C’è vita (e Italia) nella scena elettronica sperimentale | Rolling Stone Italia
Quadri di un’esposizione

C’è vita (e Italia) nella scena elettronica sperimentale

‘Seismo’ dell’olandese Upsammy e della nostra Valentina Magaletti nasce dalla commissione del Rijksmuseum di Amsterdam, ma non ha alcunché di museale o pacificato. Cerca invece di produrre scosse emotive. Le abbiamo intervistate

C’è vita (e Italia) nella scena elettronica sperimentale

Valentina Magaletti e Upsammy live al Mutek

Foto: Bruno Aiello Destombes

Nato da una commissione del Rijksmuseum di Amsterdam (per una mostra costruita attorno a prestigiose opere del Museum Boijmans van Beuningen di Rotterdam), Seismo avrebbe potuto prendere la strada più ovvia: diventare un lavoro composto, atmosferico, di fine illustrativo. Invece fa il contrario, riattivando energicamente il dialogo di confine in cui una certa elettronica di ricerca incontra l’arte. Il primo album firmato a quattro mani da Upsammy e Valentina Magaletti, uscito (non casualmente) per la berlinese Pan, non accompagna uno spazio, lo incrina. Non cerca una sintesi pacificata tra elettronica e percussione, tra digitale e fisico, controllo e istinto: tiene le loro frizioni aperte e le trasforma in linguaggio.

Da una parte c’è l’olandese Thessa Torsing, producer, dj e artista multidisciplinare che da anni lavora su un’elettronica irregolare, mobile, piena di deviazioni. Già in Germ in a Population of Buildings due anni fa costruiva ritmi sghembi e melodie oblique a partire da field recordings raccolte in diversi paesaggi urbani. Dall’altra c’è Valentina Magaletti, percussionista italiana di base a Londra, già al centro di una costellazione di collaborazioni che va da Thurston Moore ai Moin, da Shackleton a Nicolás Jaar, sempre con un’idea del ritmo che non accompagna e basta, ma trova la sua versatilità nella migrazione verso paesaggi sonori in movimento costante. Anche quando parte dalla batteria, Magaletti tende a rimetterne in discussione la funzione, come mostra uno dei suoi lavori più rappresentativi, A Queer Anthology of Drums.

Insieme hanno trovato un terreno comune che fa della tensione il suo habitat. La commissione chiedeva un lavoro sonoro per una mostra che riuniva capolavori della collezione Boijmans, da Monet a Dalí, da Kusama a Picasso, Mondrian, Kiefer. Più che rispondere direttamente ai quadri, però, le due scelgono di leggere il museo nella sua totalità: le sale, i vuoti, le risonanze, l’aria stessa dello spazio. Upsammy aveva carta bianca anche sull’eventuale collaborazione di questo e lavoro e, in quel periodo, aveva appena visto Magaletti suonare ad Amsterdam: «La proposta che mi facevano suggeriva cose più ovvie: un’arpista, un pianista, suoni organici e familiari che in un museo ti aspetteresti. A me sembrava più interessante fare qualcosa di percussivo, l’idea di registrare batteria, field recording e percussioni con Valentina dentro il Rijksmuseum mi sembrava molto più viva».

Il primo incontro tra le due avviene praticamente a ridosso delle registrazioni: nel museo raccolgono improvvisazioni percussive, risonanze e incidenti, lasciando che fosse lo spazio a suggerire ritmi e texture. Seismo si evolve così nello scambio di file, idee, nella improvvisazione live dove la commissione si trasforma in linguaggio attivo. Sul tema della loro intesa, Upsammy va dritta al punto: «Penso che entrambe nella musica abbiamo il desiderio di scombinare un po’ le cose, di scuoterle. Anche per questo il disco si chiama Seismo: c’è dentro l’idea di smuovere, far tremare».

Magaletti la segue da un’altra angolazione: «Non abbiamo mai avuto paura della dinamica, andare da zero a cento non era affatto un problema. Anche quando il suono può sembrare molto chirurgico, molto costruito, per noi era importante che avesse un impatto». E infatti Seismo funziona così: è un disco minuzioso, millimetrico, ma per niente freddo. Dà priorità al movimento, alla modulazione generativa, lasciando entrare ogni dettaglio sonico per aumentarne la tensione, non per dimostrare la propria intelligenza. «È una tensione costante», sottolinea Magaletti. «Va in una direzione e poi non ci va più, scompiglia le carte. Dal vivo si sente tantissimo anche nella reazione del pubblico: è un suono che può essere destabilizzante, ma proprio per questo prende». Un disco che non cerca mai la catarsi: ti porta avanti per accumulo, per attrito, per scosse.

