Per farla incazzare da subito con citazioni da tesista del DAMS, dirò che, riscrivendo il suo stesso romanzo dieci anni dopo (no: undici), Guia Soncini m’ha fatto più l’effetto di Michael Haneke che rifà il suo Funny Games che il remake presso sé stesso di Alfred Hitchcock con L’uomo che sapeva troppo. E non solo perché, quando vuole (sempre), sa essere più spietata di Haneke. Restando su Hitchcock, aggiungerò che la sua operazione potrebbe essere psicanalicamente persino più curiosa (o paurosa): sembra Psycho rifatto però da un autore diverso, cioè Gus Van Sant, identico scena-per-scena tranne che per un paio di dettagli più esplicitamente guardoni, criticatissimo, sottovalutatissimo. Fine del momento DAMS.
Dieci anni dopo (no: undici), in Qualunque cosa significhi amore – esce per Mondadori il 5 maggio – non solo sono cambiati confini analogici e contesti digitali. È come se, rileggendosi e riscrivendosi, fosse cambiata anche l’autrice. Ma a questo ci arrivo fra un po’. Ci sono, in questa riedizione che fa l’effetto di un libro tutto nuovo, i social (c’erano anche prima, ma certo non così massicciamente ed esistenzialmente, si direbbe). Ci sono i podcast (che sono «il nuovo Anteo, il nuovo Parenti, la nuova Dandini, la nuova borsina di tela del New Yorker con cui dire al mondo che tu stavi dalla parte giusta delle scelte d’intrattenimento»).
C’è – l’avete capito da quest’ultima parentesi – una nuova (Salva)Milano che in fondo è sempre la stessa, e che capita con un tempismo narcisistico-amministrativo che migliore non potrebbe essere: il protagonista maschile, Vanni Gualandi, è vicedirettore del Corriere e vuole candidarsi a sindaco. (Questo, ci tiene a spiegare l’autrice, c’era anche prima, ma è come se tutti noi che l’abbiamo riletto avessimo rimosso quel dato, un po’ per eterno presentismo – parola sua – un po’ perché, per un motivo o per l’altro, stavolta Soncini ha apparecchiato la tavola in un modo che sembra parlare di più a chi sta dentro e fuori la cerchia dei bastioni).
Ci sono ancora i giornali ma intesi come nel nuovo Diavolo veste Prada (l’autrice mi perdonerà), cioè dei Titanic, anzi no, dei pezzi di Titanic a cui aggrapparci sperando che quelle zattere di fortuna ci tengano a galla in due almeno fino all’arrivo dei soccorsi, forse già affondati pure loro. E c’è ancora la televisione, un luogo di Belve che pensa di essere ancora in vita giusto perché spillolato (altra parola dell’autrice) a favore di smartphone.
C’è, soprattutto, un matrimonio che era/è il cuore della storia. Quello di Vanni ed Elsa, lui giornalista che vorrebbe credersi ancora potentissimo, lei mogul televisiva che potentissima lo è ancora nonostante tutto. Sono due che hanno capito come parlarsi, cosa tacersi, con chi tradirsi, dentro e fuori dal letto. Tra loro, la terza incomoda Fanny Montestrutto, wannabe tutto, la cafona ripulita dalle copertine pastello Adelphi ma che rischia di restare, come da profezia della sua dottoressa Frankenstein, «una che sottolinea a matita perché ha il feticcio dell’oggetto libro ma è ignorante come un carabiniere». Vanni ed Elsa la usano per i loro comodi, stando tutti alla fine più scomodi che seduti su quella poltrona da ginecologo vintage che, esposta in salotto, fa tanto design week. Il risultato è che Vanni ed Elsa sono, diversamente ma ancora, indistinguibili: «Vai a ricordarti chi avesse cominciato a somigliare a chi, un matrimonio riuscito era quello in cui non si sa chi sia il camaleonte e chi la carta da parati».
Cosa cambia, dunque, al di là del divertissement arbasiniano (lo cita Soncini nella prefazione, mica mi sarei prestato a così facili paragoni)? Se la versione 2015 era un falò delle vanità, un Proust che alla fine della Recherche si sente sfarinare il pavimento sotto le scarpe, una morte del cigno (cioè dei giornali, della Tv, di tutto), qui, dato quel mondo ormai per finito, ce n’è un altro uguale e diverso terribilmente e orribilmente vivo, un videodrome di scroll, immagini, simil-Corona, esposizioni virtuali e offese di rimando. Un mondo senza più cause e conseguenze (nel senso che tutti abbiamo smesso di riconoscerle) dove tutto dura meno di un piatto di spaghetti risottati di Cesare Battisti.
Se prima guardavamo quella nave ancora piacente ma assai decadente naufragare, oggi ci balliamo sopra tutti e vediamo affondare noi stessi, tra screenshot che si teme sempre di mandare alla persona sbagliata (l’«inviolabile diritto umano, nel ventunesimo secolo, era una chat creata per dirsi quanto era insopportabile l’assente – fosse tua madre, il tuo capo, tua moglie»), ideali superamenti di danni che in realtà hanno svelato molto presto la beffa (stagioni di lotte neofemministe su Instagram, col risultato che ora «le donne potevano avere i programmi culturali, i giornali, i film: tanto, nessuna delle formule che fin lì avevano potuto stabilire i confini del gusto contava più niente»), e persino l’immutabile lotta di classe («l’ambizione» rimane «una roba da arricchiti») che però si stempera in una nuova uguaglianza, immersi collettivamente nel «silenzio che accomuna poveri e ricchi: quello di fronte al cibo a scrocco» – ma vale anche per i profili social, e per tutto.
Se avete già letto la versione originale, troverete un altro romanzo. Se non l’avete letto dieci anni fa (no: undici), non starò io a dirvi chi sono davvero e che ne sarà, ugualmente ma diversamente, di Elsa, Vanni, Fanny, e tutti gli altri – i miei preferiti: Pierangelo Sturzi, ex giornalista diventato conduttore di podcast true crime (l’autrice mi perdonerà di nuovo per la parolaccia), e la di lui moglie Consuelo Mainenti, eminenza greige più insidiosa di quel che appare.
Dicevo al principio che è cambiata l’autrice. Credo che questa riscrittura del suo unico romanzo (ma direi che ora è come averne due) non esisterebbe senza le ultime ere di suscettibilità e di economia del sé, senza le inkieste quotidiane sul presente (e soprattutto sul presentismo) cui facevo cenno prima, senza l’acquisizione – a 50 anni: non è ineleganza mia, è un altro libro suo – dell’assoluta miserabilità di chi siamo tutti, compreso chi scrive.
Nel nuovo Qualunque cosa significhi amore troverete dettagli cambiati, o persino ribaltati, e però lo stesso mondo fatto di noi che ci insultiamo e ci carezziamo gli uni con gli altri, immobili in questo circoletto asfittico e sempre più mortifero dove ci illudiamo di sentire ancora qualche spiffero a tenerci in vita. Continuando a parlarci addosso. Del resto, «in Italia non si può fare la rivoluzione perché hanno tutti un libro da promuovere». Eccoci qua.











