Angeles che va e viene, mi faccio raccontare il suo legame con la cultura latina, segnato fin da quando ha cominciato a studiare danza a 4 anni, partendo proprio dal latino-americano, per poi entrare nella Unbox Crew di hip-hop, dai 14 ai 19 anni. Per uno come lui, che ha debuttato sugli schermi internazionali del video di 2STEPS di Ed Sheeran, nel 2021, sembra quasi che non ci siano freni all’ambizione. Eppure Antonio mi racconta dei tanti “no” ricevuti, del modo in cui lotta per le persone che ama e che considera famiglia, di come nutre la sua anima cercando di uscire dalla logica sfiancante della performance, tra mesi di preparazione e altri in tour. Guardando l’Italia da una debita distanza, riflette anche sulle differenze culturali tra il Bel Paese e gli Stati Uniti, sul valore della danza che spera, un giorno, sarà maggiormente valorizzata anche nel suo Stato d’origine.

Antonio Spinelli

Antonio Spinelli con Rosalía. Foto cortesia

Cominciamo dal Super Bowl: che momento è stato per te?
Sapevo dall’inizio, da quando è stata indetta l’audizione a metà dicembre 2025, che sarebbe stato un evento storico e culturale molto importante, soprattutto per il periodo politico che stavamo vivendo negli Stati Uniti. Sin dall’inizio si vedeva la fame negli occhi di tutti per cercare di portare a casa il risultato e di rappresentare al meglio la cultura latina.

Qual è stata la preparazione per l’evento?
Dopo il procedimento di selezione, le prove sono cominciate all’inizio di gennaio, per poi arrivare esattamente all’8 febbraio con un mese di preparazione, sette giorni su sette, otto ore al giorno. L’ultima settimana solitamente è dedicata alle prove in loco, quindi noi le abbiamo fatte allo stadio di Santa Clara. È stata una sfida imparare a muoversi insieme a un set che si muoveva a sua volta, con i famosi fili d’erba che in realtà erano addetti ai lavori e la scenografia da allestire in pochi minuti. Durante queste prove in venue abbiamo visto per la prima volta l’incastro dei vari dipartimenti, la coordinazione: sono i miracoli della logistica delle grandi produzioni, che mi lasciano sempre a bocca aperta. Mi ricordo giornate lunghe, con tante ore di prove e, a volte, anche tante ore di stallo, perché se un dipartimento sta cercando di risolvere le proprie problematiche, tutti gli altri rimangono fermi. Funziona così. Ma è nei momenti di stallo che succedono le cose più belle: mi ricordo un momento in cui noi ballerini e altri reparti eravamo buttati sugli spalti in attesa e, a un certo punto, la band ha cominciato a suonare la salsa. Ci siamo alzati in piedi, centinaia di persone, a ballare e ridere nonostante la stanchezza accumulata.

Antonio Spinelli

Antonio Spinelli in tour con Beyoncé. Foto cortesia

Che rapporto hai instaurato con la cultura latinoamericana?
La mia grande fortuna è stata riuscire ad avvicinarmi alla cultura latina a partire dal mio primo tour con Rosalía, che è ovviamente spagnola, ma il cui cast era pieno di colombiani, portoricani, dominicani, messicani, brasiliani. Siamo diventati amici, abbiamo visitato insieme i Paesi dell’America Latina grazie al tour e, ogni volta, grazie a loro, è stata un’immersione totale nella cultura. Successivamente, quando mi sono trasferito a Los Angeles, dove il melting pot culturale è molto ampio, ho continuato a coltivare amicizie: il mio coinquilino è colombiano, così come uno dei miei migliori amici; un altro è venezuelano, uno dominicano. Quella latina è una cultura che vivo quotidianamente, dalla salsa che ascoltiamo mentre puliamo casa, ai locali e ristoranti che frequentiamo. Questo significa anche che ho vissuto da vicino il momento storico di repressione verso questa cultura, come qualcosa che, anche in maniera egoistica, mi preme molto, perché riguarda le persone che amo, che sono la mia famiglia. È anche per questo che ho inteso subito quanto potesse essere importante la rappresentanza di Bad Bunny al Super Bowl.

Nella danza ci può essere un messaggio politico?
Certo, con l’esibizione di Bad Bunny penso sia stato chiaro a tutti che, come si usa dire: representation matters. Riconoscere che l’artista principale di questi tempi sia un latino, che venga da quel genere prima completamente snobbato che è il reggaeton, è stato un evento storico. Allo stesso modo per la danza, nulla è stato lasciato al caso: sono stati ingaggiati coreografi esperti per esibirci nel modo più culturalmente adatto e rispettoso. Non doveva essere un’imitazione, ma un movimento che rispecchiasse la realtà. Questo è stato di un impatto enorme, soprattutto per tutte quelle persone che vengono perseguitate e che si sentono impaurite o sbagliate semplicemente perché sono di una determinata nazionalità. Con il Super Bowl hanno visto la loro cultura rappresentata a livello internazionale, con le bandiere, con l’orgoglio trasmesso dai genitori ai figli. Una delle cose che mi ha commosso di più sono state le video reaction che ho visto sui social, di bambini con gli occhi umidi per l’emozione. Mi hanno fatto realizzare come quell’esibizione andasse oltre la danza e l’intrattenimento, oltre lo showbusiness: aveva un valore politico e culturale, di identità e rappresentazione.