Basta ascoltare l’inizio di It Comes to an End per capire da dove arriva questa sensazione: le improvvisazioni in situ di Magaletti aprono uno spazio ambiguo, quasi instabile, dentro cui i glitch microscopici e le melodie piegate di Upsammy sembrano comparire da una profondità diversa. In Superimposed il movimento prende una forma più propulsiva, ma non più rassicurante: il ritmo ondeggia, si ibrida, si incastra tra colpi ovattati, voci aliene, piccoli slittamenti. Hyperlocalize, invece, annoda il tutto con timbri che sembrano insieme pianistici e artificiali, colpi secchi che evaporano nell’aria, sussurri e presenze quasi insettoidi. È una mezz’ora che vive di queste giustapposizioni: armonia e dissonanza, caso e controllo, apertura e costrizione, presenza tattile e astrazione.

Quando si prova a capire cosa abbiano imparato l’una dall’altra, la risposta migliore arriva non tanto in termini di influenza, ma di metodo. Upsammy si descrive come una artista che tende a costruire il suono con grande precisione: «A volte mi sento quasi come se stessi progettando l’architettura di qualcosa». Di Magaletti, invece, ammira «un approccio più corporeo, quasi istintivo». Replica la percussionista: «Per me è stato bello vedere come la musica possa anche stare in un certo contesto senza essere solo presenza immediata ma pensiero, attesa, ascolto prima che intervento. Calvinismo contro cattolicesimo», dice ridendo.

Il disco regge perché nessuna delle due modalità vince davvero sull’altra e le due sembrano misurarsi fino a far emergere un terzo paesaggio sonoro, in cui attrito e apertura restano in fine inseparabili. Seismo rimanda appunto al terremoto, alla vibrazione, al movimento ondulatorio: non solo la scossa, ma anche ciò che la registra, la misura, la segue nel tempo. Upsammy insiste su quell’idea di shaking, di qualcosa che smuove e mette in tensione. Magaletti completa l’immagine: non solo l’impatto iniziale, ma anche la seconda e la terza onda: l’assestamento, la propagazione.

Alla domanda su quale brano tenga dentro meglio il senso del progetto, per entrambe torna Superimposed, anche se da prospettive diverse. Magaletti lo vede come il punto in cui si sente meglio l’ampiezza del lavoro, il modo in cui il disco si muove tra piani diversi senza perdere coerenza. Upsammy invece lo legge anche come una conversazione tra mondi: quella linea che sembra un basso suonato, ma in realtà arriva da un sintetizzatore modulare, un piccolo manifesto del progetto.

upsammy & Valentina Magaletti - Hyperlocalize

Sul finale il discorso si allarga. Non tanto verso l’eterna domanda su dove stia andando la musica sperimentale, ma su cosa significhi fare oggi un disco come questo, in un momento in cui sempre più artisti provano a far dialogare strumenti, texture, presenza e trattamento elettronico: «Non voglio dire che l’elettronica abbia esaurito tutto quello che può fare, ma in certi casi mi sembra di aver visto fin dove si può spingere. Lavorare con strumenti reali, con persone che li suonano, per me riporta dentro una componente più umana, primordiale», dice Upsammy. Cita gli Autechre come una specie di punto limite, il luogo in cui la sintesi si è spinta così avanti da sembrare quasi non-umana.

Anche Magaletti rifiuta qualsiasi idea di musica come schema, notando come questo tipo di sonorità continuino ad avere un ascoltatore che non ha paura del rischio, dell’oltre, che chiede di più: «Mi piace pensare che il pubblico di questa musica sia il più curioso», dice. «Quello che torna a casa e si porta dietro qualcosa che l’ha sfidato».

E forse è anche per questo che la stessa, a un certo punto, la mette giù nel modo più concreto possibile: «Non è un disco che metti su mentre lavi i piatti, certo. Serve starci dentro, muoversi in quella spirale senza aspettare per forza che ti riporti a terra. È un album denso, a tratti persino esigente, ma mai davvero concettuale. Non risolve la distanza tra corpo e suono: la espone, la tende, la fa vibrare».

In un presente sonoro sempre più patinato e prevedibile, il gesto più radicale della musica elettronica di questo tipo è quello di non offrire consolazione, ma farti vibrare di quella scossa fisica ed emotiva che continua anche dopo l’ascolto. Liberare la macchina dall’idea di perfezione e restituirla al rischio, al gesto, alla presenza. Come davanti a un Kiefer o a una Kusama, dove nulla si lascia davvero pacificare: tutto resta in bilico, irrisolto, attraversato dal conflitto. Ma più che mai vivo.