A meno di ventiquattrore del Concertone del Primo Maggio, a qualche fuso orario dal Coachella e con un pezzo grosso del prossimo Sanremo sotto palco – il conduttore Stefano De Martino che guarda divertito come un ct della Nazionale che osserva una derby di campionato in vista degli Europei – ieri sera Mace ha trasformato il Forum di Milano in un happening pop di qualità, dimostrando che è possibile costruire un evento sostenibile – tre ore, un palazzetto, tantissimi ospiti – e con un’identità musicale specifica, pur giocando con tutti i generi alla faccia di ogni purismo radicale.
Qualcosa di simile lo avevamo visto solo un anno e mezzo fa, stessa location: era la prima parte di questo show che Mace ha chiamato Out of Body Experience – nome da techno festival fricchettone, che è parte dell’immaginario del produttore milanese – mettendo insieme un gruppo incredibile, per gusto ed esperienza, (Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini e Danny Bronzini sono solo alcuni dei nomi di questa all star band) che restituisse l’intenzione artistica degli album OBE e MAYA, ovvero la libera jam session nei perimetri della canzone pop.
Già, “restituzione” è forse la parola chiave di questa serata: Mace, attraverso questo rito collettivo difficilmente trasportabile in un vero e proprio tour (per ragioni logistiche), restituisce al suo pubblico l’emozione live di pezzi ormai entrati nella playlist di una generazione, giovane e bella vedendo le facce del Forum che cantano a memoria ogni pezzo; il pubblico restituisce a Mace il giusto tributo d’affetto, non scontato per un produttore abituato a nascondersi dietro al suo banco tecnico, di altissimo livello tra l’altro, tra synth, space echo, moog, omnichord e hydra; e poi c’è quella più inedita e più potente, la gratitudine delle voci, da Ernia a Salmo, passando per Izi, Colapesce, Ele A, Frah Quintale e Mengoni, fino ad arrivare ai soci più fidati, Venerus, Joan Thiele, Gemitaiz.

Foto: Francesco Prandoni
Già perché il tocco magico di Mace è riuscito a nobilitare molti di questi artisti, donandogli forse i pezzi migliori del loro repertorio – vale certamente per Thiele, Gemitaiz e Venerus – e a trasportarli in un universo musicale dove indie, rap, cantautorato e pop convivono senza traumi o forzature, un mondo sonoro colto ma accessibile, che nella dimensione live esplode grazie ai virtuosismi mai di maniera della band: il sitar che accompagna Marco Castello, le chitarre funk-prog mentre canta Centomilacarie, il flauto di Gabrielli su Ayahuasca con Colapesce o il sax che fu anche di Pj Harvey (sempre Gabrielli) sulle fughe elettroniche strumentali dello stesso Mace.
Una goduria per chi si è ormai abituato a vedere concerti con featuring trasformati in tanti piccoli festivalbar, entra uno esce l’altro, pubblicità e sipario. Rispetto alla prima edizione, autunno 2024, di questo progetto live, ieri non c’era un album nuovo da suonare, ma qualche anteprima del nuovo disco in uscita a metà maggio sì, e possiamo già dire che Cattive Abitudini con Salmo e Colapesce sarà una hit che sentiremo molto. La festa di Mace è stata lunga – quali altri concerti della cosiddetta “nuova scena” italiana durano quasi 3 ore? – e piena di buone vibrazioni, e la presenza di Stefano De Martino tra il pubblico fa presagire che forse un po’ del Mace touch lo sentiremo anche nel prossimo Sanremo.
Sarebbe una bella notizia, non tanto per il produttore che, anche dopo la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici, ha dimostrato di avere la caratura per giocarsela con qualsiasi pubblico, ma per Sanremo e quel che sarà della musica italiana.















