Tori Amos non è mai stata la musicista che «si scopa il pianoforte» | Rolling Stone Italia
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Tori Amos non è mai stata la musicista che «si scopa il pianoforte»

Perché è stata sottovalutata, se non sminuita con definizioni come quella riportata nel titolo? Che fine ha fatto la ragazza che ha scritto ‘Silent All These Years'? Le risposte le abbiamo avute ieri sera agli Arcimboldi di Milano

Tori Amos non è mai stata la musicista che «si scopa il pianoforte»

Tori Amos al Teatro Arcimboldi di Milano

Foto: Giovanni Daniotti

Nel 2014 il Dallas Observer preparò i suoi lettori al concerto di Tori Amos, pubblicando un quiz intitolato “Testi di Tori Amos o ragazza che caga con una penna?”. In pratica, si chiedeva ai lettori di identificare la fonte di vari testi, alcuni tratti dal catalogo di Amos e altri copiati dalle pareti dei cessi pubblici. È solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare per dare un’idea della umiliazione mediatica a cui è stata sottoposta negli anni l’opera di un grande artista: un’ex bambina prodigio che ha iniziato a suonare il piano a due anni e mezzo e a cinque era già la più giovane studentessa ammessa al Peabody Conservatory of Music di Baltimora. Una che ha pubblicato 18 album in studio, venduto milioni di dischi e dato conforto con la sua musica a molteplici gruppi di persone fragili, soprattutto omossessuali, queer, giovani ragazze preadolescenti e donne vittime di violenza, a cui lei stessa appartiene e in soccorso delle quali ha co-fondato il RAINN (Rape, Abuse & Incest National Network), in pratica il più grande centro antiviolenza degli Stati Uniti.

La principale accusa mossa nei suoi confronti ha quasi sempre riguardato una certa “fumosità” dei testi. A questo proposito il Los Angeles Times scrisse che «ci sono solo due possibili spiegazioni per l’assoluta indecifrabilità dei testi di Amos: (1) è una spia nemica che invia messaggi brillantemente criptati ai suoi compatrioti in terre straniere oppure (2) la Cornflake Girl è semplicemente una stramba», dimostrando, così, di non aver prestato molta attenzione a quei testi, tanto meno al brano più famoso della cantante che inizia proprio dicendo “non sono mai stata una cornflake girl”.

È altresì vero che i testi di Amos possono risultare piuttosto ostici, con vari riferimenti alle fate, alle muse o a figure mitologiche poco note. Ma è proprio grazie a questa cripticità che Amos è riuscita a introdurre nel mainstream temi forti, come la mutilazione genitale femminile, la violenza sessuale e domestica, lo sterminio dei nativi d’America e ora – con l’ultimo In Times of Dragons – anche la lotta della democrazia contro la moderna tirannia turbocapitalista.

In un certo senso, il punto debole di Amos è stato paradossalmente il suo stesso fandom: il fatto di aver consolidato all’inizio della sua carriera una fanbase composta soprattutto da persone queer e da ragazze molto giovani e vulnerabili – il cosiddetto “pubblico di ragazzine” (oggi decisamente cresciute) – ha scatenato spesso commenti derisori e screditato in parte tutta la sua arte prodotta dal terzo disco in poi. Se Little Earthquakes (1992) e Under The Pink (1994) l’avevano lanciata nell’olimpo dell’alternative rock, facendola finire in copertina su Q con Björk e PJ Harvey, da Boys For Pele (1996) in poi qualcosa si è rotto. Nonostante ci siano stati anche altri album di ottimo livello – vedi From the Choirgirl Hotel, Scarlet’s Walk e Abnormally Attracted to Sin – la sua reputazione critica non si è mai più ripresa del tutto.

Tori Amos a Milano. Foto: Giovanni Daniotti

Fortunatamente, Amos ha le spalle larghe e ancora oggi continua ad andare in tour, a riempire i teatri e a suonare grandi canzoni. Anche ieri sera agli Arcimboldi di Milano non è stato diverso: Amos ha tenuto la sua masterclass di due ore su come suonare il pianoforte con classe, passione, maestria ed eleganza nel panorama musicale mainstream contemporaneo. E pensare che quando aveva 20 anni le avevano detto che l’epoca delle ragazze col pianoforte era finita. Quarant’anni dopo è ancora qui.

Sul palco con lei ci sono il basso del fido Jon Evans, la batteria di Earl Harvin (Tindersticks) e per la prima volta anche un coro di voci femminili – le Angel Witches – appositamente chiamate per dare supporto alla sua voce, ormai sferzata dall’inesorabile passaggio del tempo. Intendiamoci, a 61 anni Amos canta ancora divinamente, ma per sua stessa ammissione non riesce più a toccare le vette vertiginose, a cui ci aveva abituato negli anni d’oro il suo mezzosoprano celestiale. Poco male perché le tre coriste – oltre ad essere in pendant con il vistoso vestito giallo di Amos (come sempre opera della super stylist Karen Binns) – sono perfettamente integrate nello spettacolo e riescono a dare nuova forma e sostanza a tutti i brani in scaletta. Un’alternanza quasi perfetta di estratti dal nuovo album (Shush, Gasoline Girls e la title track), pezzi meno noti come Witness e Pandora’s Aquarium e vere e proprie chicche, tra rarità e b-side come Ruby Through the Looking-Glass e Mary.

