Étienne de Crécy, come si sopravvive a un grande hype? | Rolling Stone Italia
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Étienne de Crécy, come si sopravvive a un grande hype?

Lo spiega in questa intervista il pioniere del French Touch, dj e producer che ha fatto la storia della musica elettronica da dancefloor e ha conosciuto l’idolatria e l’anonimato

Étienne de Crécy, come si sopravvive a un grande hype?

Étienne de Crécy

Foto: Emile Moutaud

Bello ritrovarsi a parlare con Étienne De Crécy. Bello perché è un amico di vecchia data che però non si incontrava da quasi vent’anni, ma non ha perso nulla della sua simpatia e della sua bonomia; bello perché comunque parliamo di un dj/producer che ha fatto letteralmente la storia della musica elettronica da dancefloor, contribuendo come altri e più di altri a tratteggiare i confini del celebrato, celebratissimo French Touch (quell’arco stilistico che va dai Daft Punk agli Air passando per una house sofisticata, piena di filtri e campionamenti); bello perché troppo spesso quando si ha un momento di grande fama c’è chi si piglia male, quando questo hype passa, ma non è il caso di Étienne.

Lui ha continuato a fare, brigare, produrre, creare, esplorare (anche nel campo della videoarte, «per me è come un hobby, ma mi diverte parecchio»). Ha continuato a far uscire molta musica, e ne parliamo, ed è rimasto sul pezzo a modo suo: in uno strano equilibrio tra mainstream e underground, tra iconicità e umiltà, tra ricerca e divertimento, tra ironia e dedizione. Cosa che si vede bene anche dal roster di remixer che ha radunato per Warm Up Remixes, l’upgrade più in chiave dancefloor dell’album uscito l’anno scorso (un disco con ospiti anche non precisamente irrilevanti, vedi Damon Albarn o Alexis Taylor degli Hot Chip). Proprio quest’ultima impresa di ricombinazione (più) danzettara, messa in circolazione in questi giorni, è la scusa per una chiacchierata che inizia parlando di comuni conoscenze e di incontri pugliesi di un’estate fa.

Allora, sappi che l’estate scorsa ero con gli Air a Viva! Festival e parlando con loro di musica e dintorni a un certo punto il discorso è caduto su di te. «Oh, Étienne, una persona deliziosa, davvero. Andavate al liceo assieme, no?». La risposta fu: «Lo dici tu che è delizioso! Guarda che era un bullo, ci maltrattava tutto il tempo!». Bene, ora che ti ho davanti Étienne posso chiederti come stanno davvero le cose…
(Scoppia a ridere) Te l’avrà di sicuro detto Nicolas, questo…

Sì, ecco, confermo: dei due è stato lui a dirmelo, non Jean-Benoît.
Non ero io che ero un bullo! No: semmai era lui che si faceva maltrattare (altre risate).

Ok, ok, più seriamente: tornando alla fase in cui siamo conosciuti, ovvero quando per un po’ di volte mi era capitato di farti da tour manager per le date italiane, ti chiedo un’analisi retrospettiva, stiamo parlando del periodo 2005, 2006. Era un periodo strano, musicalmente parlando: nel senso che il French Touch da un lato era popolarissimo, era un brand che funzionava nel circuito del clubbing, ma dall’altro fra gli addetti ai lavori più avvertiti già si avvertiva una saturazione pesante: questa cosa del French Touch era vista cioè già come un’etichetta inflazionata. Forse addirittura sputtanata o buona solo per attirare chi era di bocca buona, ma voleva fingersi esperto. Che ricordi hai di quel periodo?
Ricordo che era tutto facile. E non mi rendevo realmente conto di quanto tutto fosse facile… Mi spiego: io non ci ragionavo sopra su questo hype attorno al French Touch, non ci davo caso. Però in effetti tutto filava senza il minimo problema: facevo musica, questa musica usciva, mi chiamavano tutti subito a suonare, i magazine volevano parlare con me, tutti erano gentili, tutti mi cercavano. Una catena di trasmissione perfetta. È solo quando l’hype attorno al French Touch è tramontato definitivamente che mi sono reso conto di quanto abbia vissuto una fase della mia vita artistica da vero e proprio privilegiato. All’improvviso, passata la moda, dovevo lavorare. Sì, lavorare. Dovevo impegnarmi nella promozione, impegnarmi per farmi notare, impegnarmi per convincere la gente ad ascoltare la mia musica: tutte cose per un bel po’ di anni non ero stato minimamente costretto a fare.

