Lamante sogna cimiteri | Rolling Stone Italia
Provincia fertile

Lamante sogna cimiteri

Abbiamo rincorso la cantautrice di Schio fra Bruxelles e Milano per farci raccontare ‘Non dico addio’, un disco registrato in chiesa e fatto di canzoni misteriose che parlano di un lutto e sembrano sogni da interpretare

Lamante sogna cimiteri

Lamante

Foto: Rose Mihman

È quasi sera, e due figure abbandonate discendono una collina del profondo Veneto, da cui svetta un campanile. Uno è vestito di tutto punto. Jeans nero, scarpette con tacco, Ray-Ban, borsalino, cappellaccio, portamento e tratti orientali. Avanza a piccoli passi, da ballerino. Lei – quella che fa strada – ha la falcata più lunga, occhiali da sole di plastica neri, capelli un po’ schiariti, si accende una sigaretta di tabacco con un accendino di metallo. La falce e il martello incisa sullo zippo, e la scritta CCCP in corrispondenza della copertura dello stoppino. Si sono accorti che non c’è la corriera di ritorno. Lui aveva problemi con l’assicurazione e non erano potuti andare in macchina, erano saliti sul bus senza controllare gli orari di ritorno, e ora camminano. Non stanno per apparire Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano a caricarli per un’ultima bevuta e interrogarli sul senso della vita. Quella musica che si sente non è Krano che fa le prove prima del gran gala del David di Donatello. Non è una scena tagliata da Le città di pianura. Potrebbe esserlo, ma non lo è. Lei è Giorgia Pietribiasi, in arte Lamante – cantautrice classe ’99, già finalista alle Targhe Tenco 2024 – e oggi è uscito il suo nuovo disco Non dico addio. Lui è Taketo Gohara, che questo disco l’ha preso per mano, accompagnato e prodotto, e insieme stavano setacciando la provincia veneta alla ricerca di una chiesa dove registrarlo. L’hanno trovata, e lo hanno fatto.

Ho rincorso Giorgia per farmelo raccontare, da quella collina veneta fino a Bruxelles e poi a Milano. In due battute: perché volevo essere sicuro di capire bene. La incontro prima in Belgio, per il suo debutto all’estero. In solo, con la chitarra, a presentare qualche nuovo brano in apertura agli Zen Circus, nel loro grand tour europeo per celebrare i dieci anni de La terza guerra mondiale. Durante il soundcheck in sala ci siamo solo noi, il fonico e un uomo che filma tutto il soundcheck, da solo, a un metro dal palco nella stanza vuota. È il padre di Giorgia, il suo unico entourage per questa trasferta europea. Siamo al Pilar, venue curiosa – un grande cubo dentro una struttura dell’università fiamminga – dove i ragazzi e le ragazze di Luna Nuova e Piola fanno passare un sacco di artisti italiani. Aspetto la fine del soundcheck, e in assenza di management mi ritrovo a chiedere a suo padre se posso scambiare due parole con Giorgia. Usciamo a farci una birra con la sua benedizione. Fa un freddo cane, c’è vento, nessuno dei due ha un accendino, le sigarette non stanno accese, e la bestemmia veneta è dietro l’angolo.

«Ho dovuto lasciare l’accendino a Milano. Torno ieri dalla Lituania per girare un videoclip e non c’è stato verso di portarmi dietro l’accendino dei CCCP. Ho dovuto chiedere i permessi per girare in questo cimitero, hanno visto i miei social e mi hanno fatto storie per possibile propaganda comunista, vista la mia estetica sovietica. Hanno fatto un’assemblea, mi hanno dato il via libera a patto di non portare gadget bolscevichi».

Mi alzo, e recupero un accendino apolitico, prima che si presenti il KGB.

Tocca andare in Lituania e creare una crisi diplomatica da cortina di ferro per trovare un cimitero?
Questo nuovo album ha seguito tanto la mia attività onirica. È stato accompagnato da una serie di oggetti che ho sognato nei due anni di scrittura. Mi ci sono circondata: uova di struzzo, vetrine di capelli, gabbiani di legno. Ogni cosa che sognavo l’andavo a cercare, e se non la trovavo, la realizzavo. Casa mia è diventata una falegnameria: non trovando le parole, dovevo costruire. Un anno fa ho sognato una collina piena di croci, con una casetta a fianco. Una location molto specifica. Ho iniziato a cercarla. Google Earth, foto, Maps. L’ho trovata in Lituania. Ho chiamato il regista, e gli ho detto «Ascolta Nicolò, dobbiamo andare in Lituania». Un anno dopo il sogno, siamo andati.

