Dentro è America, fuori è Italia: com’è vedere un concerto all’Unipol Dome | Rolling Stone Italia
Music Opening Ceremony

Dentro è America, fuori è Italia: com’è vedere un concerto all’Unipol Dome

Tra mercati rionali e gru immobili (e nessuna metropolitana), la nuova venue milanese a Santa Giulia ha inaugurato con Ligabue il suo futuro nella musica senza perdere (per ora) un’anima provinciale

Dentro è America, fuori è Italia: com’è vedere un concerto all’Unipol Dome

Ligabue all’Unipol Dome Milano

Foto: Francesco Prandoni

Fuori dall’Unipol Dome Arena, Milano sembra improvvisamente meno Milano. Posteggio lungo via Mecenate, perché i parcheggi prenotabili sono già sold out, come il concerto di Luciano Ligabue (16mila gli spettatori), ma la viabilità sorprendentemente regge. All’inaugurazione per un evento musicale di questa struttura, nata per le Olimpiadi invernali e già finita al centro di polemiche su extracosti di fondi pubblici e il rapporto tra pubblico-privato (è aperta un’inchiesta della Corte dei Conti), si entra e si esce senza isterie, grazie alla presenza del parcheggio multipiano a poche decine di metri dagli ingressi, e a un esercito di addetti disseminati ovunque.

L’unico inciampo resta il collegamento metropolitano con la città. Non c’è una fermata che arriva fino a qui, ci si blocca a Rogoredo, una zona che di notte non invita esattamente a una passeggiata romantica post-concerto di tre chilometri. Durante gli eventi sono state previste navette attive verso la stazione, da tre ore prima fino a un’ora dopo i live, oltre a una fermata del tram in zona, in questo modo l’esordio ha tenuto bene l’impatto. Ma è anche lì che si percepisce la natura ancora precaria della location a Santa Giulia: una venue pensata per il live entertainment globale che, appena esci, torna improvvisamente molto italiana.

Intorno all’arena, infatti, c’è un paesaggio stranissimo, sospeso tra provincia emiliana e rendering in lavorazione di una smart city. Poco distante c’è il Mercato DiVino, dove la gente pasteggia a spritz, micche di pane farcite alla bell’e meglio con salumi e formaggi e fritti misti del pescivendolo, mentre qualcuno fa la spesa allo spazio dell’ortofrutta. Dietro un campo di calcetto con un torneo di bambini e i genitori appoggiati alle reti all’ombra della chiesa della Beata Vergine Addolorata. Ai margini la farmacia, l’ottico, il bar, e un fornaio dove con 2 euro e 50 acquisto focaccia e bibita, anche da questa cifra per un attimo sembra di stare ovunque tranne che in Lombardia.

Poi però, quando imbocco la strada verso il Dome, il paesaggio cambia di colpo: il cantiere ai margini fermo di Santa Giulia sembra una gigantesca installazione sul “non finito”, con gru immobili, terra smossa e palazzoni sullo sfondo. La sensazione è quella tipicamente italiana dei grandi eventi: una parte di futuro scintillante e una parte di lavori lasciati fermi come dopo un’apocalisse.

Luciano Ligabue all'Unipol Dome_Milano. Foto: Francesco Prandoni

Foto: Francesco Prandoni

Dentro l’arena, invece, l’effetto è totalmente americano. Tribuna “in testa” alla platea (è pensata dal progettista David Chipperfield affinché chiunque sia distante massimo 100 metri dal palco), market per food & beverage a ogni ingresso, gente che mangia e beve sugli spalti con una naturalezza da campionato NBA, led bianchi sparati ovunque e una terrazza dove la vista è sul traffico di via Mecenate o sui lavori in corso nella zona, non indimenticabile ma utile a prendere una boccata d’aria (mista a smog). Sul piano rialzato, prima degli ingressi, c’era anche un palco con dj set per chi aspettava in fila. Prendere posto è piuttosto agevole, poche indicazioni e ben segnalate portano in ogni angolo della venue. Ora manca solo il concerto. Prima dell’inizio compare l’avviso che informa il pubblico che la propria immagine potrà essere utilizzata per fini commerciali o documentaristici, occhio quindi se pensate di venirci con l’amante.

Nel frattempo il “popolo” di Luciano Ligabue si muove ordinato e senza eccessi: tantissime famiglie, persone dagli anta in su, ragazzi accompagnati dai genitori, bambini con la fascia del Liga in testa che sono già stati investiti del compito di tramandare questa eredità musicale. Nessuna isteria da fandom, nessuna ansia da social, solo tanta gente che vuole cantare con il proprio artista preferito. È questo il clima de La Prima Notte – Music Opening Ceremony, dove capisci che a Milano l’inaugurazione della nuova arena era stata preparata come quella di una specie di Super Bowl in salsa meneghina, ma che si è trasformata in un soldido concerto di rock emiliano.