È stato traumatico, questo passaggio? Per molti artisti lo è.
Sinceramente? No.

Sicuro?
Sai qual è la verità? Non sono a mio agio ad avere uno status. Già. Io preferisco quando devo lavorare per convincere le persone. Preferisco quando suono in posti dove nessuno sa chi sia, e sta a me e ai dischi che metto far funzionare la serata. Vedi, quando hai uno status la gente tende ad applaudirti a prescindere, qualsiasi cosa tu faccia. Anche quando fai schifo, o comunque non dai il meglio di te.

Beh…
Sembra bello, ma dopo un po’ diventa deprimente. Ti fa perdere il gusto delle cose, ecco. Mi trovo molto più a mio agio oggi, nel ruolo di outsider.

In effetti è molto da outsider anche il modo in cui hai costruito questo album di remix legato a Warm Up dell’anno scorso. Guardo la lista dei remixer coinvolti ed è bizzarra: c’è Bob Sinclar, ma c’è Marie Davidson, c’è A-Trak, ma anche KiNK… Passi insomma senza soluzione di continuità dal mainstream alle chicche da connoisseur underground. Davvero difficile inquadrare dove ti posizioni davvero, oggi.

Molto semplicemente sono tutti artisti che ammiro tantissimo. C’è gente che è completamente fuori dalla dinamica delle mode in quell’elenco: penso ad esempio a Felix The Housecat, lui è davvero un veterano. Ma pure A-Trak è un veterano, anche se sembra un ragazzetto se lo vedi di persona. È che è bravo fregarti… (risate)

Quando ti sono arrivati i remix finali, ti hanno sorpreso? Te lo chiedo perché l’album, che ho ascoltato prima di fare questa chiacchierata con te, ha un tiro molto diverso dalla versione originale.
È molto più da clubbing questo disco di remix, vero, molto più da dancefloor. Ma era esattamente quello che volevo. Non che Warm Up fosse completamente avulso dal mondo dei club: World Away per dire, la traccia con Alexis Taylor degli Hot Chip alla voce, la suono comunque nei miei set in giro per il mondo; Brass Band pure, anzi, di solito la uso come traccia di chiusura, una sorta di sigla finale. Però sì, complessivamente Warm Up è un album con tracce difficili da suonare in pista. Solo che un giorno qualche mese fa mi ha chiamato Bob Sinclar e mi ha detto «Bello il disco Etienne, bello bello. Ma hai mica un remix di Brass Band? Quella traccia mi fa impazzire, ma dai, così com’è non è suonabile in un club…». «Fallo pure tu il remix, se vuoi», gli ho risposto. Ed è così che è partito tutto. Dopo che Bob ha fatto il remix, mi sono detto: «Dai, ottimo, però non posso far uscire solo questo; a questo punto tanto vale fare un remix di tutte le tracce». E così è andata. Mi sono messo a contattare artisti che stimo e ti dirò, quello che è venuto fuori con Warm Up Remixes è un po’ un mio personalissimo dream team.

So che ti lega un’amicizia di lunga data con Bob Sinclar. Che poi mi fa strano immaginarvi assieme: lui tutto flamboyant e attorniato da belle donne…
Guarda che sono pieno di belle donne anche io! E sono flamboyant come è più di Bob, solo che non lo svelo al pubblico! (Risate)

Étienne de Crécy à la Gare de Strasbourg - L'Ososphère 2026 - ARTE Concert

Ok, ok, ok.
No, scherzi a parte. Chris (il vero nome di Bob Sinclar è Christophe, nda) ha un certo tipo di immagine e ci si diverte, ma lui è prima di tutto un grandissimo appassionato di musica. Ma proprio tanto, tanto, tanto. Ha una conoscenza dell’elettronica e dell’hip hop che è enciclopedica. La gente vede la sua immagina attuale e non lo direbbe, ma in realtà io e lui abbiamo un approccio molto simile alle cose ed entrambi siamo degli ottimi dj. Ma sì, capisco che di Chris si veda solo un lato più superficiale e non si colga il suo background. Però la verità è un po’ diversa.

Ecco, a proposito di background non colti: col senno di più, quali sono le gemme dimenticate del French Touch? Intendo, album o artisti che non hanno avuto l’esposizione che avrebbero meritato.
Al momento di massimo hype attorno al French Touch credo che un po’ tutti abbiano avuto la giusta attenzione, sai? Tutti. Anche album o artisti un po’ di merda (sorride sornione). Ecco, se però devo farti un nome, sicuramente ti faccio quello di Alex Gopher. Col fatto che ha smesso di suonare come dj e fare dischi in prima persona per tornare a dedicarsi al ruolo di ingegnere del suono, sono anni che non si parla più di lui, la gente se ne è un po’ dimenticata, ma credo che lui abbia dato un contributo assolutamente fondamentale, uno dei contributi più importanti in assoluto per creare quel suono e quella scena. Meriterebbe molto più credito.

