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La madre di un rapper

Cosa significa vedere un figlio lottare tra angeli e demoni, tra paradiso e inferno? Lo abbiamo chiesto alla madre di Shiva. Un estratto dal numero cartaceo dedicato al rapper, in edicola

La madre di un rapper

Shiva con uno dei suoi figli

Foto: Michele Perna

“Ho finalmente capito che per una donna non è semplice crescere un uomo”, canta Tupac in quello che è diventato l’inno del rap alle madri che hanno cresciuto più di una generazione di artisti. La narrazione spesso cruda dell’hip hop è indissolubilmente legata a un amore che non manca mai, o forse due: quello per la madre e quello per la famiglia, naturale o d’elezione. In Dear Mama (1995), Tupac cantava di Afeni Shakur, attivista delle Pantere Nere, non come di una donna mitizzata e relegata al suo ruolo di madre esemplare, ma di una persona, un individuo che nella sua forza, nel suo istinto di rivoluzione sociale, così come nella tossicodipendenza e nelle difficoltà economiche, gli ha saputo fare da guida, aiutandolo a diventare artista.

Non una donna perfetta, non un rapporto perfetto, ma una persona presente e degna di essere compresa. “Amo solo Mahbed e mia madre, mi spiace” è un’altra, più recente e popolarissima citazione che non ha bisogno di presentazioni (ma se vi manca, è God’s Plan di Drake) e in cui ritroviamo il topos delle madri, in una narrazione che segue un filo intergenerazionale, rimanendo centrale a distanza di decenni.

Per i rapper, cresciuti il più delle volte senza una figura paterna in contesti che possono essere marginali e difficili, la figura dell’unico genitore presente diventa il simbolo dell’amore, una scialuppa a cui aggrapparsi, un faro a cui rivolgere lo sguardo. Una persona da non deludere, da cui farsi proteggere e di cui, a propria volta, prendersi cura. Qualcuno a cui dedicare il riscatto ottenuto in musica. “Sì, sono anni che non vivo con mamma / Gli pago l’affitto e non vado a trovarla» rappa Shiva nel brano del 2022 Non lo sai. Anche per il rapper di Corsico la figura della madre entra inevitabilmente nei testi che riflettono la realtà vissuta, nel bene e nel male, senza alterarla. Così conosciamo Carmen, la donna che ha cresciuto Shiva, anzi Andrea come lo chiama lei, insieme ai suoi fratelli, Luca e Martina, e che si è rimboccata le maniche per garantire un futuro a se stessa e ai suoi tre figli.

“Ma’ era fuori, la vicina mi faceva la pasta / Dormivo con mio frate’ Luca sopra un letto a una piazza / Motorino con lui, mi accompagnava alle medie / In quei vicoli bui solo il coraggio si vede”. Così Shiva dipinge la propria infanzia in La mia storia (2021), ripercorrendo il modo in cui i legami famigliari l’hanno reso chi è oggi: come Andrea, come Shiva. “Se un padre non ti dice che cosa è sbagliato / Come capisco quando ho più demoni a fianco?” rappa invece in un’altra barra, mettendo a nudo il vuoto attorno alla figura paterna e come questa assenza presente l’abbia definito. Indissolubilmente legato alla famiglia, con il fratello Luca che oggi fa da CEO della Milano Ovest Label, e la sorella Martina che condivide via social le sue hit, piena di orgoglio, Shiva parla spesso di loro, in musica e nelle interviste, con quella punta di fierezza rap. Meno spesso capita che siano le madri ad avere la possibilità di raccontare com’è stato accompagnare nella crescita quelli che, un giorno, sono diventati artisti. Carmen l’ha fatto, mettendo a nudo la propria esperienza.

I primi passi nel mondo di Andrea, la sua ossessione per la musica, il timore delle strade sbagliate, il momento più buio che hanno superato insieme. E poi il valore più grande che Carmen ha voluto trasmettere a suo figlio: la responsabilità. Nella musica, ma soprattutto nella vita. Perché oggi tocca a lui essere genitore. E tra madri-esempio e padri-assenti, che genitori sapranno essere, a loro volta, gli artisti rap? “Così mi sono liberato da tutto il senso di colpa che credevo di aver provocato / Così ho liberato mia madre da tutto il dolore che lei chiamava vergogna”, rappa Kendrick Lamar alla fine della sua lunghissima riflessione sul trauma generazionale in Mother, I Sober (2022). Spezzando la catena di colpa, vergogna e oppressione, parlando apertamente di quanto possa essere complesso crescere e maturare in determinati contesti, Kendrick riconosce di aver reso più leggero il destino dei propri figli: “Così ho lasciato andare i nostri figli, che il buon karma li accompagni”.

