Lucio e Massimo hanno Napoli dentro. Appena accedo alla call per l’intervista e aprono bocca, mi sento ribaltata negli anni in cui a Napoli ci studiavo. E mi rendo conto di una cosa: essere di Napoli non è avere un accento o essere genericamente simpatici e nemmeno avere una certa attitudine alla vita come gli altri si immaginano. È un modo sincero di strutturare il pensiero e di conseguenza di essere. I Nu Genea sono stati uno dei fenomeni più importanti della musica elettronica degli ultimi anni, ma si esprimono con la spontaneità di chi forse non l’ha mai davvero realizzato.
People of the Moon è il disco che li porta fuori dal quartiere, proiettati verso l’Inghilterra di Tom Misch e l’Andalusia di María José Llergo. Più che un album, è un melting pot culturale che apre nuove prospettive: dopo il lavoro di riscoperta della memoria musicale partenopea iniziato nel 2018 con Nuova Napoli, sono andati a pescare influenze afro-cubane, richiami anatolici, chitarre highlife e strumenti della tradizione mediterranea. Il risultato è un’evoluzione del groove che li ha resi inconfondibili sulla scena: ci portano con loro ad esplorare nuovi satelliti da cui la Terra la vediamo dall’alto invece che da dentro. Ma con loro abbiamo parlato anche di Anna Pepe, della libertà che ha dato loro una città come Berlino prima di affermarsi, dei nordeuropei che si mettono le maniche corte appena esce un raggio di sole e di quanto sono stati brutti i duetti di Sanremo.
Ciao ragazzi, bentornati. Come siete cambiati in questi tre anni dall’uscita di Bar Mediterraneo? Cosa è successo nelle vostre vite?
Massimo: Il primo cambiamento radicale è stato che Bar Mediterraneo era un album che abbiamo composto completamente insieme perché vivevamo a Berlino e solo l’ultima parte l’abbiamo finita a distanza perché Lucio si era trasferito durante il Covid a Ortigia. Invece People of the Moon è nato a distanza. Abbiamo dovuto riorganizzare completamente il nostro modus operandi e per noi è stata una bella sfida. Io e Lucio abbiamo vissuto insieme per tipo 15 anni tra una cosa e l’altra, prima a Napoli e poi a Berlino. Prima tutti i giorni, ancora col pigiama addosso, andavamo in studio, da una stanza all’altra, e potevamo in qualsiasi momento dire «siamo ispirati, facciamo quella cosa». È questa la differenza fondamentale con Bar Mediterraneo. Tre anni per noi è la media tra un album e l’altro, anche tra Nuova Napoli e Bar Mediterraneo erano passati tre anni, siamo abbastanza controcorrente rispetto a chi fa dischi ogni sei mesi.
Lucio: A me è nata una bimba nel frattempo, nel 2023, che si è aggiunta a questa a questo cambio di workflow. Essere papà mi ha un po’ rallentato, ma anche gratificato in tanti altri aspetti. Sarebbe stato carino avere sulla sua carta d’identità “Napoli”, ma alla fine è nata in Sicilia e ha già l’accento siciliano.
Dopo Nuova Napoli e Bar Mediterraneo sembrate esservi allontanati sia concettualmente che a livello di sonorità dal racconto di una certa Italia del sud e del funk napoletano per cui siete diventati famosi. Se i dischi precedenti sono stati un’operazione di recupero quasi d’archivio, cosa vi ha ispirato nella scrittura di People of the Moon?
Massimo: Bar Mediterraneo per noi già era un era un distaccarsi da Nuova Napoli. È vero che c’erano la voce partenopea e le sonorità che richiamavano gli anni gli anni ’70 vissuti a Napoli. Però all’interno già c’erano tante influenze di altre cose che ci facevano impazzire, di altre parti del mondo, anche se sono passate in secondo piano. Bar Mediterraneo voleva restituire un’idea di musica a 360 gradi, con influenze più nordafricane e di altri Paesi. In questo caso c’è un ulteriore distanziamento, ci sono molte più lingue. Abbiamo cercato di uscire dalla territorialità di Napoli provando a cimentarci con altre metriche, anche se non abbiamo la stessa facilità nel comporre non essendo la nostra lingua. Abbiamo sperimentato con lo spagnolo, il portoghese, l’inglese, lingue che si adattano alla musica in maniera totalmente diversa dal napoletano e quindi è stata un po’ una sfida quella di provare a vedere come si adattavano alla musica che stavamo componendo. Abbiamo voluto mischiare la dance degli anni 2000 con il funk e la disco, immaginandoci che la musica dance fosse arrivata prima degli anni ’70 e imitando quelle progressioni armoniche con le chitarre. Comunque il risultato era una merda e quindi a un certo punto non ci siamo ritrovati con quello che avevamo nella nostra testa. Dopo questo primo momento in cui volevamo abbandonare tutto, siamo tornati ad avere più o meno lo stesso approccio musicale che abbiamo avuto con Bar Mediterraneo, cioè musica semplice, istintiva, diretta.
