Sono passati vent’anni, nel frattempo il mondo ne ha viste di cotte e di crude, guerre, genocidi, presidenti cialtroni, pandemie. Ma Miranda Priestly è ancora lì alla direzione di Runway, e la realtà ci insegna che questo è davvero possibile. Quello che è cambiato radicalmente è l’industria: quella della moda, ma ancor di più quella dell’editoria. E con grande intelligenza, la squadra del Diavolo veste Prada ha colto queste trasformazioni e ne ha fatto un racconto coerente con lo spirito del primo film, oggi un cult soprattutto grazie a Meryl Streep. Non è più il fashion il cuore della storia in questo sequel, ma l’informazione e la sua stessa sopravvivenza. Ed è un cambio di prospettiva intelligente e molto ben affrontato.
Tornano tutti i personaggi che il pubblico ha amato nel primo, a partire da Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, che deve avere un qualche suo ritratto nascosto nel solaio che invecchia al posto suo. E poi Stanley Tucci, Emily Blunt e qualche new entry ben centrata. Soprattutto, è ancora David Frankel ha guidare la nave, con la stessa sicurezza del primo capitolo. Regista esperto, ottimo narratore ed eccellente direttore d’attori, Frankel il mondo dell’editoria lo conosce bene, ci è cresciuto dentro, come mi ha raccontato nella conversazione che abbiamo avuto a Londra, un paio di giorni dopo il red carpet che ha visto tutto il cast illuminare Leicester Square a ritmo di Vogue. Il diavolo veste Prada 2 arriva nelle sale italiane il 29 aprile, distribuito da The Walt Disney Company.
David, Il diavolo veste Prada 2 era una scommessa azzardata, e voi l’avete vinta. Sul red carpet mi hai detto che stavi riflettendo su questo cambiamento nel mondo dell’editoria, perché è molto presente anche nell’industria cinematografica. Quando avete iniziato a sviluppare il film ovviamente non potevate immaginare quello che sarebbe successo al Washington Post, che licenzierà più di 300 giornalisti.
Ma c’erano già molte avvisaglie. Prima del Washington Post c’è stato il LA Times, e prima ancora un giornale a Chicago e uno a Dallas. E non c’è più un vero Time, non c’è più Newsweek. Questa devoluzione va avanti da 25 anni e si è accelerata con l’invenzione dell’iPhone e della tecnologia mobile. È una piccola tragedia nella nostra cultura che riviste, giornali e giornalismo accurato stiano scomparendo.
In questo senso il film è una specie di favola, ci fa sognare che la persona giusta può salvare l’informazione libera.
C’è stato un tempo in cui pensavamo che Jeff Bezos fosse un eroe per aver comprato il Washington Post, ma la sua ex moglie MacKenzie Scott ha comprato The Atlantic. Quindi ci sono esempi di persone molto ricche che salvano l’editoria. Ora gli Ellison hanno comprato CBS News, non so se sia una cosa buona o cattiva, ma i miliardari sono ora costretti a fare i conti con la cultura che hanno in parte distrutto, e alcuni di loro sono motivati a cercare di salvarne piccoli pezzi.
Parliamo di commedia. Ne hai realizzate alcune molto belle negli ultimi vent’anni, tre con Meryl Streep. Com’è fare commedia con lei?
È super divertente e davvero facile. Ci sono stati momenti in Hope Springs – Il matrimonio che vorrei in cui il mio compito era solo quello di ricordarle: “Ehi, è una commedia”, perché per lei è facile cadere nel dramma. Ma è anche molto divertente, e il mio compito è quello di essere il pubblico, ridere quando c’è da ridere e piangere quando ci si deve commuovere. Meryl si fida di me, grazie all’esperienza che abbiamo condiviso, e quindi sa che se sono contento abbiamo qualcosa che funzionerà nel film. E poi mi ha insegnato una cosa fondamentale: uno dei motivi per cui è un’attrice così straordinaria è che capisce che i film vengono montati e che basta essere perfetti una sola volta quando si gira. Questo le riesce incredibilmente bene, ed è per questo che le sue interpretazioni sono così vive: perché non si ripete mai. Quando guardi le sue performance, molte volte nei giornalieri non capisci nemmeno come tutto si incastri, ma ha un istinto speciale, conosce i ritmi di cui la performance ha bisogno, è davvero incredibile.
Il diavolo veste Prada 2 è uno dei pochi film hollywoodiani che hanno trattato l’Italia in modo equo. Milano è ritratta com’è: una città internazionale piena di moda, un centro finanziario, ma anche ricca di arte, cultura, tradizione e storia.