Nella responsabilità condivisa di rompere il cerchio, di ridare ai figli più di quanto è stato ricevuto dai genitori, i rapper diventano adulti e si interrogano sul futuro. Shiva in Lettera a Draco (2024): “E spero prenderai da me, ma solo la mia parte buona”. Tra errori da cui si impara e una promessa da mantenere: “Imparerai ad amare, forse capirai tutto questo”.

Carmen ci crede. È la prima a credere che suo figlio saprà essere un artista libero e un genitore migliore. Anzi, è la prima che ha creduto in suo figlio, fin da quando era un bambino di poche parole e gesti eloquenti.

Com’era Andrea da piccolo?
Era un bambino irrequieto, ma in senso buono. Curioso di tutto, sempre con la testa da qualche altra parte. Non riusciva a stare fermo cinque minuti. Aveva un’energia tale che ci si stancava solo a guardarlo, ma era anche tenero, sensibile, più di quanto non facesse vedere. Da piccolo piangeva per le cose belle, non solo per quelle brutte. Quella parte lì, quella sensibilità non l’ha mai persa davvero.

Che rapporto ha creato con i fratelli?
Con Luca e Martina ha sempre avuto un legame strettissimo. Andrea è il più piccolo e forse per questo ha imparato presto la capacità di osservare e assorbire quello che lo circonda. Luca ha sempre avuto l’istinto di proteggerlo. Quando Andrea ha iniziato a crescere artisticamente, è stato naturale che lavorassero insieme. Martina rappresenta la sua parte più quieta. Si vogliono un bene enorme, anche senza bisogno di dirlo.

E con te?
Con me… Andrea è sempre stato un figlio che non si apriva facilmente, ma quando lo faceva, lo faceva tutto in una volta. Erano momenti rari, ma valevano più di mille conversazioni normali.

A scuola come si trovava?
Non era fatto per la scuola, lo dico senza girarci attorno. Ma non era stupido, anzi. Era il sistema che non faceva per lui. È stato bocciato quattro volte in prima superiore e poi ha smesso. Me ne sono dispiaciuta tanto, perché la cultura è importante, ma capivo che stava già cercando qualcos’altro. Cercava un posto in cui la sua voce avesse senso.

Quanto spazio ha avuto la musica a casa?
La musica è sempre stata presente in casa nostra. Si ascoltava di tutto: un po’ di soul, un po’ di cantautorato italiano. Ma Andrea ha trovato il rap da solo, come trovano le cose i ragazzi quando nessuno gliele mostra, cioè per strada, tra amici, attraverso YouTube. Ha iniziato a scrivere testi prestissimo. Quando te li faceva leggere, anche se non capivi bene quel mondo, c’era qualcosa che colpiva.

Quando hai capito che voleva fare della musica la sua carriera?
A 14 anni aveva già pubblicato il suo primo mixtape. Io a quell’età pensavo ancora ai compiti. Lì ho capito che non era un passatempo, non lo faceva per diventare famoso, lo faceva per necessità, perché altrimenti stava male.

L’hai vissuta in maniera positiva o col timore che potesse mettersi nei guai?
Tutte e due le cose insieme, che è la condizione normale di una madre. Ero orgogliosa di lui, vedevo che aveva talento, ma sapevo che un certo ambiente porta con sé delle trappole. Corsico non è il posto più semplice dove crescere. Speravo che la musica fosse la sua via d’uscita, e per certi versi lo è stata.

Quali sono i valori che hai voluto trasmettergli?
La lealtà. Il rispetto per chi ti vuole bene davvero. La famiglia prima di tutto. E la responsabilità, che è stata la cosa più difficile da insegnargli, forse anche la cosa che ha dovuto imparare nel modo più duro. Ma ce l’ha dentro, Andrea. Ce l’ha.

Che ruolo ha avuto la spiritualità nella crescita di Andrea?
La fede in casa c’è sempre stata, anche quando non la si nominava esplicitamente. Certe cose le assorbi, non te le insegnano a parole. Andrea ha trovato il suo modo di stare con Dio: nella musica, nei momenti difficili. Non è la fede di chi va a messa tutte le domeniche ma di chi, a volte, ha la sensazione di essere stato “salvato”.