Nel disco si incontrano non solo lingue diverse come l’arabo, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese. Ma anche collaborazioni con nomi distantissimi tra loro, come Tom Misch a Gabriel Prado. Come nascono queste commistioni? Viaggi, incontri fortuiti, relazioni costruite nel tempo?
Massimo: Non ci siamo andati a cercare quasi niente, sicuramente non cerchiamo il nome per avere visibilità. Per esempio Tom Misch ci ha scritto lui e abbiamo deciso di andare a Londra a trovarlo. Lui aveva pubblicato un reel dove suonava il basso in stile Pino D’Angiò. Quando poi siamo andati a Londra avevamo con noi delle bozze e volevamo fargli cantare delle cose, ma a lui non piacevano. Il suo nuovo album è tipo folk, solo chitarra super aperta, acustica. Noi volevamo fargli fare una cosa funk. A un certo punto, dopo mezza giornata in cui non usciva niente, gli ho ricordato del video e lui si è preso bene. Da lì abbiamo iniziato a comporre il brano del disco in maniera totalmente casuale. Invece, María José Llergo l’ha trovata Lucio facendo un po’ di digging di cantanti spagnole.
Lucio: Sia io che Massimo avevamo fatto delle prove in spagnolo, abbozzando un testo finto in lingua perché con la base stava bene. E da lì è iniziata la ricerca di un timbro un po’ andaluso, un po’ flamenco. È così, a un certo punto, dopo un po’ di ricerche, mi sono imbattuto in María José Llergo che ha adattato ovviamente il testo al nostro spagnolo inventato, ma le abbiamo anche chiesto di provare qualcosa ex novo. Ne è uscito un pezzo che è stato forse la collaborazione più interessante. Sono stati due mondi che si sono incrociati sul momento. La stessa cosa è successa con gli altri cantanti: Gabriel Prado non è nemmeno un cantante, è il nostro percussionista che in quel momento stava registrando le percussioni del disco. Lui cantava sempre nelle pause, ha una voce bellissima, volevamo farlo cantare davvero. Gli abbiamo dato un brano in portoghese da provare. All’inizio non se la sentiva, ma alla fine è stato il suo debutto come cantante sul nostro album ed era contentissimo.
Ci sarà qualcuno dei featuring in tour?
Massimo: Sicuramente su alcune date ci saranno degli ospiti. Quando andremo in Spagna probabilmente inviteremo María José Llergo. A Londra inviteremo Tom Misch. Però non ci potranno seguire tutti ovunque quindi avremo un nostro piccolo pool di cantanti in base alle date. Siamo molto spontanei in queste decisioni. Faremo delle prove, magari alcune canzoni le possiamo cantare noi perché non abbiamo voci maschili.
Il tour 2026 toccherà tantissime tappe e festival, tra cui alcune città in nord Europa come Göteborg ed Helsinki. Sono curiosa di sapere l’accoglienza della vostra musica quando andate in posti così lontani – geograficamente e culturalmente parlando – da una città come Napoli. Cosa avete capito dopo tutti questi anni in giro rispetto a come il mondo vede Napoli e l’Italia?
Massimo: In Nord Europa sono pazzi, ballano come dei forsennati. Non esiste lo stereotipo della freddezza quando si parla di musica, anche quando stavamo a Berlino ballavano tutti qualsiasi genere musicale e si divertivano. In Olanda, in Svezia nessuno poi si pone il problema linguistico, tutti si lasciano trasportare tantissimo, non sappiamo neanche il motivo per cui sono così aperti. In alcuni posti come l’Olanda magari è perché c’è una grossa cultura dei festival oppure potrebbe essere perché magari nella loro vita sono tutti organizzati e ordinati e quando vanno a ballare si lasciano andare. Non lo sappiamo. Però quando ballano la nostra musica veramente è una roba fantastica. Tra le serate più belle che abbiamo fatto ci sono proprio quelle nei paesi nordici.
Lucio: Sicuramente c’è anche un po’ di fascino rispetto a Napoli e all’Italia, in noi vedono vedono la manifestazione di una cultura. Si gasano e si mettono le magliette del Napoli, provano a cantare in napoletano anche se non conoscono la lingua. Noi siamo contenti e basta, non abbiamo una ricetta o una spiegazione.
Massimo: Magari gli arriva un pochino di Mediterraneo, di mare, di caldo. anche se si gela magari avvertono quel caldo da maglietta a maniche corte, che è un po’ lo stesso concetto della persona del nord che appena arriva il sole si spoglia. Io finché non vedo sul meteo 32 gradi, non me la metto la maglietta a maniche corte. Pure a Berlino era così. Se c’è il sole, bisogna vederlo.
