Dovrei fare OnlyFans (e voi pure) | Rolling Stone Italia
un commento

Dovrei fare OnlyFans (e voi pure)

In un’epoca minacciata dall’intelligenza artificiale, la curiosità e l’imperfezione umana sono diventati un feticcio. Perché non approfittarne?

only fans

Foto: Logan Weaver su Unsplash

Non sono mai stato un pioniere tecnologico. Lo dico con un malcelato senso di orgoglio perché c’è stato un tempo in cui le mie (e le vostre) necessità non avevano nulla a che fare con la Silicon Valley. Sono un classe 1990 e, per quanto abbia avuto fin da giovanissimo un computer e un cellulare, una volta ottenuta una libertà di comunicazione fatta di messaggi e chiamate non mi sono mai dedicato con particolare interesse alle nuove frontiere della socialità telematica. Tuttavia, negli ultimi periodi mi sto interrogando, in modo provocatorio e magari semplicistico, in merito a OnlyFans.

Nel 2007, quando Britney Spears cantava Piece of Me, in qualche modo anticipando anche per i comuni mortali quello che a lei già accadeva da tempo, il mio ecosistema digitale era MSN. Alla successiva rivoluzione in materia sono arrivato in ritardo, obbligato solo dal fatto che, dove mi trovavo io, le persone erano sparite, ormai assorbite dal fenomeno Facebook. Sono così approdato in questa nuova agorà digitale a seguito di numerosi inviti, dopo che era già stata ampiamente conosciuta dai miei compagni. Stessa sorte per Instagram e, per un breve periodo, Twitter. Di TikTok, invece, non ho mai avuto un account e non ne ho mai sentito la necessità (richiederebbe un impegno che non posso garantire e forse nemmeno riesco a capire o sopportare).

Quindi, seppur già presenti altri non-luoghi come MSN, Skype e mIRC, Facebook è stato il primo vero grande social network dove ho (abbiamo) iniziato a curiosare nella vita altrui. Idee, frasi, foto, video e relazioni. Soprattutto quest’ultimo punto ha iniziato a mettere in luce una certa verità e stuzzicato ciò che di più intimo c’è da sapere: i legami sentimentali dell’altro. Questo non lo dico solo io, lo dice anche il Mark Zuckerberg di Aaron Sorkin e David Fincher in The Social Network. Da qui in poi la nostra curiosità è diventata famelica, non più rivolta solo verso le celebrità, ma indirizzata specialmente alle persone vicine a noi (o a perfetti sconosciuti). Ci siamo spostati poi su Instagram per vedere più da vicino la (non) vita altrui, e, di tanto in tanto, anche il relativo (non) lavoro su LinkedIn. Da svago è diventata routine, da pettegolezzo è diventata ossessione e quindi dipendenza.

A riguardo, facendo un ulteriore parallelismo cinematografico, tornano buone le parole del monologo iniziale di Layer Cake, dove lo spacciatore senza nome interpretato da Daniel Craig avverte: «Diamo alla gente quello che vuole: divertimento oggi, rincoglionimento domani». Persi nel nostro narcisismo e voyeurismo, non ci siamo resi conto che una nuova rivoluzione era già in atto, con i più furbi che si sono spinti oltre, facendo di Instagram e Twitter non una destinazione finale, ma una tappa intermedia. Costoro hanno visto un’opportunità nella debolezza che ha caratterizzato la cronistoria che ho brevemente enunciato e ne hanno approfittato. Un Leitmotiv malizioso, sussurrato, che poteva portare solo da una parte.

Proprio come un tempo facevano gli inviti via mail a iscriversi a Facebook, noto che oggi quasi subdolamente il mondo dell’informazione (in ogni sua veste) ci propina altre originali convocazioni. Sempre più spesso vediamo notizie e post che raccontano di un VIP che si è iscritto a OnlyFans, facendo così una concorrenza per certi versi scorretta al comune creator e al suo codice ATECO. Lily Allen, che nel 2008 cantava “When we go up to bed, you’re just no good, it’s such a shame”, ammicca oggi in altro modo su OF e dice di guadagnare più soldi dalle foto del suo arco plantare che dal suo catalogo su Spotify. Bella Thorne, attrice e cantante statunitense (per mancanza di ruoli e canzoni direbbe Dagospia) nel 2020 si è iscritta alla medesima piattaforma e ha incassato 1 milione di dollari in 24 ore. Un anno fa Denise Richards ha fatto il suo debutto, mentre di recente c’è stato quello di Shannon Elizabeth, la Nadia di American Pie (entrambe fuori tempo massimo). Questa particolare lista, oltre a comprendere celebrità, si distingue per l’assenza di contenuti espliciti e, al massimo, definibili come softcore. Bisogna precisare che sì, OnlyFans è una piattaforma con paywall pensata per ospitare ogni tipo di creator, va da sé però che la sua fortuna è arrivata principalmente grazie ai contenuti erotici, i più ricercati, quelli per i quali si è più disposti a pagare (anche se, al contempo, molto esposti alla pirateria).

