Libertà e audacia. Le parole applicate al cinema italiano usate da Sergio Mattarella nel tradizionale discorso alla vigilia dei David di Donatello sono anche le più citate negli speech della serata di premiazione. Però oggi come si realizzano, e soprattutto come si portano al pubblico, quella libertà e quell’audacia? Un film quest’anno l’ha indiscutibilmente fatto. Le città di pianura di Francesco Sossai, che ieri ha vinto tutto (8 premi su 16 candidature: come previsto, forse un po’ più del previsto), ha saputo declinare quelle due parole come nessun altro, in questa stagione e probabilmente non solo.
Indipendente per natura, fuori dalle rotte battute, laterale nello sguardo e nella ricerca di storie, facce, luoghi, anche senso (della vita, e di come la si riporta per immagini e per finzione), e soprattutto bello (che è un requisito fondamentale di cui spesso in passato ci si era dimenticati), rientra nel sistema mainstream con una richiesta: proviamo a credere che questo modo di pensare il cinema, in Italia e in questo momento storico, non sia come andare a bere “l’ultima” perché tanto è tutto finito; proviamo a immaginare che sia invece l’indicazione di una possibilità di ricostruzione reale.
Da un paio di stagioni – l’anno scorso era stato Vermiglio di Maura Delpero, diversamente ma ugualmente fuori rotta, libero e audace – i David rispecchiano una necessità che è, prima di tutto, del cinema italiano stesso. Un campo di ricerca di nuove voci che possano sanare l’eterno (e in certe stagioni meritato) bias: “Io i film italiani non li guardo”. È un ritornello ancora duro a morire, anche quando ci si confronta con un pubblico colto, attento, curioso.
Certo, parliamo di titoli che non hanno numeri alla Checco Zalone, ma credo che un film come Le città di pianura, arrivato a quasi 2 milioni di euro (cifra tutt’altro che piccola, se parametrata al progetto e alla sua natura), sia realmente arrivato a un pubblico – anche giovane, vivo, presente, ma lontano (o allontanato) dal cinema italiano – da cui si può ripartire per sanare una frattura.
I David di quest’anno riconfermano gli autori noti che, nell’ultima annata, sono tornati a parlare al pubblico: Martone, Soldini, Virzì, tutti con buoni film e buoni riscontri al botteghino. Segnalano l’arrivo di una nuova generazione di nomi che guardano alla platea, oltre che alla famigerata qualità (penso a Michieletto con Primavera, che ora sta andando benissimo anche fuori confine, ma pure a Rampoldi, Scarano, alla vincitrice del miglior esordio Spampinato). Indicano che il nostro cinema – come qualunque cinema – non può più permettersi di parlare solo a sé stesso, che non può esistere senza un pubblico, più o meno ampio che sia.
Ho volutamente lasciato fuori Sorrentino da questo elenco. Il suo è un discorso a parte. Al momento, sembra l’unico regista capace di portare la sua visione d’autore a un pubblico grande davvero. La grazia è un film bello, visto (quasi 7 milioni di incasso), largo come si dice oggi. Parla a noi e va nel mondo con gambe forti. Che sia stato completamente escluso dal palmarès (mi sarei aspettato almeno un premio, meritatissimo, ad Anna Ferzetti) è bizzarro. È come se il sistema nazionale avesse, per mille ragioni, deciso di far saltare simbolicamente qualche turno (vedi anche il precedente Parthenope) al suo autore più chiaramente solido, pur riconoscendone il valore. Sorrentino non smetterà di vincere statuette anche in Italia, ma lasciarlo fuori è un errore, soprattutto nei confronti di quel pubblico che al cinema ci va e per il quale trovare nei premi il riscontro del biglietto che ha pagato può aiutare a sanare l’eterno pregiudizio del “circoletto”, dell’industria che se la canta e la suona da sola.
Intervistata l’altro giorno fuori dal Quirinale, Matilda De Angelis ha citato proprio Sorrentino. Diceva che il cinema italiano non si deve disunire. Ecco, se devo trovare un simbolo di questi David, e di quello che possono dire al nostro sistema, insieme a Sossai e alle sue città (in)visibili ci metto lei. Attrice talentuosissima riconosciuta anche al di là della nostra industria, ha vinto ieri il secondo David per il suo ruolo finora più bello al cinema (Fuori di Martone). Sta studiando da attrice di una volta: corteggia gli autori che possono farla crescere, pensa al pubblico generalista con progetti di qualità (vedi La legge di Lidia Poët, un successo anche all’estero), guarda altrove (le serie negli Stati Uniti, il Dracula di Besson).
Ha fatto, a braccio, il discorso più bello e adulto sentito ieri sera: sì, ci sono le responsabilità della politica e dei governi rispetto al cinema e ai suoi lavoratori, ma c’è anche «la nostra responsabilità, che esiste come in tutte le relazioni sane. Ovvero riportare il cinema ad essere onesto, pulito, limpido, sociale e politico». E pure libero e audace, direi. Come lei.
















