Allarme rosso, evacuare il Welcome to Rockville | Rolling Stone Italia
4 giorni, 150 gruppi

Allarme rosso, evacuare il Welcome to Rockville

Caldo infernale, tempeste, sgomberi: a Daytona Beach per vedere Guns N’ Roses (spompati), Foo Fighters (in palla), Turnstile (esaltanti) e decine di altre band. Alla fine il rock ha prevalso sul meteo e sulle leggi della Florida

Allarme rosso, evacuare il Welcome to Rockville

Welcome to Rockville 2026

Foto: Enzo Mazzeo per Rolling Stone Italia

Riuscire a seguire come si vorrebbe il Welcome to Rockville, probabilmente il più grande festival americano dedicato alle sonorità hard & heavy, è semplicemente impossibile. Si parte sempre con i migliori propositi: si studia il cartellone, si cerchiano i nomi imperdibili, si costruisce una personale tabella di marcia fatta di orari, palchi e corse da un concerto all’altro. Poi inevitabilmente tutto cambia man mano che si procede, soprattutto quando, come in questo caso, le condizioni atmosferiche sono avverse. Siamo in Florida, a inizio maggio, e il Sunshine State tiene fede alla propria fama: caldo feroce, umidità soffocante e temperature che durante il giorno oscillano costantemente tra i 30 e i 35 gradi. Sarebbe il clima perfetto per una giornata in una delle tante spiagge dei dintorni, ma quando bisogna attraversare continuamente l’enorme circuito automobilistico di Daytona Beach per spostarsi fra cinque palchi disseminati all’interno di un’area immensa, la questione diventa molto più complessa.

Va detto che l’organizzazione svolge un lavoro eccellente per limitare i disagi: acqua gratuita a disposizione di tutti, getti continui sulle prime file per rinfrescare il pubblico e numerose aree ombreggiate dove trovare un po’ di tregua. Si potrebbe stare decisamente peggio. Eppure il caldo non è l’unico ostacolo alla riuscita di una giornata di concerti. Almeno, non dal secondo giorno in poi. Me ne accorgo subito dopo l’esibizione sopra le righe degli Hollywood Undead, che il venerdì scatenano il putiferio su uno dei palchi principali: il sole splende nel cielo, il moshpit non accenna ad arrestarsi e fiumane di persone vengono scaraventate oltre le transenne dall’incessante stage diving. Finito il concerto, tiro fuori la scaletta personalizzata per capire come proseguire la giornata. Ed è proprio in quel momento che tutto si ferma. Sirene improvvise, messaggi a sfondo rosso sugli schermi dei palchi e il cielo che, letteralmente nel giro di pochi minuti, comincia ad annuvolarsi. Siamo in codice rosso: evacuazione immediata dell’area. Increduli, perché fino a quel momento non era caduta nemmeno una goccia, ci guardiamo attorno e vediamo qualcosa di surreale: migliaia di persone (sono circa 50 mila al giorno secondo l’organizzazione) iniziano ordinatamente a dirigersi verso le uscite mentre dagli altoparlanti il messaggio di evacuazione viene ripetuto in loop.

Hollywood Undead. Foto: Enzo Mazzeo

Il pubblico del Welcome to Rockville. Foto: Enzo Mazzeo

Ordine di evacuazione al Welcome to Rockville. Foto: Enzo Mazzeo

Noi della stampa, fortunatamente, abbiamo il parcheggio a portata di mano e riusciamo a ripararci in macchina. Ma resta impressionante vedere una massa umana di quelle dimensioni dissolversi nel giro di pochi minuti. Poco dopo arriva davvero il temporale: pioggia battente, vento e fulmini, in pieno stile tropicale. Nulla di apocalittico, in realtà, ma la regolamentazione della Florida impone misure rigidissime in questi casi. In molti festival europei, a parità di condizioni, i concerti andrebbero avanti lo stesso e qualcuno sdrammatizzerebbe rotolandosi nel fango. Qui no. Si aspetta. E bisogna ammettere che la macchina organizzativa reagisce con notevole efficienza: dopo circa un paio d’ore, i canali social del festival pubblicano una timetable aggiornata. Alcuni set vengono accorciati, gli orari slittano in avanti e qualche band purtroppo viene cancellata (pochissime, comunque). E la cosa più incredibile è che, poco dopo, ritirato il codice rosso, l’area torna a riempirsi come se nulla fosse accaduto. Una scena che si ripeterà per ben tre giorni consecutivi e che, a quanto raccontano molti veterani di Rockville, rappresenta quasi una tradizione non scritta del festival.