Amo l’Italia. Mi sono sposato in Italia, a Venezia. Ci torno ogni volta che posso, e potervi girare è una grande opportunità. New York è ancora il mio posto preferito al mondo, ma l’Italia è il secondo, ovunque si punti la camera c’è qualcosa di di bello, di storico.
La moda, un altro settore cambiato negli ultimi vent’anni. Cos’hai trovato di diverso?
Il cambiamento più grande per noi è stato che le case di moda sono state amichevoli e ci hanno dato tutto ciò che abbiamo chiesto. La prima volta erano terrorizzate dall’idea che qualcuno si potesse offendere e abbiamo ricevuto pochissima collaborazione. Durante i sopralluoghi per il primo film andai alle sfilate di Parigi e tutto ruotava attorno a questi abiti costosissimi ed eleganti che erano il cuore dell’industria. Ora si tratta di merchandising, vendere una borsa, una scarpa, un ombrello e così via. Il personaggio di Emily fa un fantastico discorso su cosa un marchio sia diventato. E il fast fashion ha accelerato la ridondanza della creatività. Inventi qualcosa e due settimane dopo ce l’hanno tutti, dunque devi continuare a reinventarti. La ruota da criceto del design gira sempre più veloce.
Com’è stato ritrovarsi tutti insieme?
Magico. Una reunion di famiglia. Sono tutte persone adorabili, sono tutti rimasti in contatto tra loro, e si vogliono bene. Fin dal primo giorno c’era un’intesa perfetta. Anne Hathaway ci ha paragonati a una band che si riunisce e pubblica un nuovo album: mi è sembrato il modo migliore per descriverci.

Anne Hathaway in una scena del film. Foto: Macall Polay/20th Century Studios
Sei molto bravo a fondere i generi. La commedia è l’obiettivo primario, ma c’è sempre una dose di mélo, dramma e altro.
Non dimentico mai il consiglio che mi ha dato mia madre: il miglior intrattenimento ti fa ridere e ti fa piangere. Voglio ancora andare al cinema per provare gioia. Dico sempre che faccio film per mio padre e mia moglie. Mio padre era un editorialista del New York Times, una persona molto riflessiva e una delle più intelligenti che abbia mai conosciuto. Mia moglie vuole semplicemente andare al cinema per evadere. Combino sempre questi due approcci.
Sei uno dei pochi registi classici rimasti. È un complimento.
E lo prendo come tale. Tra i miei eroi c’è Billy Wilder, un’icona di questo cinema, capace di combinare la grande commedia con vera profondità.
Aggiungerei George Cukor.
Anche Cukor, soprattutto perché ha diretto le donne così spesso, e io ho avuto la fortuna di farlo.
Il montaggio di questo secondo film è molto veloce, non ci si annoia mai.
È la cosa migliore che tu potessi dirmi. Era il nostro obiettivo fin dall’inizio con Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice. Marc Livolsi, il montatore del primo film, non è più tra noi, ma con Andrew Marcus, che ha montato il secondo, l’obiettivo era di catturare le emozioni mantenendo al contempo il ritmo. La parola chiave è stata “propulsivo”. Volevamo che ogni scena finisse prima che ci si annoiasse e si passasse al momento successivo. Avevamo tanti personaggi e tante cose da raccontare, andare veloci era essenziale.
Qui Miranda ha due persone che cercano arginarla: Kenneth Branagh, che interpreta il marito, bravissimo, e poi la nuova Emily, che cerca di non farle dire cose politicamente scorrette nel mondo contemporaneo.
È divertente vedere Miranda affrontare le nuove necessità del posto di lavoro, non può più lanciare un cappotto addosso alle persone o insultarle come faceva prima. Amari (il personaggio interpretato da Simone Ashley, ndr) evita di farle violare le regole delle Risorse Umane. E poi sia per Miranda che per Andy volevamo un interesse romantico di sostegno. Nel primo film, il marito di Miranda la lascia, e Nate, per quanto riguarda Andy, non lo era. Questa volta volevamo uomini che credessero nelle loro donne e ne sostenessero il lavoro. È stato un grande cambiamento.
Secondo me c’è spazio per altre storie in questo universo.
La mia risposta standard è che abbiamo appena dato al mondo questo film ed è difficile immaginarne un altro al momento. Ma amo questi personaggi e questi attori, e accoglierei con gioia qualsiasi opportunità di scoprire dove possono andare.














