Musica finta creata a tavolino, labbra fillerate e romanzi scritti dall’intelligenza artificiale; persino l’abolizione delle accise sulla benzina, il milione di posti di lavoro e la felicità che ci avevano promesso non esistono. Così, in un momento storico in cui il mondo intero è fake, non c’è niente di più vero della versione crackata di qualcosa. Nemmeno la fede abbiamo più quindi tanto vale crearsi un misticismo tutto personale, una liturgia per sopravvivere nella povera patria.
Credo sia la prima volta che su questa testata si parla bene di una cover band, quell’oggetto misterioso che pagine social come Giovanni all’heavy prendono in giro. Non è questo il caso. Anzitutto: Supersonic Tribute Band, dal 1995, non è una cover band ma un culto, così come lo sono gli Oasis. Almeno lo è per i millennial come me, quelli che hanno provato a far la fila online per accaparrarsi il biglietto di Wembley e non ci sono riusciti e soprattutto per quelli che non potevano permettersi di devolvere uno stipendio mensile italiano medio al concerto della vita. Ma dico io, possiamo mica rinunciare al sogno? Col cazzo! E poi siam bravi ad arrangiarci.



Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia
Me lo ripeto guidando mentre buco tutte le uscite del raccordo anulare in direzione Magliana vecchia: Casal del Marmo, Boccea, Montespaccato. Pare The Walking Dead. Approdo in un nonluogo totale dove la vegetazione sta mangiando il cemento e le strade sono bombardate: improvvise pareti di cemento verticale bloccano la frana dei colli e le parole cubitali e un po’ fasce di qualche curva di calcio incitano gli ultras a far casino. Pasolini in macchina con me scuote la testa… Quando all’Ibis mi chiedono sei euro per la tassa di soggiorno chiedo se sono seri. Ci ridono pure loro. Troooppo Roma. Ma non è Roma qui, mi dirà l’amico mio ore dopo, è la gggiungla. Tra Ciampino e la Magliana pare un racconto di Aurelio Picca, la barista ruggisce, un cane che pare un coyote taglia la strada a un tre ruote e gli cascano dei meloni, gli intonaci perdono croste, eppure c’è aria di vita. Donne mediorientali e al tempo stesso mediterranee non capisci se ti guardano incuriosite o manco ti vedono, minigonne de leopardo e maschi (no alpha, deppiù) con du’ bracci che pesano quanto me popolano la zona. Qui una parola di troppo e ti corcano, altro che i maranza a Milano.
E io mi sono fatto tre ore e mezza di macchina per venire al concerto con l’amico mio: Luca. Che siamo amici proprio per via degli Oasis, da vent’anni. Non sono il solo, tra il pubblico conoscerò un mio coetaneo dall’Umbria fino a dei ragazzini di 18 anni, tutti con la maglietta originale da 65 euro, l’occhiale che aveva Liam nel 2008, etc. Così come per il vero Liam, sono gli adolescenti il nuovo target di questo fenomeno nostalgia. E la band mi dice che è normale, che c’è chi li va a vedere in altre regioni.



Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia
Il locale è fondamentalmente un pub americano: si mangiano hamburger e c’è un bel palco. Io mi chiedo se i titolari sanno cosa li aspetta. Son circa due anni che uno dei più importanti musicisti underground italiani, uno di quelli che ha lasciato il segno, uno che non vi aspettereste mai, mi invia video di un Liam Gallagher italiano. È meglio di quelli inglesi. Entrambi siamo fan sfegatati degli Oasis. Dal primo momento mi son accorto del livello di perfezionismo di questo Liam, che adesso riesce a intonare la voce esattamente come il Liam del tour 2025, lasciando intendere uno studio del personaggio così preciso da rasentare il perfezionismo.
Ma la storia è pazzesca. Cristian Colagiovanni e Massimiliano Colagiovanni, ovvero Liam e Noel, sono fratelli, per davvero. Recita la bio Instagram: Real Oasis Experience since 1995, scelti da MTV per la trasmissione Total Request Live nel 2005. Due fratelli, stessi look, strumenti, sound. E pure il loro Gem Archer è il terzo fratello. Tre fratelli di Scandriglia, vicino Rieti, son collegati a tre fratelli di Manchester (in realtà il terzo fratello dei Gallagher è Paul mica Gem, ma chi se ne frega!). «E io so nato il 25 dicembre e me dovevo chiamà Natale» (Noel), mi spiega Massimiliano sorridendo. Ma non son sempre stati Oasis. Massimiliano studiava da tenore e si esibiva nel canto gregoriano al Pantheon la domenica mattina. Simone Colagiovanni è rientrato nella band dopo cinque anni, non ho capito perché, «lavora a delle cose col computer» mi dice Cristian. Il tastierista è classe 1960, calvo e gagliardo, ma per salire sul palco mette parrucca e barba finta, tanto che il fratello di Jay Darlington degli Oasis gli ha scritto su Instagram per dirgli che era uguale. A Giancarlo Lombardozzi, capito? Di Feretino.
Ma l’hype è alto fin dal soundcheck. C’è un tizio giapponese con sua moglie che strippa e vuole la foto con Liam, che chiaramente si presta. «C’è Kawasaki oh», mi dice. Liam lo chiamo Liam perché è la cosa più simile a Liam che abbia mai visto. Gioca, scompare, fa gli scherzi. Poi però tutti seri. Il concerto è la messa.



Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia
Le orecchie sin da subito chiedono il conto con l’Hiwatt del ’75 di Noel e l’AC-30 di Gem. Sono a metà del volume e fanno paura. Gem ha quattro Gibson Firebird, tutte come il vero Gem. Mi spiega che Vero Gem non suona un overdrive e poi passa a un altro, semplicemente li somma aggiungendo saturazione al suono precedente. Ecco il “muro di suono”. Noel è così perfezionista che ha speso una piotta per un pedale phaser che usa solo per sette secondi su The Swamp Song. Ecco cosa vuol dire tenere veramente a qualcosa: la fai bene. Non si mette la parrucca per truccarsi, non ha lo stesso anello al dito per scimmiottare. I loro tratti somatici cambiano quando entrano nel personaggio. Io sono alla seconda birra alla spina a digiuno e sono esaltato come al vero live. Capite, non conta niente che questa sia una tribute band, qui si pratica il rito, si va oltre. Guardo Cristian così bello e sincero, che manco mangia la pastasciutta («Nun magna mai prima de sonà», mi dice Giancarlo) e gli dico: oh, io sono emozionato.
Chiedo Columbia, ma Noel mi spiega che la scaletta è fatta (da lui) e non si cambia, come direbbe il Noel vero e subito lo rispetto. Ci siamo e infatti la scaletta è perfetta. All’inizio la gente sta a sedere e il buttafuori non fa entrare chi non ha un tavolo prenotato ma la band spinge subito e butta giù Hindu Times, Bring it On Down, Married with children, Morning Glory e Cigarettes & Alcohol prima che esca fuori con Luca a fumare. Liam è una potenza. Carismatico, switcha dal romanesco al mancuniano apostrofando il pubblico in inglese stretto. Tamburello in testa, posa statuaria in silenzio, col parka comprato all’inaugurazione del Pretty Green di Londra. Dice “Scigarettes” esattamente come “shhhiiiiineee”. Luca spippa gli occhi, urla: «Cazzo so’ uguali!». Il cinese diciottenne ride, salta, balla. L’amiche sue piangono quasi. Ma che è? Stiamo veramente godendo.



Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia
Quando rientro Liam è fuori dal palco, perché come nei veri concerti degli Oasis, quando canta Noel il fratello si mette di fianco. Il bello di questa tribute band è che non solo hanno un Liam vero, loro hanno anche un Noel che è il vero Noel. Poi magari ero esaltato, magari è come quando conosci una in discoteca e la mattina dopo ti sembra diversa, ma durante il rito siamo ipnotizzati, non vediamo più l’ufficio, la suocera, la multa per divieto di sosta scaduta, in quel momento siamo rock and roll star grazie a questi sei pazzi. Sono spettacolari. A quel punto ci sono tre file di gente che salta e urla, ci son dei ragazzi che potrebbero essere figli miei e sanno le canzoni a memoria. Su Slide Away e Live Forever siamo tutti felicissimi. Luca ha la maglietta Brother del Manchester City e mi abbraccia per una foto, sono smostrato prossimo al collasso e in prima fila la figlia settenne di un amico della band canta in inglese tutti i pezzi. In inglese!
Il concerto funziona anche per una sezione ritmica veramente portentosa. Bruno Visintin è l’Alan White mezzo romano mezzo veneto che suona da quando aveva 4 anni. Al basso Roberto Caterina, un metronomo. Altro che Guigsy. Quando siamo a Champagne Supernova dico a Luca che è l’ultima e lui dice solo: peccato.



Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia
Finisce meglio di come è iniziato, tutti sudati che ci abbracciamo. Mi ricordo una volta che parlavo con Liam e gli chiesi quale era la sua unica paura nella vita. Non ci pensò un attimo: «Invecchiare e smettere di suonare con i miei fratelli». Da oggi è un po’ anche la mia. Anche se “you and I are gonna live forever”, fuori dal raccordo anulare e dalla grazia del signore, col distorsore a palla. Eterni.
Prima che il mondo finisca, tirate su le chiappe dal divano e se siete nei paraggi andateli a vedere, tutti in posti dove il navigatore ci arriva. Prossime date: 7 giugno Magreta Festival di Modena, 20 giugno Mood Summer Cosenza, 4 luglio Bolsena Beerock Festival, 18 luglio Rignano Flaminio (Roma), 25 luglio Serrone (Frosinone). Waaa!