La tua vita mi pare una serie di episodi di ricerca di location religiose.
L’idea di registrare l’album in una chiesa è stata del Taketo. Lo avevamo già registrato in studio a Milano, con la mia band. Però non funzionava niente. A un certo punto ho visto che i suoi occhi accendersi: dobbiamo interrompere le registrazioni, andiamo io e te in una chiesa, e lo facciamo lì. E quindi come due matti in giro per il Veneto a setacciare le chiese di provincia, con la gente dei paesi che ci guardava stralunata. L’ultima visitata è stata quella di San Francesco di Schio. Che era anche la più facile: è il mio paese.

Perché proprio quella?
Ha una struttura peculiare: è del 1400, e non ha la doppia navata. Quindi ha un riverbero molto più contenuto. Un sacco di orchestre classiche ci hanno suonato, anche Uto Ughi.

Una chiesa ancora in attività?
Rigorosamente consacrata. Con tanto di Vaticano che ha dovuto leggere e approvare i testi. Sapere che lì ogni giorno c’è un rito, un momento di collettività, dove ancora si celebra la vita, l’amore e la morte. Lo senti. In una chiesa sconsacrata puoi parlare ad alta voce. Quando entri in una che è consacrata non ti viene da farlo. Non puoi fumarci dentro, o berti una birra. È stato stranissimo essere in uno studio-chiesa, in cui suonavi, cantavi, urlavi, ma poi sentivi di dover parlare a bassa voce nel dirti le cose al di fuori delle sessioni.

Lamante - Ritorneremo a guardare il Cielo

Il tuo immaginario pullula di riferimenti religiosi, più o meno allegorici. Che rapporto hai con la spiritualità?
È un esercizio al mistero, e una contrapposizione al momento storico che stiamo vivendo. Al fatto che siamo sempre più portati a rapportarci con il riflesso di noi stessi, e mai con gli altri. E la religione ha in sé il rapporto con ciò che è altro, con ciò che è indefinibile. E per me è importante continuare a coltivare quella dimensione. Ciò che non riesco a spiegare, o che non vedo. Quello che non siamo.

Dieci giorni in una chiesa a registrare il nuovo album dormendo nelle stanze delle suore in canonica: praticamente un campo estivo dell’Azione Cattolica.
Eravamo io, Taketo, Alessandro “Asso” Stefana e Nick Fornabaio. Tra presunte presenze esoteriche, organi che suonavano da soli e impronte di mani insanguinate sulla finestra. Pur avendo una stanza a testa, dopo la prima notte Taketo ha voluto che dormissimo tutti assieme in camerata. Si sentiva più tranquillo. Ma russa.

Una compagnia complicata da trascinarsi nel proprio paese di origine.
Si è fatto recapitare una bottiglia di pastis all’Osteria delle Due Spade – dove andava a mangiare Hemingway – perché ci teneva a farmi fare una sessione non sobria. Non abbiamo tenuto assolutamente nulla di quella sessione. Giusto i bicchieri, intascati da Hemingway mentre giocava a carte. A Schio queste cose te le racconta Giorgione, il matto/genio del paese, come se fosse stato presente. Sua è la citazione «l’amore inizia dagli occhi e finisce con la noia».

Da Schio a Milano per registrare. Poi il ritorno in Veneto, nella chiesa del tuo paese. È la rivincita della provincia?
Io amo la mia provincia, ma sono dovuta andare via per capirlo. Come Giovanni Lindo Ferretti quando è andato in Mongolia. Casa è il mio eremo urbano a Schio. Lì ci sono tutti i miei oggetti, la mia armatura, il mio uovo di struzzo. Dai 16 ai 18 in realtà ho vissuto nella comunità senegalese di Schio, una delle più grandi in Italia. Ho imparato il wolof, mangiavo lo yassa ogni giorno. Ora siamo in un momento bellissimo per la provincia vicentina.  Si è formato un giro di musicisti finalmente non Milano-centrico, che ha finito per creare un suono identitario. Penso ai Delicatoni, a Nic T, ai Tare, a Bais. Poi Il Baito, lo studio-rifugio di Elia [Guglielmi], il mio chitarrista. Progetti che hanno bucato la provincia e ora ci si ritrova in giro per i festival di tutta Italia.