Del vostro periodo berlinese cosa è rimasto? Siete arrivati lì che in Italia facevate tech-house.
Massimo: A Berlino siamo riusciti, in un periodo difficile della nostra vita musicale, a reinventarci grazie al fatto che è una città in cui abbiamo potuto esprimerci liberamente, senza pressioni. Quando stavamo in Italia abbiamo sofferto il fatto che le persone si domandano sempre qual è il tuo lavoro e, se dici musicista ma non sei conosciuto, nella loro testa non sei nessuno. E per quanto tu non voglia sentire questo tipo di pressione, ti senti un po’ in difficoltà perché vivi in una società che vuole inquadrarti nel mestiere dell’avvocato o del dottore. Quando ci siamo trasferiti a Berlino abbiamo sentito una serenità assurda. Non ci siamo trasferiti perché è la patria della techno, dell’house, avevamo abbandonato da tempo quell’approccio musicale. Tra l’altro non abbiamo neanche frequentato quei club famosissimi come il Panorama Bar. Siamo andati lì per sentirci liberi di fare quello che volevamo. E questa cosa probabilmente se fossimo rimasti in Italia non l’avremmo avuta. In Italia ci vuole molta più forza di volontà e molta più disciplina per non farsi influenzare negativamente dal parere altrui. Il momento in cui ci siamo trasferiti era un momento in cui avevamo totalmente cambiato genere e stavamo reinventandoci da zero. In quei momenti avere persone intorno che ti dicono «ma perché non fai quella roba che funzionava? La techno, l’house» e tu sei in tutto un altro mondo mentale, ti butta un po’ giù. Quindi hai bisogno di calma, di zero pressioni. E in questo Berlino ci ha aiutato tanto.
La data di uscita del primo maggio è casuale o c’è un messaggio politico dietro?
Lucio: Al massimo c’è un messaggio lunare, visto che c’è la Luna piena proprio il 1º maggio (ride). È stata una coincidenza con la Luna piena, però ognuno può vederci quello che vuole. È bello però che esca il 1º maggio, quando la gente non lavora e può divertirsi.
Al di là della vostra musica, qual è lo stato di salute della scena napoletana secondo voi? C’è qualche fenomeno emergente che state osservando, che non siano i grandi nomi come Liberato, La Niña e Geolier?
Lucio: La nostra cricca di amici vive in un ambiente abbastanza underground, fanno cose con lo spirito spontaneo che abbiamo anche noi, a prescindere dalla classifica. Mystic Jungle o Whodamanny hanno tanti bei progetti, per esempio. Amiamo questa label che si chiama Periodica e ha tanti progetti con nomi differenti molto freak, a volte in napoletano, a volte in altre lingue. Whodamanny ha fatto pure un paio di hit che forse nessuno sa che le ha fatte lui. Sono super super bravi e meriterebbero molto più successo di quello che hanno. Quindi invitiamo tutti ad ascoltare la loro musica.
E in Italia a cosa guardate per capire dove sta andando la musica?
Lucio: Io sarà che mi sono trasferito a Siracusa, ma devo dire che questa città siciliana sta sfornando tante sorprese. Noi siamo grandi amici di Marco Castello che ha anche collaborato con noi per dischi passati e poi mi incuriosisce TonyPitony che è nato sempre in Sicilia. La Niña sta prendendo spazio anche all’estero e ci piace. Di quello che ho sentito mi interessa Ditonellapiaga, Frah Quintale mi sta simpatico. Mi piace la sua sonorità.
Massimo: Allora io confesso un guilty pleasure: la notte ascolto Anna Pepe. Ho capito che ascolto le cose super commerciali. Ascolto pure Marco Castello eh, siamo super fieri proprio di sapere che in Italia c’è qualcuno come lui che può proporre quel tipo di musica con quella qualità. E vedere che ci sono così tante persone che lo seguono. Non ha nemmeno una label di riferimento, è indipendente. È partito dal basso, è rimasto fedele alla linea e ai concerti viene ampiamente ripagato dai fan.
TonyPitony è un guilty pleasure?
Massimo: A me piace la sua voce (ride).
Lucio: Io l’ho sentito alla serata delle cover a Sanremo e mi ha colpito, è un artista a tutto tondo. Sembra un progetto ironico, ma dietro c’è tanta testa e tanto studio. Ha una voce stupenda. Grazie a lui ho ascoltato addirittura le altre cover, ma il suo livello era decisamente superiore e allora ho spento la tv.
Già che abbiamo parlato di Sicilia, ho l’ultima domanda solo per Massimo: ti scambiano mai per Colapesce?
Massimo: Di solito mi scambiano per Borat.










