Dov’è il confine del teatro, se in scena va la vita reale? | Rolling Stone Italia
stranieri ovunque

Dov’è il confine del teatro, se in scena va la vita reale?

Siamo andati a FOG, festival di performance in Triennale Milano, e ci siamo trovati davanti racconti personali e attinenti al vero, di stranieri in terra sconosciuta. Un'idea radicale di rappresentazione, che va avanti da un po'

FOG Triennale

Ali Chahrour, 'When I Saw the Sea', foto: Christophe Raynaud De Lage

Durante la Biennale d’Arte 2024, Venezia era invasa da persone cinesi con indosso la t-shirt dello store della mostra con scritto sul petto “Stranieri Ovunque”, il claim di quella edizione. Una situazione decisamente particolare: faceva ridere, ma anche pensare.

Venezia in fin dei conti è stata quasi totalmente comprata da investitori cinesi, lo sanno tutti, me lo hanno confermato anche tutti i miei amici veneziani i cui parenti hanno venduto case, attività, ristoranti alla potenza orientale che sta velocemente popolando l’isola e che sempre di più cerca di amalgamarsi con il popolo lagunare, seppur con qualche fatica in termini di modalità relazionali. Insomma, è dura incontrare un cinese che ti dica “Ciao ‘more” quando entri nel suo bar in San Marco o che beva uno spritz in riva con gli amici. Cosa facciano i cinesi nel loro tempo libero è una domanda che mi martella da anni, e attorno alla quale ho rimuginato più volte di sviluppare uno spettacolo, ma questo non è il punto: ho ricordato quell’edizione di Biennale perché mi sembra che abbia inaugurato un’epoca tematica nel mondo dell’arte contemporanea.

FOG Triennale

Ali Chahrour, ‘When I Saw the Sea’, foto: Christophe Raynaud De Lage

È da allora, infatti, che le principali rassegne di arti performative e le grandi esposizioni italiane hanno dedicato una grossa fetta di programmazione a produzioni autobiografiche fatte da artisti che vivono fuori dal vecchio mondo e che raccontano pezzetti delle loro vite, soggette a forme varie di neocolonialismo, violenza e sfruttamento. In questo filone si inserisce anche l’ultima edizione di FOG, il festival di arti performative di Triennale Milano (uno dei motivi per cui è bello vivere in questa città), che quest’anno ha dato spazio a moltissimi artisti provenienti da Paesi costantemente in guerra o dove la povertà rende difficile costruirsi una vita al di là dei bisogni basilari – fra cui il Libano, la Palestina, il Messico, la Serbia e l’Iran.

Inutile dire che si sente il profumo del sapone (rigorosamente senza parabeni) con il quale l’élite europea prova a lavarsi la coscienza. Tuttavia è sempre meglio prendere il bene delle cose e, per esempio, rendersi conto che negli ultimi tre mesi, almeno per qualche sera, dei cittadini di Teheran, Campeche, Belgrado, Milano o Beirut fossero seduti nella stessa sala per condividere un’esperienza intima. È curioso notare come quasi tutti gli artisti, pur provenendo da luoghi e background molto diversi fra loro, abbiano optato per delle messe in scena per certi aspetti analoghe, tendenzialmente crude e calcolate, mai emotive e sempre piuttosto asciutte, raccontando l’oppressione che vivono in forme più o meno tragiche, con la consapevole freddezza con la quale un buon regista sa trasformare un racconto qualsiasi in uno spettacolo godibile.

FOG Triennale

Marah Haj Hussein, ‘Language no broblem’. Foto: Boris Breugel

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Ali Chahrour, ‘When I Saw the Sea’, foto: Kassim_Dabaji

Ma questi non sono racconti qualsiasi: sono le vere biografie delle persone in scena, o quelle dei loro famigliari: sapere questo mentre si è seduti in platea fra persone ben vestite che fanno quasi tutte un lavoro creativo, signori borghesi dallo sguardo spento dalla noia e qualche tipo a caso sconvolto dalla realtà che si presenta davanti ai propri occhi fa un effetto non troppo piacevole: improvvisamente ci si sente scomodi negli abiti e nel privilegio, l’attenzione esce dal sé e si posa su rapporti di causa effetto troppo grossi e complessi da comprendere e sviscerare. Ci si sente inutili, soli e letteralmente deficienti quando Marah Haj Hussein, danzatrice e autrice originaria di Kotor Yassif nella Palestina occupata, che attualmente vive ad Anversa, mette in scena, con grande ironia deducibile già dal titolo (Language: no broblem), uno spettacolo completamente incentrato sul linguaggio che racconta (con incredibile precisione nel gestire la scena e una presenza potentissima) cosa significa nascere parlando arabo in un luogo occupato che impone un’altra lingua: se hai bisogno di un ospedale devi parlare ebraico, se vai in comune o in banca idem, così pian piano ti dimentichi le parole della tua lingua madre e il significato esatto di ciò che vogliono dire. E questo, lentamente, modifica il modo in cui pensi.

FOG Triennale

Foto: Nicole MEdina RamÍrez

FOG Triennale

Foto: Nicole MEdina RamÍrez

Con un’abilità analoga, ovvero quella di saper ridere anche delle tragedie, troviamo Anacarsis Ramos, autore di Mi madre y el dinero, che riassume in una frase detta in scena migliaia di pagine di possibili sproloqui intorno a questo tipo di operazioni: «Mamma, io sono un ragazzo del sud del mondo, sono povero, gay, nato in una famiglia segnata dalla violenza in un villaggio sperduto del Messico e ti voglio in scena con me per raccontare la tua storia, e la mia di conseguenza: cosa di più potrei avere per fare breccia nel cuore degli operatori teatrali europei? Vedrai che questa volta andrà bene». Infatti siamo stati a guardare attenti e divertiti questo singolare duo madre-figlio, con una Josefina che a sessant’anni si scopre attrice capacissima mentre racconta dei venti e più mestieri che hanno costellato la sua esistenza dagli otto anni in poi, senza tregua, per portare a casa la pagnotta. Da parrucchiera a venditrice di cibo di strada (ance se a Milano starebbe meglio dire “street food”), attraverso i suoi racconti di donna che non ha potuto studiare, dedicarsi alla cura del proprio corpo e neppure evitare le violenze di un marito frustrato e sfinito da un lavoro che non paga abbastanza per svolgere un’esistenza dignitosa, Josefina permette al pubblico di entrare letteralmente in casa sua, la stessa che ha allestito sul palco, mantenendo alto l’orgoglio e bassa la pietà.

FOG Triennale

Foto: Karla Sánchez

Arriviamo poi al libanese Ali Chahrour, regista che racconta la condizione delle donne nordafricane spedite in libano come lavoratrici domestiche: sul palco le tre interpreti raccontano le loro storie personali, di quando da giovanissime si erano fatte tutte belle e comprate dei vestiti nuovi il giorno della partenza per il Libano, per ritrovarsi poi a lavorare a casa di una signora che butterà via tutti i loro averi, raserà loro i capelli e fornirà vitto e alloggio in forma di antro sottoscala letto-cesso-cucina-tutto insieme, con una formaggella divisa in sei fette come cibo per la settimana, un pezzetto al giorno. Assistere a questi lavori mette in dubbio tante cose, addirittura l’essenza stessa del teatro: si può parlare di teatro in questi casi? È questa finzione o è realtà? E a Venezia, dove non esistono quasi più attività locali, chi sono gli “stranieri ovunque”? Gli italiani o i cinesi?