Come fai ad aver sviluppato un rapporto così viscerale con Taketo? C’è una differenza generazionale importante tra voi, che spesso – specialmente quando si interseca con la questione di genere – può creare incomprensioni e fratture.
Io amo lo scontro, lo cerco, e con lui c’è sempre. Anche se in realtà è una persona avanti anni luce e culturalmente, il fattore orientale, si sente: per il modo in cui si pone, con un rispetto per l’altro gigantesco. Si mette continuamente in discussione, ed ama imparare. Una delle prime volte che ci siamo conosciuti ha visto che avevo i peli sotto le ascelle e fa: «Gli anni ’70 sono finiti, che cosa c’è da lottare adesso?!». Io l’ho guardato e gli ho detto «Oh, non mi devi rompere i coglioni, se io voglio tenere i peli mi tengo i peli. Se tu sei ancora qua a discutere questa cosa e a dirmi che non è necessaria allora lo è, e non mi devi rompere il cazzo». Ha capito, ed è finita lì.

Sei in ansia? Il secondo disco è sempre il più difficile?
In memoria di è un grosso precedente. Sto un pochino in ansia. L’altro giorno ho fatto questo incubo in cui uscivano tutte recensioni di merda. Già a ottobre, al Premio Tenco, il giorno prima della conferenza stampa ho sognato che tutti i giornalisti cominciavano a farmi domande e io non trovavo le parole. A un certo punto dalla folla vedo sbucare mia madre che mi urla «Stupida!».

Foto: Rose Mihman

Cerco la sagoma del padre, che vaga nell’università fiamminga, ma non interviene: non siamo in un sogno. Inizia il concerto di Giorgia, che suona una manciata di canzoni prima della festa del Circo Zen. Alcune sono vecchie, altre nuove. Mi sembra che parli – in quelle nuove – di morte, di amore, di madri e di figli, davanti al padre, e a un pubblico di expats che ancora non la conosce, ma ammutolisce, e stasera – a casa – la riascolterà. A mezzanotte festeggia il 25 aprile e riparte, va a Londra. Poi succedono cose. A Roma un ragazzo spara a due dell’Anpi con una pistola softair. A Washington fallisce l’ennesimo attentato a Trump, che proprio non ne vuole sapere di farsi ammazzare. Nel mentre, è tornato autunno, e mentre Mamdani diserta il Met Gala io ascolto Non dico addio e raggiungo Giorgia a Milano, all’antivigilia dell’uscita del disco.

In Non dico addio sei passata dall’io, al tu, per finire al noi. Dalla memoria squisitamente collettiva di In memoria di, a un lavoro che si interfaccia con un interlocutore. C’è un tête-à-tête in sostanzialmente tutti i brani. Con chi parli? Di chi parli?
Di un figlio che non c’è più o che non è mai arrivato. E del figlio che deve ancora nascere. Ma ci ho messo un po’ a capirlo. Ho scritto tantissimo, ogni giorno, più pezzi al giorno. Un esercizio per accorciare la distanza tra inconscio e penna. Sono arrivato al punto in cui scrivo e i pezzi mi si svelano da soli, più avanti. Magari in studio. Amo quei momenti di rivelazione. Quando ho iniziato a scrivere Non dico addio mi mancavano le parole. Per la prima volta nella vita, io che sono una fottuta logorroica. L’italiano è una lingua bellissima, ma molto pudica. Ci sono alcuni dolori talmente inconcepibili che non trovano definizione. Hai mai pensato al fatto che quando ci muore un padre o una madre diventiamo orfani, o vedovi, per il lutto del consorte, ma quando ci muore un figlio non diventiamo nulla? Cos’è quel lutto lì? Come si chiama? Mi sono resa conto di quanto il linguaggio, che fino a quel momento non mi aveva mai tradito – anzi era stato il mio portale con il mondo – mi stesse limitando.

Parti e parli del lutto di una madre per un figlio: perché?
L’ho vissuto nella mia famiglia. Mia zia quando è morta ha lasciato i suoi genitori. E ho capito quanto quella cosa permanga per sempre. In questo disco madre e figlio diventano figure archetipiche della società. La madre è colei che riesce ad accogliere l’altro, a rendersi piccola per l’altro. Il figlio è il contrario. Penso che non siamo più in grado di essere madri o padri di qualcosa. Siamo tutti figli, e basta. Che pretendono, che vogliono farsi grandi, incapaci di prendersi cura dell’altro in maniera incondizionata.

