Ma che esperienza! Sono ancora incredulo.
E che gioia! Gioia e felicità per il successo del film, che è stato clamoroso, e per i riconoscimenti ricevuti, che non possono non far piacere. Sono davvero felice, sì, anche se non mi è stato attribuito il premio come miglior attore protagonista, non me ne frega niente, anzi! Quando ho sentito pronunciare il nome di Sergio Romano, ho tirato un gran bel sospiro di sollievo! Meno male, ho pensato. Io non sono che un neofita del cinema, un dilettante allo sbaraglio, un absolute beginner. Sergio è un gentiluomo che ha fatto della carriera attoriale la sua stessa vita, al cinema e in teatro, e se l’avessi vinto io quel premio, mi sarei sentito in colpa. Ho imparato a volergli bene, a Sergio, ad apprezzarne l’eleganza, l’attenzione, le capacità, la postura intellettuale, e il talento. Ho imparato molto da lui, mi ha fatto da Cicerone nella disavventura cinematografica, e gliene sarò grato per sempre. Così come per sempre sarò grato a Francesco Sossai, per avermi coinvolto nell’impresa. Un film dalle gambe lunghe, ci siamo detti, un film concepito come una speranza, nel segno della narrazione del Paese reale. Un film dallo sguardo gentile e languido, che ci racconta la sconfitta esistenziale di un popolo perennemente illusosi, intrappolato nello ‘sviluppo economico’, ignaro del ‘progresso sociale’.
Due giornate romane indimenticabili.
Al Quirinale, me la son proprio goduta! Stringere la mano al Presidente della Repubblica è stata una grande emozione. Non ch’io sia così affezionato a Mattarella – quanti decreti legge assurdi ha firmato?, mi si perdoni la polemica – ma è pur sempre il Presidente della Repubblica Italiana, quella fondata sul lavoro, quella che… la guerra, la ripudia.
Mi ha guardato, il Presidente, mi ha guardato negli occhi, anzi, mi ha proprio “tirato un’occhiata” del tipo: “Eccoti qui, mascalzone!, sei tornato, finalmente”. Ero spettinato, just wake up.
Irritante, invece, è stata l’arte retorica del Ministro Giuli, il narcisista. Semplicemente fastidioso. E vabbuò, non siamo tutti uguali, e meno male. Però quel documentario, quello sul tragico destino del povero Regeni, non è stato finanziato. Sono, queste, cose che fanno male non soltanto alla sua famiglia, che ancora attende giustizia e che probabilmente mai l’avrà: fanno male alla società italiana, tutta intera. Nel frattempo il ministero concede finanziamenti a pioggia a progetti insignificanti, con i nostri soldi, quelli della fiscalità generale. Nessun personalismo, caro Ministro, solo un sincero dissenso, e tanta, ma proprio tanta, cordiale antipatia.
Ma che dire di Ornella Muti che, a cerimonia conclusasi, mi ha avvicinato dicendomi: «Non ci presenta nessuno… ma io non me ne voglio andare senza stringerti la mano». Grazie Ornella, che emozione! E perdonami, ti prego, avrei dovuto avvicinarti io, ma… sono un timidone.
La serata a Cinecittà è stata interminabile. Una faticaccia terribile. Ma ho gioito come non mai, per tutti i premi assegnati a Le città di pianura. Che godimento!
Mi ha appena chiamato Federico Zampaglione, per farmi i complimenti. Federico! La tua romanità mi regala sempre un sorriso compiaciuto. «Nun te sottovalutà, Pierpà, nun lo fa! Daje Pierpà!». Quanto mi sei caro, Federico.
Mi ha scritto un messaggio il professor Pietro Basso, del quale seguii il corso di Sociologia economica all’Università, trentacinque, forse di più, anni or sono. Pietro è un compagno, un fratello, un padre, per me. «Hai indossato la kefiah… Bravo! Sono orgoglioso di te». Grazie Professore, sei tu, che mi inorgoglisci.
La kefiah… Scherzosamente, a Bologna, al Pratello, la mattina del 25 aprile, Festa della Liberazione, dissi a Donato, Donato Cardigliano, appena prima di incominciare la mia lettura drammaturgica di Mahmoud Darwish, l’immenso poeta palestinese: “Voglio lanciare una nuova moda! Smoking e kefiah, così imparano, quelli del cinema!”. Donato è un editore bolognese, uno che ha a cuore la memoria storica di questo nostro disgraziato Paese, e pubblica, fra le tante cose che fa, le poesie di Sante Notarnicola. Gli promisi, in quella magnifica occasione (è stata magnifica, abbiamo pianto tutte e tutti, perché amiamo la Palestina, l’amiamo con il cuore e con l’intelletto, con i nostri inscalfibili valori democratici, perché noi compagni, noi marxisti, noi comunisti, anarchici, socialisti, siamo sempre stati e sempre saremo parte dell’anticorpo democratico, senza se e senza ma), insomma, gli promisi che ai David di Donatello l’avrei indossata, la nostra amata kefiah, e se qualcuno me l’avesse impedito, avrei mandato tutti a quel paese e mi sarei dileguato.
Ma al David nessuno, ma proprio nessuno, ha dissentito sulla mia scelta. Anzi. Ne sono felice. Felice di constatare che, finalmente, incominciamo tutte e tutti a capire cosa sta accadendo nel mondo, incominciamo (meglio tardi che mai, vien da dire…) ad osservarlo, una buona volta, l’abisso morale in cui sta precipitando il mondo, spinto verso il burrone dal Dipartimento di Stato USA, dal sionismo, dall’ignavia dei nostri governanti, dalla pelosa e colpevole indifferenza degli azionisti della morte, quelli che sulle guerre ci guadagnano, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti.
La mia kefiah… Quanto ti amo. Grazie kefiah, mi proteggi la voce, e mi riscaldi il cuore, un cuore che non vuole diventare di pietra, ma vuole continuare a pulsare, a vivere, a lottare, e una voce che vuole continuare a gridare, gridare forte, tutta la rabbia, lo scoramento, l’infinita tristezza di un mondo sempre in guerra. La guerra, la guerra, la guerra, è sempre lei, maledetta assassina, che ci rincorre, armata fino ai denti, per farci tacere. Poveri israeliani… Siete sempre stati in guerra con tutti, vi hanno insegnato che la guerra è il vostro destino, vi hanno indottrinato, fin da piccini, ad amare i carrarmati, e a disprezzare la vita degli altri. Non posso che provare pena, per voi tutte e tutti. Pena, non odio, non ho più voglia di odiare nessuno. Non voglio diventare come voi.
Ieri mattina, in Via Nazionale, a Roma, nei pressi dell’albergo, Philip Kreuzer, il tedesco co-produttore con Vivo film, il crucco più adorabile di sempre, conversando, mi ha detto: «Hai visto, Pierpaolo? Abbiamo fatto un film insieme, e siamo diventati sinceri amici, tutti quanti, per tutta la vita».
Si, Philip, è proprio così.
