Tu hai scelto di portare avanti la tua carriera all’estero: quali sono le principali differenze nella cultura della danza tra gli Stati Uniti e l’Italia?
In Italia abbiamo un livello qualitativo altissimo, dagli insegnanti ai ballerini. Sono orgoglioso di essermi formato in Italia, dove la cultura, all’interno dell’ambiente della danza, è profondissima. Il problema arriva, purtroppo, da fuori, da un sistema che non la valorizza come dovrebbe. Sicuramente una parte del tema è istituzionale, basta pensare agli scarsi finanziamenti all’arte evidenti già dal numero di teatri che sono costretti a chiudere ogni anno. D’altra parte, penso sia un problema anche culturale. Gli Stati Uniti hanno da sempre basato gran parte della loro industria sull’entertainment, di cui la danza è parte. Il ballo è visto in maniera più industriale, se vogliamo dire così, in maniera strutturata, con più rilevanza economica e più opportunità lavorative. C’è molta più apertura verso ogni tipo di corpo e taglia, una maggiore diversificazione di persone e professionisti. Se penso alle produzioni italiane il budget è destinato a tutto tranne che al corpo di ballo: si cerca di investire sulla scenografia, sulla regia, sullo styling. In Italia la danza è considerata un’arte di serie B. Per questo penso che la frustrazione dei ballerini italiani venga dal fatto che non sempre ci sono opportunità di lavoro e, anche quando ci sono, chi propone il budget gioca sempre al ribasso, cercando di “pagare in visibilità”, che è qualcosa di estremamente iniquo.

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Antonio Spinelli nel corpo di ballo di Beyoncé. Foto cortesia

Oggi con Rosalía balla Giulia Stabile: avete avuto occasione di confrontarvi su questo passaggio di testimone?
Siamo super amici, la voglio bene nell’anima, ci siamo sentiti mentre faceva il processo di prove, prima del primo show, e anche dopo: ci sentiamo sempre. C’è tanta stima, tanto supporto, tanta amicizia e amore vero, quindi quando ho saputo che era entrata ufficialmente nel corpo di ballo del LUX Tour è stato bello poter cercare di supportarla e seguirla durante il percorso, dandole una visione di quella che era stata la mia esperienza. Poi ognuno, ovviamente, deve fare il proprio percorso e il suo sta andando splendidamente.

Sei stato in diversi tour, da Rosalía a Beyonce: qual è il tipo di preparazione per portare in scena una produzione così massiccia?
In preparazione del tour solitamente le prove iniziano alle dieci e vanno avanti per otto ore, sei giorni su sette. Devi avere molta costanza, perché è un processo lungo che dura anche due mesi e, se il recupero tra una giornata e l’altra non è abbastanza, il tutto diventa estenuante. Ragione per cui cerco di mantenere una routine abbastanza lineare. Quando si è in tour, questa routine un po’ varia, perché la tua vita cambia ogni due giorni, essendo costantemente in viaggio. Solitamente hai un travel day e, il giorno dopo, lo show day. Il giorno del concerto si va in venue dopo pranzo, poi ci sono il soundcheck e le prove, si cena presto per avere tempo di digerire e avvicinarsi, anche mentalmente, alla performance. Verso le 20 ci si prepara, tra riscaldamento, trucco, vestiti, e verso le 20:30-21 bisogna essere show ready.

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Antonio Spinelli sul palco con Rosalía. Foto cortesia

Nella vita da tour, che può essere sfidante, come ti prendi cura del tuo benessere mentale?
Quando ho un giorno o mezza giornata libera cerco sempre di fare il turista, di visitare, mangiare un po’ della cucina in posto. Faccio in modo che la performance non diventi troppo pesante fisicamente o mentalmente: cerco qualcosa che mi faccia sentire vivo, perché il rischio è quello di entrare in una ciclicità chiusa con l’ossessione della performance, e questo rende apatici. È importante sentire, esibirti anche con la tua anima, che va salvaguardata e nutrita con il mondo esterno. Il tour è sfidante per tutti i reparti che ci lavorano, dall’artista alla produzione, fino ai tecnici che smontano e rimontano il palco. Ovviamente è anche gratificante: il senso della performance è quello di donare gioia alle persone che fanno sacrifici economici e fisici per passare quel momento con noi. Se anche una sola persona del pubblico in quel momento si sente alleviata dal peso della vita quotidiana, io mi reputo felice.

Sembra tu abbia realizzato tutti i tuoi sogni, ma immagino ci siano state anche audizioni finite con un “no”: qual è il modo in cui gestisci le porte in faccia?
Da fuori ovviamente si vedono solo i “sì”, ma la percentuale di “no” è molto più alta! Quello che faccio io è rendere così grande il numero di tentativi, audizioni, proposte, che anche la più bassa percentuale di “sì” è abbastanza per esserne soddisfatto. L’importante con le porte chiuse è avere chiaro che non dipendono dalla nostra mancanza di capacità, né dal valore personale. L’ho capito anche grazie a tanta terapia, che il valore lavorativo dipende da ciò che serve al progetto. Un “no” arriva, spesso, semplicemente perché non sei adatto alla missione artistica, di storytelling, di uno specifico progetto, e non ha a che fare con le tue competenze. Anche quando ottieni un lavoro, non sempre sei il ballerino di punta, magari non ti senti stimato, vieni messo di lato. Però ho sempre cercato di non prenderla come una sconfitta personale. È in ogni caso un modo per farsi vedere, perché così ci sarà qualcun altro a cui serviranno proprio le tue capacità e ti darà un’occasione. L’importante è non confondere il valore personale con quello lavorativo, non farsi totalizzare da questa dinamica.

Lavori con moltissimi artisti, ma che musica ascolti?
Oltre alla musica degli artisti con cui collaboro e il pop mainstream, che mi piace molto, la mia playlist varia da Juan Gabriel alla salsa, passando per FKA Twigs e Labrinth. Poi c’è James Blake, di cui sono grandissimo fan.