David di Donatello 2026: il meglio e il peggio della serata | Rolling Stone Italia
«Piera Onassis» (cit.)

David di Donatello 2026: il meglio e il peggio della serata

L'exploit delle 'Città di pianura', il discorso di Matilda De Angelis, ma anche il caos e i tempi ancora più infiniti del solito. E poi Flavio Insinna che sembrava partito bene, e invece

David di Donatello 2026: il meglio e il peggio della serata

Matilda De Angelis ai David 2026

Foto: Screenshot da Rai

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    Monologo a sorpresa

    Non lo nascondiamo: quando abbiamo visto Insinna sul red carpet con l’ombrello «perché c’è umidità» e in giacca bianca e papillon nero «alla 007», scambiato per un cameriere, abbiamo temuto il peggio. E invece (poi il peggio arriverà, non temete). Il Flavio nazional popolare piazza il monologo che non ti aspetti feat. il ciuffo di Sorrentino in prima fila. «Vi auguro una buona serata soprattutto breve, come ha detto il maestro». Dentro ci mette Sordi e Detenuto in attesa di giudizio, Primo Levi e un appello «senza bandiere» a difendere i cinema, «rifugi quando fuori c’è l’orrore, per un Paese che non smette di sognare (e di sognarsi migliore)». Nuovo stacco su Sorrentino che tra un po’ chiede la grazia per sé. E invece «Finiamo domenica con l’Angelus». Sarà che eravamo abituati a Carlo Conti…

  • flop:

    Ore 22.46, mancano 20 premi

    «Basta dire gli Oscar italiani: sono i David, siamo noi che abbiamo insegnato il cinema a tutto il mondo», tuona Insinna (sempre lui). Eppure da Oltreoceano continuiamo a mutuare la lungaggine, una sorta di dichiarata noncuranza per la scaletta nonostante gli sforzi di Bianca Balti (ci torniamo), a cui aggiungiamo una bella dose di caos. Orologio alla mano: alle 22.46 sono stati consegnati soltanto 6 premi su 26 (!). Ne mancano VENTI (e questa volta anche le maestranze vengono FINALMENTE premiate in diretta sul palco). Insinna cerca di stringere, «non posso scontentare Sorrentino!», ma tutti (tranne Ornella Muti, vedi più avanti) parlano, parlano parlano (anche giustamente). Meno male che «la maschera per l’ossigeno arriva verso mezzanotte e la protezione civile sta portando le coperte e i caffè». Anche perché all’1.05 siamo ancora qui. Aiutateci. Se però Frassica (sempre top, anche in poche apparizioni) tira fuori un’altra “Piera Onassis”, restiamo qui anche un altro paio d’ore.

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    Matilda fuoriclasse

    «Grazie a Mario Martone per avermi regalato uno dei ruoli più belli della mia vita. Per avermi guardato con amore anche quando ero complicata e ostile», ma brace yourselves perché è solo l’inizio del manuale sul come si fa un grande discorso di ringraziamento a braccio courtesy of Matilda De Angelis. E non è l’unica: anche Lino Musella, con il suo intervento politico («Ringrazio la Flotilla. Palestina libera»), ha lasciato il segno. «Grazie al mio coach di romanesco, alle mie compagne, a Valeria che in realtà è la mia fidanzata (la Golino commossa le fa “shhh” dalla platea). A Goliarda Sapienza artista indomita, in vita censurata ed ostacolata. Molto spesso dei grandi artisti ci accorgiamo quando sono morti, quando appartengono al passato e al futuro, ma non al presente». Sì, ripetiamo, è tutto a braccio, proprio mentre fuori dal teatro decine di maestranze protestano per il contratto collettivo fermo al 1999 e i tagli dei fondi al cinema: «Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale importante e mi dispiace che si debba sempre arrivare a questa metaforica morte per accorgerci di avere qualcosa di bello tra le mani. E mi dispiace che si debba arrivare a umiliare un’intera categoria per ricordarci che esiste, quella dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema e dello spettacolo, che sono la mia famiglia. Non capisco perché la cultura non è al centro di un Paese che è fondato sull’arte e sulla bellezza, non capisco perché forse ci siamo piegati a questo meccanismo, ci lasciti abbruttire e addomesticare invece di essere indomiti come Goliarda Sapienza. E Goliarda ci ricorda anche quella che è la nostra responsabilità che esiste come in tutte le relazione sane: riportare il cinema a esser onesto, limpido, pulito, sociale e politico. Anzi in questo momento l’amore mi sembra un atto piuttosto politico e piuttosto sociale. L’amore come l’arte è l’atto creativo per eccellenza, crea un’eredità e io voglio far parte di questa eredità. Per favore, non levateci questa speranza e questo futuro». Lo riportiamo integralmente, perché ne vale la pena. Per favore, non levateci Matilda.