L’acustica dell’Unipol Dome è ancora migliorabile, ma non peggiore di quella di tanti palazzetti italiani con decenni di storia alle spalle. La band di Ligabue suona monumentale, compatta, avvolgente nei pezzi più romantici. La voce invece, soprattutto nei primi brani, risulta a tratti un po’ ovattata. Emma, ospite più tardi in Quella che non sei, approccia il brano con una grinta che la valorizza, anche se il microfono le distorce leggermente gli acuti. Ma la serata ha un’energia speciale che non viene rovinata da qualche dettaglio tecnico.

Ligabue apre con Balliamo sul mondo, scelta quasi politica per tiro, immediatezza e per spazzare via qualche scoria dell’epoca che viviamo. Poi Marlon Brando è sempre lui mette al centro il vero tema musicale della serata: le chitarre. «Qui abbiamo l’onore e il piacere di fare il primo concerto in un posto pazzesco che diventerà un punto di riferimento in Italia e non solo», dice Luciano. E così si è portato tutti i chitarristi della sua storia: Federico Poggipollini, Max Cottafavi, Mel Previte e Niccolò Bossini. Più che una backing band, una riunione di famiglia dei rockettari. I quattro si accavallano, si inseguono, si rispondono per tutto il live. Durante Questa è la mia vita i chitarristi si prendono la passerella centrale in mezzo al pubblico, e qui il concerto smette definitivamente di essere soltanto l’inaugurazione di una nuova arena: diventa la celebrazione di un sound che ha accompagnato almeno tre generazioni di italiani.

Luciano Ligabue all'Unipol Dome Milano. Foto: Francesco Prandoni

Foto: Francesco Prandoni

Ti sento è un gigantesco abbraccio collettivo, Vivo morto o X con Giuliano Sangiorgi sfiora territori metal con le percussioni che fanno saltare l’arena, mentre Sangiorgi spinge il pubblico a continuare il brano anche dopo la fine battendo le mani. Voglio volere riporta tutti dentro il vitalismo anni ’90: “Voglio godere”, “voglio un mondo facile”, “voglio riuscire a non crescere”, versi che oggi, dentro uno scenario più cupo di allora (o forse solo più sfiduciato), suonano come un toccasana. Lambrusco e pop corn resta l’inno di un certo modo emiliano di stare al mondo, Una vita da mediano continua a funzionare come celebrazione di chi ce la mette tutta, a prescindere dal talento, e con Piccola stella senza cielo non poteva mancare la proposta di matrimonio in prima fila.

Poi arrivano gli ospiti a sorpresa. Luca Carboni entra per Sogni di rock’n’roll dopo che Ligabue ricorda quando negli anni ’80 passava la sua Ci stiamo sbagliando nella «radio sfigatella del mio paese». «Facciamo ancora sogni di rock and roll», gli risponde Carboni, e il pubblico lo abbraccia in un lungo applauso. Emma, che duetta in Quella che non sei, acquisisce il patentino da rocker: «Se c’è qualcuno che lo distribuisce dovrebbe darglielo», premette Luciano. E a un certo punto sale sul palco anche Fiorella Mannoia per annunciare il ritorno di Una nessuna centomila il 21 settembre all’Arena di Verona. Appena prima Ligabue aveva cantato Nessuno è di qualcuno, brano inedito dedicato alla violenza sulle donne: «Una ragazza su tre ha subito violenza fisica o psicologica, questo pezzo è per loro». I diritti del brano verranno devoluti alla Fondazione Una Nessuna Centomila.

In seguito si torna alla festa. Sui ledwall, durante Happy Hour, scorrono immagini con l’intelligenza artificiale di Mattarella nello spazio che fa aperitivo con sé stesso, Meloni con Macron, Trump con Putin, Bezos con Altman, a testimoniare l’impazzimento collettivo. Tanto che sembra di trovarsi in un locale qualsiasi a cantare con gli amici, più che dentro una struttura per l’entertainment globale. Così L’Unipol Dome, ex Arena Santa Giulia, inizia ufficialmente la sua vita musicale e sembra proprio un paradosso che ad aprire le danze sia stato un artista che canta di bar sgangherati, piazze mezze vuote ed emozioni di provincia frequentate in Certe notti (la chiusura obbligatoria dei bis). Ma mentre prosegue il tour celebrativo dedicato ai trent’anni di questo brano e di Buon Compleanno Elvis, ed esce la nuova edizione di Fuori e dentro il borgo, il suo primo libro ripubblicato da Mondadori, viene da pensare che in fondo, anche grazie a Ligabue, non sarebbe per niente male portarsi dietro un po’ di “borgo” in queste fredde cattedrali del futuro.