La rivincita delle “bionde” | Rolling Stone Italia
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La rivincita delle “bionde”

Letali e virali: non le femmes fatales, ma le sigarette. Un gesto (estetico), quello del fumo, che sta tornando, almeno nella rappresentazione pop, alimentato da social e nostalgia. Avete da accendere?

fumo

Foto: Pascal Meier su Unsplash

In Io e Annie, Woody Allen dice che tutto quello che una volta faceva bene, ora fa male: il sole, il latte, la carne, l’università. Mancavano solo le sigarette. Era il 1977 ed erano già passate da presidio medico a male assoluto. Di recente però qualcosa è cambiato: le “bionde” sono di nuovo tremendamente interessanti. Del resto, se tutto fa male, allora niente fa male.

Dagli anni Trenta fino ai Cinquanta, fumare non era solo una postura, ma anche una pratica salutare esaltata dalle pubblicità. «Sempre più medici fumano Camel», oppure «Lucky Strike: la tua protezione per la gola contro irritazioni e tosse». Poi, a metà Cinquanta, la realtà ha iniziato a incrinare il sogno e a far emergere l’incubo. Le grandi aziende del tabacco pubblicarono sui principali quotidiani statunitensi una lettera, il “Frank Statement”, un capolavoro di ipocrisia aziendale in cui negavano ogni evidenza scientifica. In molti continuarono quindi a pensare che fumare un pacchetto non fosse poi così diverso da bere una spremuta d’arancia. Da qui, una lunga campagna di disinformazione.

Oggi sappiamo tutto. Sappiamo che il fumo uccide e fa stare male in una miriade di modi. Che crea dipendenza, che fa puzzare l’alito, che l’odore impregna i vestiti e le tende di casa. Abbiamo anche capito che è decisamente maleducato scappare fuori dal ristorante, nell’attesa del secondo, per fumarsene una. Con l’ascesa delle sigarette elettroniche, in molti si sono rifugiati nella tecnologia (di nuovo!), ma è solo un’illusione. Impugnando quegli strambi oggetti di plastica, intrinsecamente tristi e spesso associati all’aerofagia, si uccide solo la sensualità.

Negli anni Cinquanta, e soprattutto grazie al cinema, fumare era sinonimo di eleganza e seduzione. Penso a un film in particolare, Il Conte Max, commedia dolce-amara del 1957, con Vittorio De Sica e Alberto Sordi. In una scena si vede il protagonista offrire con grande charme una Muratti Ambassador aggiungendo «sono leggere». Porge così un pacchetto ricolmo di raffinate cannucce bianche da far penzolare dalla bocca quale perfetto abbinamento all’abito da sera. Mi viene in mente poi Lauren Bacall in Acque del Sud, Il grande sonno e La fuga. O James Dean con il quale la sigaretta diventa invece un gesto di ribellione, una dichiarazione di stile di chi preferisce la mortalità alla mediocrità. L’ultimo sussulto di quest’epoca si cristallizza nel billboard del Marlboro Man fuori dallo Chateau Marmont. Diventate tabù, le sigarette sono state progressivamente rese marginali (se non depennate) dalle sceneggiature. Le star cambiarono atteggiamento e da ostentata divenne nascosta (tranne per Jack Nicholson, s’intende). Oggi il vento è cambiato nuovamente: l’esilio è finito. Un esempio su tutti è Gwyneth Paltrow, paladina del cibo salutare, che di recente ha ricordato con grande nostalgia il suo passato da fumatrice, senza escludere un ritorno.