  • flop:

    Gli omaggi senza il tempo che ci vuole

    Attenzione: è buonissimo e giustissimo, di più, sacrosanto celebrare i nostri grandissimi, dal “Signore della luce” Vittorio Storaro a Ornella Muti, Gianni Amelio e Bruno Bozzetto, ma troviamo un modo migliore per farlo, please. Perché così chiaramente non è abbastanza, per noi, per lo spettacolo e soprattutto per loro. Storaro emozionato che dice «Grazie, Signori, grazie, in italiano» al braccio della nipote. La timidezza della Muti: «Avrei voluto dire tante cose», e via, tagliata con un «No, lasciaci con la curiosità» da Insinna (ci arriviamo). Amelio che la butta sull’autoironia: «Quando uno dice “nella mia carriera…”, sembra una cosa da stronzi». Bozzetto che rivendica il ruolo dell’animazione: «Anch’io ho fatto del cinema, come voi». Momenti bellissimi, ma sempre compressi, interrotti, quasi liquidati. E non è certo mancanza di rispetto, figuriamoci, ma mancanza di spazio. Gli omaggi dovrebbero fermare il tempo, qui sembrano solo un altro segmento da chiudere in scaletta.

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    Meno male che Bianca c’è

    Se Insinna può scatenare la sua versione fin troppo unchained e ansiogena è perché a tenere il forte c’è un’incantevole Bianca Balti: quando lei esce dal palco, Flavio la richiama a gran voce (anche solo per leggere i nomi scritti troppo in piccolo). E Bianca lo prende pure in giro con Matthew Modine: «Non ti preoccupare, non lo capisco neanche io». Ormai anche conduttrice, custode lieve ma determinata della scaletta tra un sorriso, una domanda sempre entusiasta, una battuta sempre elegante e un fiuto per evitare lo scivolone all’Accademy (sì, è voluto) che manco agli Oscar: quando le danno la busta sbagliata (trucco anziché acconciatura) se ne accorge immediatamente e segnala l’errore, facendosi portare quella corretta. Momento La La Land evitato, almeno a ‘sto giro. Meno male che Bianca c’è.

  • flop:

    Manco il nome

    Era già stato annunciato, ma pure quando l’hanno fatto non era già più una sorpresa: Buen Camino, il titolo dei record, il film più visto dell’era Cinetel, vince il David dello Spettatore. Ma dai. A ritirarlo però non c’è Checco Zalone, che dopo la presenza al Quirinale dal Presidente Mattarella ha deciso di disertare la cerimonia. Ci sono i suoi produttori, che nel discorso di ringraziamento lo chiamano prima Francesco Zalone e poi Francesco Medici. Non abbiamo altro da aggiungere, vostro onore.

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    L’exploit degli outsider

    Le città di pianura aveva 16 nomination e poteva finire come I peccatori agli Oscar. Per fortuna no: arrivano otto premi “pesantissimi” (film, regia, attore, sceneggiatura originale, montaggio, canzone, casting, produttore) e una boccata d’aria per il nostro cinema. Ma la cosa più bella (sì, a volte siamo sentimentali) sono gli occhi lucidi e la semplicità di cast e crew: «Ho la fortuna di scrivere con il mio migliore amico», dice Francesco Sossai, «e questo è un premio alla nostra amicizia». «Grazie a mia moglie, che ha pagato l’affitto mentre scrivevo», replica il sodale Adriano Candiago. E Sergio Romano al regista: «Tieni duro, vecio!». Ma anche «il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, di essere visto, come ognuno di noi ha bisogno di specchiarsi negli occhi degli altri. La mia riflessione è semplicemente: cosa stiamo guardando? Perché la responsabilità è nostra». Menzione speciale anche per Krano, protagonista di un momento teneramente surreale. Il resto l’hanno fatto gli stacchi sulla meravigliosa commozione di Pierpaolo Capovilla (con kefiah) in platea. Beato chi si beve l’ultima con loro, stasera.

  • flop:

    Fermate Insinna

    Era partito bene, l’abbiamo ammesso persino noi, ma poi è finito a parlare insopportabilmente sopra tutti i discorsi di ringraziamento e a tagliare e far trottare presenter e premiati che manco a Sanremo. Va bene che è tardi, ormai è caos e tocca contenere i danni, peccato però che siamo ancora qui anche perché Insinna ha parlato a mo di radio per tutta la serata. Pare posseduto: Carlo Conti, esci da questo corpo. Alla fine, più che una cerimonia, è stata una prova di resistenza. Per lui, per noi e per Sorrentino.