La figura assente del padre, di cui parla spesso nei suoi brani, lo ha influenzato crescendo?
Sì e sarebbe disonesto negarlo. Un figlio sente quella mancanza, anche quando non lo dice. Andrea ne ha sempre parlato nelle interviste, nei testi, in quei versi che ti spezzano il cuore se sai da dove vengono. Quella ferita l’ha segnato, ma l’ha anche forgiato. Ha imparato presto a non aspettarsi che qualcun altro risolvesse le cose al posto suo.

Quando è arrivato il successo, cos’è cambiato nella tua vita?
Sono cambiate tante cose, alcune in meglio, non lo nascondo. C’è stata più stabilità, Luca ha iniziato a lavorare con lui, le preoccupazioni economiche si sono alleggerite. Ma la cosa più bella non erano i soldi. Era vederlo realizzato. Vederlo fare la cosa per cui era nato. Il quartiere lo ha vissuto con orgoglio, perché Corsico è rimasta casa sua, anche quando avrebbe potuto andarsene. Poteva andare a vivere in centro a Milano, poteva fare la vita del famoso, lontano da tutto. E invece è rimasto. Corsico è lui, non si possono separare.

C’è stato un episodio in cui hai temuto per il suo futuro?
Più d’uno. Ma il momento più duro lo sai già, è quello che sanno tutti, quando lo hanno arrestato. Lì la paura si è fatta concreta, con un indirizzo preciso: carcere di San Vittore.

Quando Andrea è stato accusato di tentato omicidio, che momento è stato per la famiglia?
Il momento più buio. Non c’è altro modo per dirlo. Quando ti arriva una notizia così, il mondo si ferma. Non riesci a respirare. Poi piano piano raccogli i pezzi, ti aggrappi alla famiglia, agli avvocati, alla verità. Abbiamo fatto fronte comune perché non c’era altra scelta. Nei momenti così o ti unisci o vai in pezzi.

Come hai vissuto il periodo della sua detenzione?
I colloqui erano la cosa più importante. Aspettavi quella mezz’ora come se fosse l’unica cosa buona della settimana. Lui cercava di essere forte, di non farci sentire il peso di quello che stava passando, ma una madre lo vede lo stesso. Abbiamo lasciato fare agli avvocati il loro lavoro, abbiamo sperato che la verità emergesse. E qualcosa è emerso, come le attenuanti e la riduzione della pena. Non era la giustizia completa che volevamo, ma era comunque un passo.

Quando è uscito, qual è stata la prima cosa che ti ha detto?
Alcune cose restano tra noi, ma in realtà non ha detto nulla di straordinario. Era semplicemente presente. Era lì, ed era già abbastanza.

Come hai affrontato questo periodo difficile per Andrea con i suoi figli?
Draco è nato mentre Andrea era dentro. Quella è stata una cosa che ha spezzato il cuore a tutta la famiglia. Un nipote che arriva nel giorno più bello e tu non puoi esserci. Abbiamo cercato di essere presenti per Laura, per il bambino, di costruire comunque un senso di famiglia attorno a quella nascita. Il legame tra Andrea e i suoi figli esiste e lui sa quanto ha da recuperare.

In qualche modo incolpi la carriera che ha scelto per ciò che è successo?
No, non incolpo la musica. Quello che è successo è frutto di un contesto, di scelte, di un momento. Ma la carriera musicale è la cosa più vera e più sana che Andrea ha. E oggi mi rimane un senso di sollievo, ma anche di responsabilità. Come se usciti dal tunnel ci fosse ancora tanto da costruire.

Che tipo di genitore vorresti che fosse per i suoi figli?
Presente. Prima di tutto presente. Lui stesso lìha scritto in una canzone, “Voglio che avrai sempre un padre, non come ha fatto il mio”. Quella frase mi ha colpita nel profondo, perché significa che ha capito. Non voglio che diventi un padre perfetto, perché nessuno lo è, però voglio che ci sia. Che i suoi figli sappiano di poter contare su di lui.

Come ti immagini il suo futuro?
Me lo immagino libero. Libero di fare musica, di stare con i figli, di dormire tranquillo la notte. Andrea ne ha passate tante, ma ha anche dimostrato di sapersi rialzare. Il futuro che voglio per lui è semplice: che sia felice, che stia bene, e che quando i suoi figli cresceranno possano essere fieri di lui. Io lo sono già.

Foto: Michele Perna. Outfit Shiva. Giacca: Dolce & Gabbana. Jeans: Purple.
Cintura: Htc Los Angeles. Scarpe: Timberland. Cappello: Aderente Mains x New Era. Occhiali: Chrome Hearts

L’intervista è contenuta nel numero cartaceo di Rolling Stone Italia dedicato a Shiva, acquistabile in edicola e a questo link.