Come in In memoria di, il tema della morte continua a essere ricorrente.
Alla fine è la cosa che accomuna ogni essere vivente sulla faccia della terra. Una volta Appino mi ha detto «Giorgia, noi cantautori abbiamo il compito di riportare sul palcoscenico della vita, la morte». Credo che il rapporto che una società ha con la morte sia indicativo della direzione in cui la società stessa va. Viviamo nel tempo della positività – come dice Byung-chul Han – e della dittatura farmacologica, con i cimiteri sempre più periferici. Rapportarsi con la morte è un prezioso esercizio con il mistero. La morte è l’altro per eccellenza. Han Kang, durante la cerimonia per il Nobel alla letteratura per il suo libro Non dico addio, guarda caso, rivolgendosi al pubblico chiede: possono i morti salvare i vivi? Ho provato a rispondere.

Nel singolo uscito qualche giorno fa, Governatevi, invochi il disarmo.
È inutile che stiamo qui a voler fermare le guerre se poi le facciamo dentro le nostre case. Occorre governarci tra di noi, per dare un fine al disarmo. Un disarmo potrebbe essere anche una sconfitta, una perdita, potrebbe essere nichilismo. Diventa potente nel momento in cui delle persone disarmate comunque rimangono in piedi, dritte, ci sono, esistono. L’invito a governarsi è proprio un invito ad essere coscienti, consapevoli di noi. Quel suono l’ho trovato in una notte insonne: non sapevo cosa fosse, me ne sono accorto quando l’ho trovato. Era il suono del piano di mio cugino che mi veniva a prelevare, terrorizzata, dalla stanza in cui mio nonno mi chiudeva per un sonnellino pomeridiano forzato. Io perdevo il controllo, non riuscivo a governarmi. Mio cugino un giorno è entrato, mi ha messo sulle ginocchia, ha suonato una tastiera e mi ha calmata. È stato il mio primo approccio con la musica. E qui l’ho ritrovato.

Lamante - Governatevi

Il disco si apre con Un elenco di 11 cose. L’interlocutore lì, non può essere un figlio.
La prima traccia è infatti la fase del concepimento. Il tu, lì, è il padre. Il mio uno nel tuo uno. L’ovulo e lo spermatozoo. Nella prima traccia viene concepito. Con rabbia. La rabbia del bambino che capisce quanto vuole una cosa solo quando gli viene tolta. Non ti serve, ma la vuoi.

Nemmeno in Dopo di te.

È il pezzo di cui mi vergogno di più. Motta dice che è un buon segno. Non perché l’ho scritta male, ma perché mostra una fragilità mia, che forse avrei evitato di mostrare.

Il video di Ritorneremo a guardare il cielo, l’ultima traccia del disco, finisce, dopo i titoli di coda, con una scritta inintelligibile.
Va bene che non si legga. È la prima poesia d’amore che io abbia mai scritto: una poesia musicale, a pentagramma, in cui ogni nota corrispondeva a una lettera. L’ho regalata a Nicolò, il regista del video, quando ci siamo messi assieme. Lui ha avuto questa lettera musicale per tutta la nostra relazione, e non era mai riuscita a tradurla. Quando ci siamo lasciati, ce l’ha fatta. E l’ha messa nel video. È il primo video di tutto il mio progetto che non abbiamo scritto a quattro mani, ma che ha fatto lui da solo. Un mio esercizio per farmi piccola: quando arrivo a parlare di qualcosa ho bisogno di viverla, quella cosa lì. Il fatto di essere nel video, scriverlo assieme, avrebbe significato fare il contrario di quello che canto nell’album (me la legge, la poesia, ma non la riporto, nda).

Nell’ultima traccia – come nella prima – cambia l’interlocutore: ritorna il dialogo tra padre e madre…
Ritorniamo a guardare il cielo. Se si è vissuto questo lutto, questa morte, ricominciamo da capo. Lasciamo sbocciare qualcosa tra i nostri corpi. Forse, questa, è la volta buona. È la volta di un giorno nuovo, di un nuovo mondo, di un nuovo figlio. Qualcosa che verrà concepito, che finalmente nascerà, e guarderemo il cielo del mondo a venire.