C’è chi su OF si impegna considerevolmente per la creazione di foto e video e chi invece riesce a fatturare pubblicando contenuti multimediali che non mostrano niente di più e niente di meno di quanto già non si veda in una qualsiasi spiaggia (o su Instagram). In alcuni casi invece si tratta solo di rumori, come con i video ASMR, dove sono i suoni a catalizzare l’interesse dell’utente. Il softcore di Bella Thorne è il caso più eclatante, ma ci sono altri creator simili che non hanno però in dote una fama pregressa. L’offerta di questi ultimi può essere definita a volte amatoriale, a volte “artistica” (con forti virgolette): non al livello delle campagne di Tom Ford ai tempi di Gucci e più vicina semmai ai calendari un tempo appesi ai muri dei barbieri e delle officine. L’esempio più significativo di ciò che sto dicendo lo vediamo in molti abbonamenti base, come quello di Sophie Rain, divenuta in tre anni uno dei nomi più importanti nel settore. Direte voi “ma nei messaggi PPV il nudo c’è”; vero, ed è certamente il motivo dei suoi guadagni astronomici (100 milioni!), ma non tutti arrivano allo step successivo e con la tariffa base – che possiamo definire un pedaggio per la curiosità – lei ha già incassato.

Una frase attribuita a Woody Allen spiega bene la situazione: «Non conosco la domanda, ma il sesso è sicuramente la risposta». Già, “ancora il solito sesso”, risponderebbe invece Max Gazzè. Proprio su questa potentissima leva – e la sua idealizzazione – fanno affidamento le celebrità e i creator di cui sopra. Ovviamente non è tutto così facile: la maggior parte di chi rientra nella seconda categoria non ottiene le plusvalenze pornografiche (per l’appunto) che si sentono in giro e finisce spesso alienato dalle esigenti richieste degli utenti. I quali, dal lato loro, usano un’altra potentissima leva: il denaro. A questo punto viene spontaneo chiedersi se l’intelligenza artificiale possa far crollare il sistema in esame (e non solo). Il domandone è sempre questo: se posso generare volti e corpi perfetti, perché dovrei pagare per contenuti reali? Senza contare chi padroneggia l’uso dei filtri a tal punto da alterare il proprio aspetto e sembrare un’altra persona.

Il pericolo c’è, ma non credo che diventerà egemonia. Permettetemi questo paragone: esistono i papillon e le cravatte a clip, eppure continuano a essere il massimo dell’eleganza i nodi fatti a mano; anzi: un’eventuale stortura è segno di manualità e quindi maggior prestigio. Allo stesso modo vengono cercati un neo, un’asimmetria o un respiro mozzato in un video su OF. Guardiamo un attimo alla storia di un settore non troppo lontano (e anch’esso insidiato dall’IA) per capire meglio. Nell’industria pornografica, a partire dal 2006, i modelli iper-costruiti, incarnati da figure come Jenna Jameson e Briana Banks, sono stati soppiantati da estetiche più accessibili e “quotidiane”, rappresentate da Sasha Grey e Riley Reid. Dalla bagnina di Baywatch, alla ragazza della porta accanto. Non necessariamente più “reali”, ma percepite come tali. Allo stesso modo, la presenza di un contenuto IA, seppur stuzzicante, non supererà the real thing. In questo senso, il successo del distacco dai canoni impeccabili, sia dell’IA che di personaggi bellissimi alla Margot Robbie o Robert Pattinson, trova conferma nel fatto che su OF c’è una profittevole partecipazione anche di content creator definibili “comuni”. Questo fenomeno può essere spiegato in due modi: dinamiche di potere (come findom, la “dominazione finanziaria”) e soprattutto riconoscibilità (“mi ricorda qualcuno che conosco”, non artefatto né inarrivabile).

Sono tutti elementi che invitano a riflettere. Quante volte abbiamo detto, senza troppa irriverenza, “dovrei fare OnlyFans”? La presenza di creator con un feed non esplicito ci suggerisce che è possibile ottenere un ritorno economico con un minimo sforzo? Magari per arrotondare e basta, ricorrendo alle foto dell’ultima vacanza al mare pubblicate fino a ora in un altro social? A fare la differenza potrebbe essere solo la piattaforma. Il gap di quanto non si vede/non si fa sarebbe colmato dalla fantasia – lo streaming migliore – e dal fatto che comunque nel nostro inner circle siamo delle piccole celebrità. Noi dovremmo “solo” superare quello che forse è niente più che un pregiudizio, ottenendo così un dividendo del nostro capitale estetico. Probabilmente la faccio fin troppo facile e la mia è altresì una provocazione. Ma sono sicuro che inconsapevolmente stiamo già regalando contenuti e che in futuro diventeremo tutti (o quasi) creator di OF.