Ma naturalmente anche e soprattutto alcuni grandi classici del suo repertorio, trasfigurati in parte da arrangiamenti più sofisticati o allungati oltre la loro naturale scadenza incisa su nastro, per proiettarli direttamente nell’empireo a cui sono sempre appartenuti. È il caso di Crucify, che chiude la prima parte del set, bussando alle porte del paradiso, prima di sfondarle con l’encore arrembante di God e Big Wheel. Ma è ancor di più il caso di Winter, il brano dedicato al rapporto col padre pastore metodista, venuto a mancare l’anno scorso: quello a cui si devono la maggior parte dei riferimenti religiosi nei testi di Amos, lo stesso che l’accompagnava a suonare quando a 13 anni faceva piano bar nei locali gay notturni, ma soprattutto quello che, dopo il primo fallimento discografico, a nome Y Kant Tori Read, ha ispirato la famosa frase d’incoraggiamento del ritornello, sapendo già che non avrebbe potuto essere lì a consolare la figlia per sempre: “Quando ti deciderai? Quando ti amerai come ti amo io?”. Ora che il padre non c’è più veramente le lacrime sono obbligatorie. Per fortuna, intanto lei si è decisa da tempo.

Nel complesso, tutto è stato eseguito a regola d’arte dalla madrina della serata, una nuova regina dei draghi, che Daenerys scansati. Sotto i riflettori accecanti appare quasi sfocata come una diva che si districa a cavallo tra due mondi, le tastiere da un lato e il Bösendorfer dall’altro, un piano a coda lunga di nobili ascendenze austroungariche, i cui toni più scuri, ricchi e riverberanti costituiscono il segreto del suo sound senza tempo. La chiave di quell’incantamento magico che Amos riesce a creare durante il concerto sta tutto nel pedale di risonanza che suona quasi come se fosse un altro strumento a sé stante. Senza entrare troppo nei tecnicismi, il pedale di risonanza può sovrapporre accordi che le dita non potrebbero mai raggiungere, permettendo all’intera tastiera del pianoforte di risuonare tutta insieme, creando un effetto quasi orchestrale.

Amos gioca spesso con dei tropi musicali ben riconoscibili solo per poi sommergerli nella risonanza, con risultati che vanno dall’incredibilmente romantico e malinconico al dissonante, inquietante e sinistro, costruendo così un’atmosfera in bilico tra favola e fantasy. L’ingresso in questo mondo mezzo fatato e mezzo infuocato, tra ali di fata e ali di drago, è agevolato anche da una scenografia teatrale, con al centro una specie di gigantesco specchio magico delle fiabe in cui, nei momenti più carichi di pathos, viene riflessa l’immagine di un drago stilizzato, come lo stendardo di un antico ordine medievale. Siamo molto distanti, come atmosfere, dalla carica erotica delle sue esibizioni giovanili e molto più vicini a un clima da cerimonia.

Amos agli Arcimboldi. Foto: Giovanni Daniotti

A proposito del suo modo di suonare il pianoforte dal vivo, in passato si è speculato molto sull’erotismo delle sue performance, con tutta una serie di allusioni sessuali più o meno esplicite che andavano dal “cavalcare un cavallo palomino” allo “scoparsi il pianoforte”. Espressione, quest’ultima, coniata per la prima volta dall’amico Neil Gaiman e diventata poi un luogo comune sessista strabusato dalla critica per descrivere il suo stile esecutivo, al punto da arrivare a ispirare parodie televisive semi-indecenti come questa.

Amos, in realtà, aveva spiegato benissimo anni fa le reali motivazioni tecniche alla base della sua presunta “postura orgasmica”, a cavalcioni della panca: «La gamba posteriore mi fa da sostegno, ed è quella che solleva il diaframma e il corpo, così ho la forza di suonare e cantare». Questa maggiore libertà del corpo, con la gamba destra libera di ruotare, l’aiuta anche a ritagliarsi uno spazio davanti al suo imponente strumento, lungo quasi tre metri, proiettandosi maggiormente in direzione del pubblico. La sua postura anomala, inoltre, le permette, di effettuare più agilmente la sua mossa più scenografica: la rotazione di 180 gradi per suonare contemporaneamente le tastiere con la mano destra e il pianoforte con la mano sinistra dietro alla schiena: una specie di magia a beneficio di pubblico e fotografi, che è in pratica è l’equivalente pianistico degli assoli suonati da Mike McCready dei Pearl Jam con la chitarra dietro la testa.

Il corpo di Amos è, dunque, importantissimo nella sua esibizione dal vivo e lo sentiamo persino nella sua voce. Nel 1972, il critico francese Roland Barthes coniò l’espressione «grana della voce» per descrivere le tracce udibili del corpo nella musica. Più che un semplice timbro vocale, questa consistenza materica è «il corpo nella voce mentre canta». Ieri sera, lo abbiamo potuto sentire, soprattutto tra le prime file, nella sua frequente deglutizione, nel suo “clic” di saliva appena percettibile e nei suoi famosi tic vocali, dovuti a una deformità ossea della mascella: la lingua, le labbra, la glottide, i denti, le mucose e il naso sono tutte parti del corpo “udibili”, che contribuiscono a trasmettere una profonda sensazione di intimità e vicinanza nella voce di Amos.

Dal vivo, quindi, tutto il corpo di Tori Amos è pienamente in gioco nella sua musica. È solo che i corpi delle donne non riguardano sempre e soltanto il sesso. È chiaro a tutti oggi che Tori Amos dal vivo non si sta scopando il pianoforte, al massimo è la sua musica che sta facendo l’amore con la nostra anima.