Marlboro Man Chateau Marmont

Il Marlboro Man allo Chateau Marmont. Foto: X

Da quasi un ventennio il puritanesimo salutista – incarnato non solo dalla censura e dal giornalismo scandalistico, ma anche dalle politiche dei governi – ha cercato in più modi di cancellare il tabacco. La leva più importante è ancora il costante aumento dei prezzi (in Italia, oltre al recente rialzo, c’è chi chiede già una maggiorazione di altri 5 euro), ma si sentono pure gli echi di roboanti norme dal sapore distopico (e utopico?), come la “smoke-free generation” del Regno Unito (chi è nato dopo il 2009 non potrà comprare sigarette, per sempre). Interventi che seguono i divieti per i luoghi pubblici: prima per l’interno (bene) e poi per alcuni all’aperto (una suggestione metafisica varata anche dal Comune di Milano). Volgare, costoso, e quindi proibito. Suona interessante, no? Io stesso sono un fumatore: morigerato, massimo tre al dì e solo per agevolare le canoniche funzioni digestive. Ma ho comunque introdotto alcune eccezioni, come quella post-rasatura. Se poi c’è di mezzo l’alcol, va da sé che il conto sballa. Seguono poi lunghi periodi di contrizione dove non fumo affatto. Senza ipocrisia riconosco altresì che non lo faccio nemmeno per il piacere del fumo o per il sapore della nicotina, quanto per la gestualità che accompagna il momento. A volte, e in modo del tutto involontario, durante la prova di una mise, mi sorprendo a portare la mano alla bocca, come se stessi fumando. Il punto è proprio questo: non è una necessità, ma un accessorio; non solo del look, ma anche della persona.

“La rivincita delle bionde”, insomma, è già in atto. Il filtro che viene utilizzato per fotografare questo great comeback viene da Instagram e non ha il sapore del mentolo, ma della nostalgia. Per citare Don Draper, cioè la persona più esperta in materia: “La nostalgia è delicata, ma potente”. Ecco quindi l’avvento di Ciginfluencer, account che popola il suo feed con foto di celebrità intente a farsi una fumata. Vecchie glorie come Nicole Kidman e Sean Penn (che racconta pure di presunte proprietà benefiche), ma anche nuove icone come Rachel Sennott, Dua Lipa e Charli XCX, grazie al nuovo singolo Rock Music.

Charli XCX Rock Music

Charli XCX nel video di ‘Rock Music’. Foto: screenshot

Va bene, magari alcuni vip sono in cerca di una (s)fumata ribelle, utile a sporcare la loro patinata esistenza e nulla più. Allora vi basterà fare un giro sui vari profili di lifestyle per essere sopraffatti dalla bellezza di luccicanti vassoi in argento ricolmi di sigarette sfuse, accompagnate da prelibatezze di McDonald’s e da Martini ghiacciati. Oppure scoprire di quel simpatico vecchietto di New York che ha lanciato un appello rivolto alla popolazione per fumare una sigaretta vis-à-vis.

Se cercate un’alternativa più irriverente, sarete oltremodo soddisfatti da quei profili in cui vengono adorate le “drunk cig” (insieme alle “domestic beer”). Si tratta di sigarette impossibili da declinare durante una serata e protette da una speciale amnistia alcolica. Se sei un fumatore, non contano ai fini del censimento settimanale. Se invece non lo sei, non ti definiscono come tabagista.

D’accordo, non ho chiesto un sondaggio ad Alessandra Ghisleri, ma da quanto vedo intorno a me posso constatare che la sigaretta – per i Millennials almeno – non è una dipendenza, ma un vezzo. Grazie a una maggiore consapevolezza è stata relegata a numeri ridotti, al fine settimana o alle occasioni speciali. Momenti nei quali fingi di essere qualcun altro e finisci per vivere davvero. In un modo o nell’altro la sigaretta è uscita dalla vergogna di qualche anno fa e ha trovato una nuova dimensione. Non dimentichiamoci poi che il mondo sta andando in fiamme, tanto vale accendersene una: non cambierà assolutamente nulla. Infine, è doveroso concludere l’articolo con un disclaimer, ribadendo cioè che fumare fa male alla salute, puzza, sporca, dà fastidio. Ed è proprio per questo che dà così tanta personalità.