E la musica? Quella, fortunatamente, è all’altezza delle aspettative. Gli highlight sono moltissimi, ma alcune band riescono davvero a emergere sopra tutte le altre. I Turnstile, ad esempio, confermano senza alcun dubbio di essere una delle realtà più importanti e innovative che la scena rock abbia prodotto negli ultimi anni. Provenienti dalla scena post hardcore di Baltimora e attivi dal 2010, hanno trovato la definitiva consacrazione con gli ultimi due album e soprattutto con Never Enough, uscito nel 2025 e premiato ai Grammy. La loro forza sta nell’essere riusciti ad ampliare enormemente il proprio spettro sonoro senza perdere l’urgenza e l’energia hardcore delle origini. La formula resta aggressiva, fisica, nervosa, ma è attraversata da una ricerca melodica sempre più raffinata, valorizzata dalla voce immediatamente riconoscibile del frontman Brendan Yates. Il risultato è un sound micidiale: potente ma accessibile, tecnico ma spontaneo, capace di colpire tanto chi arriva dall’hardcore quanto chi si avvicina alla band da territori musicali completamente diversi.

Turnstile. Foto: Enzo Mazzeo

Alice Cooper. Foto: Enzo Mazzeo

Foto: Enzo Mazzeo

Dal vivo i Turnstile funzionano in maniera devastante. Suonano con grande precisione, senza una sbavatura, e possono contare su una manciata di brani che ormai hanno lo status di veri e propri inni contemporanei. Yates parla pochissimo durante il set, ma comunica con la sua presenza scenica. Anche il palco, volutamente minimale, lascia il segno grazie ad alcune trovate visive semplici ma efficacissime: l’enorme schermo a bande colorate che accompagna il concerto oppure il momento in cui vengono proiettate le immagini dei ragazzi delle prime file, creando una connessione immediata tra la band e il suo pubblico. È uno di quei concerti che lasciano la sensazione di aver assistito a qualcosa di speciale.

Tra le band più navigate in cartellone, i Foo Fighters si confermano ancora una volta una garanzia assoluta. Il loro set attraversa con totale naturalezza diverse anime del gruppo: dalla carica punkeggiante di This Is a Call all’emozionante Aurora, dedicata al compianto Taylor Hawkins, fino alla furia incontrollata di Monkey Wrench. Dopo appena pochi minuti Dave Grohl è già completamente fradicio di sudore: i capelli, ormai sempre più lunghi, gli si incollano al volto mentre corre da una parte all’altra del palco con l’energia di un ventenne. Eppure la vera forza di Grohl resta il modo in cui riesce a relazionarsi con il pubblico: ha il carisma dei grandi fuoriclasse del rock, ma continua a trasmettere l’impressione di essere uno di noi, uno che starebbe benissimo anche dall’altra parte delle transenne. «Abbiamo già suonato altre volte in situazioni in cui il maltempo rischiava di mandare tutto all’aria», racconta dal palco. «E ogni volta ci chiediamo se, una volta tornati alle auto, le persone torneranno davvero. Vi sono grato per essere di nuovo qui. Suoneremo finché non ci staccheranno la corrente».

Ed è impossibile non credergli. Anche perché i grandi classici dei primi anni 2000, da Times Like These a Learn to Fly, non hanno perso nemmeno un grammo della loro forza emotiva e del loro impatto. Ma la cosa forse più sorprendente è che anche i brani nuovi come Your Favorite Toy non sfigurano, dimostrando come i Foo Fighters siano ancora una band viva, credibile e capace di parlare al presente.

Lorna Shore a Daytona. Foto: Enzo Mazzeo

Palale Royale. Foto: Enzo Mazzeo

Five Finger Death Punch. Foto: Enzo Mazzeo

Un festival come Welcome to Rockville funziona soprattutto perché non lascia mai spazio alla noia. Nel giro di pochi minuti si può passare dal main stage a cantare i classici immortali di Alice Cooper, l’inossidabile rocker di Detroit per cui il tempo sembra essersi fermato, a tuffarsi nei pit più feroci davanti ai palchi secondari, dove trovano spazio alcune delle nuove realtà più interessanti della scena metal contemporanea, come i devastanti Lorna Shore e i teatrali Ice Nine Kills. Tra le sorprese più convincenti, la straordinaria Dorothy mette in scena anima blues e potenza hard rock con naturalezza disarmante. E a lasciare il segno sono anche i Palaye Royale (visti di recente dalle nostre parti con Yungblud), una band che meriterebbe senza dubbio un successo molto più ampio di quello di cui gode oggi. Hanno tutto: stile, sound, canzoni, presenza scenica e un frontman magnetico come Remington Leith, che nei 40 minuti scarsi a disposizione mette in mostra un repertorio da autentico animale da palcoscenico: un mix tra il fascino decadente di Dave Gahan e il carisma selvaggio di Jim Morrison, il tutto condito da un look androgino e teatrale che cattura immediatamente lo sguardo.