«Anche dischi di merda», hai detto. Bene. Apprezzabile senso critico. Ecco: tu hai mai fatto dei dischi di merda?
Sono discretamente autoindulgente, non sarei mai così duro e spietato con me stesso nel definire la mia musica (scoppia a ridere). Parlando seriamente: in realtà io amo moltissimo ogni mia singola release. Ogni volta che ho fatto uscire qualcosa, è perché ne ero innamorato. Musica di merda ne ho fatta, e ne faccio parecchia; ma quella la puoi trovare solo nei miei hard disk di lavoro. Sto bene attento a non farla circolare.

So però che all’epoca della sua uscita fin da subito non eri molto soddisfatto di album come Tempovision, dicevi che era mixato male.
Vero. Avrei potuto e dovuto fare un lavoro molto migliore, in tal senso.

Invece, della tua produzione recente, devo dire che a me piace molto After EP: per me dimostra che hai ancora un sacco di cose da dire per quanto riguarda la pura musica da club.
Ti ringrazio. E aggiungo: io, ancora oggi, vengo chiamato ogni weekend a fare il dj, ho questa fortuna. Continuo ad avere un rapporto strettissimo coi dancefloor. E, dopo trent’anni, ancora non mi sono per nulla stufato di stare in un posto pieno di gente euforica e sudata che vuole ascoltare e ballare musica a un volume piuttosto sostenuto. Far ballare le persone è una benedizione. Lo sarà sempre.

Però sai che molti coetanei miei e tuoi, cioè la generazione che ha vissuto gli anni ’90, i primi 2000, sempre più spesso dicono che oggi la club culture è tutto una mezza pagliacciata, che è tutto solo a misura di festival, tutto buono unicamente per i social network, che la vera club culture è tutt’altra cosa e oggi non si respira praticamente più…
Lo so, ma non sono d’accordo. Non sono minimamente d’accordo. Io sento ancora molto entusiasmo ed energia. La verità è che ogni nuova generazione porta qualcosa di nuovo e ogni volta che una nuova generazione porta qualcosa di nuovo quella vecchia si lamenta che non ci sono più le cose fighe di una volta… Sai quante volte ho sentito dire «La nuova techno non va bene, è troppo veloce, è imballabile». Però guarda caso proprio questa techno di nuova generazione è quella che ha avvicinato alla musica elettronica un sacco di ventenni, che altrimenti avrebbero probabilmente guardato da altre parti. La mia regola è sempre: guardare il bicchiere mezzo pieno. Venti, trent’anni fa ci sembrava tutto meglio, a noi della nostra generazione? Ci credo! Avevamo vent’anni, vivevamo meglio le cose, con più entusiasmo, energia e innocenza… Io però amo ancora molto la vita, e mi sto divertendo un sacco ancora adesso a vedere quello che succede e a stare in mezzo alle persone e alle cose di clubbing.

Sei una persona ambiziosa? Anche oggi?
Sì. Molto.

E quindi, cosa ci stai per preparare che ci stupirà, dopo questo questo Warm Up Remixes?
Tutta una serie di cose legate al trentennale del primo Super Discount, che cade l’anno prossimo.

Ah! Bene, bene. Domanda: premesso che il primo Super Discount è stato un culto assoluto ed è considerato per certi versi l’atto fondativo del French Touch, negli anni successivi sono arrivati anche un volume 2 e 3: fra questi ultimi due, qual è il tuo preferito?
Il secondo volume in Francia andò malissimo, perché uscì che ormai lì del French Touch non voleva sentire parlare più nessuno, era uno stigma quasi, e manco si accorsero che questo volume 2 era in realtà un lavoro molto eclettico, sfaccettato. In altri Paesi però dove non si facevano questi problemi andò alla grande, penso ad esempio alla Germania, al Belgio: grazie al secondo Super Discount mi si aprì tutto un mercato che prima non avevo. Il terzo volume alla fine è quello che sento più vicino a me per come sono oggi. Ed è andato bene un po’ dappertutto.

Qual è il tuo dj preferito, oggi? A parte te stesso, naturalmente (risate)…
Allora, a parte me: Chloé Caillet. Sì. Lei mi piace davvero tanto.