Riusciamo a vedere gli Staind, con il frontman Aaron Lewis che per una volta mette da parte le arringhe politiche e si concentra sulla musica, i divertenti Five Finger Death Punch, gli ex beniamini texani del nu metal Drowning Pool e i Black Label Society di Zakk Wylde, che non manca di tributare l’indimenticato Ozzy Osbourne con una bella cover di No More Tears. C’è anche Jason Bonham, con il suo tributo al padre, che definisce «il più grande batterista rock di tutti i tempi», eseguendo una sfilza di classici senza tempo dei Led Zeppelin. E se per curiosità sbirciamo anche il set dei Fozzy, la band del wrestler prestato alla musica Chris Jericho, senza però uscirne completamente convinti, finiamo invece per lasciarci trascinare dall’hard rock senza fronzoli dei losangelini Buckcherry, autori di uno show diretto, sporco e tremendamente efficace.

Black Label Society. Foto: Enzo Mazzeo

Drowning Pool. Foto: Enzo Mazzeo

Staind. Foto: Enzo Mazzeo

Una mezza delusione arriva invece dai Guns N’ Roses. Dei problemi vocali di Axl Rose si parla ormai da tempo. Questa sera, però, quello che non convince è l’insieme: manca proprio il mordente. Axl prova chiaramente a dosarsi, e viene spontaneo chiedersi perché la band continui a proporre set da tre ore abbondanti quando una scaletta più compatta probabilmente permetterebbe al cantante di esprimersi molto meglio.

Questa sera, complice il ritardo accumulato dopo il temporale, il concerto viene effettivamente accorciato rispetto allo standard. Ma anche 150 minuti finiscono per pesare: a tratti Axl arranca vistosamente, mentre il resto della band dà l’impressione di limitarsi a eseguire il compitino senza particolare trasporto. Certo, quando partono classici come It’s So EasySweet Child O’ Mine o November Rain, il pubblico reagisce immediatamente: sono canzoni che ormai conoscono tutti, praticamente patrimonio collettivo del rock. Ma nei momenti meno iconici la tensione cala sensibilmente.

Lo stesso Axl sembra esserne consapevole. Introducendo Nothin’ scherza dicendo: «E ora un brano nuovo… cercheremo di lasciarcelo alle spalle il più velocemente possibile». Una battuta che strappa qualche sorriso, ma che allo stesso tempo lascia trasparire una certa sensazione di inadeguatezza generale, come se la band stessa percepisse i limiti di uno show che, almeno questa sera, non riesce davvero a decollare.

Axl al Welcome to Rockville. Foto: press/Guns N’ Roses

Foto: press/Guns N’ Roses

Foto: Enzo Mazzeo

Le circa 160 band che, nell’arco dei quattro giorni, si alternano sui palchi del Welcome to Rockville provengono da ogni angolo del mondo. Stati Uniti e Regno Unito restano centrali, certo, ma la line-up è ormai sempre più internazionale e variegata. Gli australiani Parkway Drive mettono in scena uno show potentissimo e pirotecnico. Dal Messico arriva il trio tutto al femminile Warning, che si prende una posizione di rilievo sul main stage, mentre dalla Mongolia colpiscono gli Hu con la loro proposta unica, profondamente radicata nella tradizione musicale del Paese. Dalla scena visual kei giapponese spiccano invece i Jiluka, e non mancano le band italiane, come i romani Fleshgod Apocalypse, ormai una realtà consolidata della scena symphonic death metal internazionale.

Se pochi giorni prima i Bring Me the Horizon avevano firmato uno storico sold out al Madison Square Garden di New York, il loro slot da headliner a Rockville non fa che confermarli come una delle realtà più importanti della scena heavy contemporanea. Il loro è ormai uno spettacolo completo, grandioso ed emotivamente coinvolgente, specchio perfetto dell’evoluzione di una band passata dagli esordi deathcore a una proposta estremamente eclettica e trasversale.

Grande attesa anche per i riformati My Chemical Romance, coevi dei Bring Me the Horizon e capaci di trasformare il loro set in un altro trionfo collettivo. Il concerto si concentra soprattutto sui brani di The Black Parade, album che ha segnato un’intera generazione. In un panorama musicale sempre più globalizzato, il Welcome to Rockville si conferma molto più di un semplice festival: scene, culture e generazioni diverse si intrecciano. Questo è lo spirito.

Offspring. Foto: Enzo Mazzeo

Jason Bonham. Foto: Enzo Mazzeo

Bring Me the Horizon. Foto: Enzo Mazzeo