La musica italiana ha spesso sottovalutato l’importanza della coolness. Lo so, lo so, i puristi, gli intransigenti, quelli del “suonato bene” che perdonano tutto – anche un TonyPitony – in nome di una buona tecnica al basso o di un assolo fatto a modo, inorridiranno, ma fino agli anni ’90 lo stile era un fattore essenziale nella canzone made in Italy. Poi l’indie, il rap, Sanremo – soprattutto gli stylist di Sanremo – hanno contribuito all’imbarbarimento, e i red carpet sembrano sempre più un eccentrico catalogo di un Postalmarket del fashion. Certo non è l’abito a fare la coolness, serve una predisposizione, un’estetica, un po’ di background culturale. Ovvero tutto quello che il duo Zara Colombo porta con sé e che ha richiamato l’attenzione già con una manciata di singoli e pochissimi concerti. La citazione de Le Stelle, nell’omonino brano, il gruppo del pittore Mario Schifano, ha messo il loro immaginario sulla buona strada; aggiungiamoci poi che sono una coppia – nell’arte e nella vita – lei modella from Patagonia, lui artista e fotografo, e subito si sente l’eco di Jane Birkin e Serge Gainsbourg, della Factory di Andy Warhol, del Piper di Roma, dolcissima vita per tempi amari.
Con questo côté brillante, il rischio era trovarsi davanti a un fake, o al massimo a una copia da magazzino fast fashion, tipo Zara, inteso come brand. E invece le otto tracce di Madre lingua, il loro album di debutto, superano le aspettative: l’ipnotico italiano cubista della cantante, l’originalità delle citazioni vintage della produzione di Dumbo Gets Mad, i testi romantici, piccoli e semplici di un cantautorato intimo che sembrava perso, la leggerezza quasi cinematografica delle canzoni, fanno di questo disco un buon compagno per la primavera.
Fa già caldo e Zara C. Massaro e Luca Massaro – sì, sono sposati! – prendono una pausa al sole dallo studio di registrazione per rispondere alle domande di Rolling Stone. Stanno lavorando alla versione spagnola del disco, un passaggio che racconta già molto della loro identità sospesa tra mondi diversi. «La traduzione l’ha fatta mia mamma», racconta Zara, «poi l’abbiamo rivista insieme. Lei ha fatto la traduzione letterale e ora stiamo riguardando ogni brano, cambiando i pezzi che vogliamo cambiare». Un’operazione tutt’altro che meccanica, come spiega Luca con una formula perfetta: «Una traduzione è sempre un tradimento». Per questo i brani non saranno identici agli originali.
Parlando del loro disco in italiano gli citiamo il pop italiano e francese degli anni ’60 e ’70, l’eleganza libera e sensuale che sprigionava. Tutti riferimenti di un mondo che, data la giovane età, né Luca né Zara hanno mai vissuto. E infatti i due frenano subito la tentazione nostalgica. «È bello che tu ce lo legga», dicono, «non tutti lo fanno. Ma dal nostro punto di vista non è un’intenzione pensata. Ci teniamo anche che il disco suoni contemporaneo». Più che un revival, il loro sembra un uso libero del passato come archivio poetico. «In quel periodo il rapporto tra arte visuale e musica era molto più stretto, più comune. Ma la cosa bella della musica è che è sempre universale e sempre attuale». In altre parole: certe immagini ritornano non perché siano vecchie, ma perché continuano a funzionare.
Quando si parla di libertà — dei costumi, delle relazioni, della creatività — i due evitano la mitologia facile. Certo, ci sono aneddoti che li affascinano, come quello di Gainsbourg e Birkin che portavano la figlia in borsa alle feste. «Sono immaginari che ci divertono. Essendo sposati ci piace giocare con quei modi un po’ wild». Ma subito aggiungono una precisazione importante: «Non è detto che allora si fosse davvero più liberi. Siamo molto appassionati anche dell’oggi, più di quanto possa sembrare».
Il loro disco non appartiene a una geografia precisa: evoca il Marocco (in Atlante), la Francia, il Sudamerica, il Sud Italia. È musica di spostamento, di frontiera, di valigia sempre pronta. Eppure la casa esiste eccome. «Noi abitiamo a Milano e Luca viene da Reggio Emilia: quelle sono le nostre case», spiega lei. «La Patagonia, da dove vengo io, è un altro ritorno». Poi c’è il tema della coppia. Il pop e il rock hanno sempre amato trasformare le relazioni artistiche in mistero, leggenda, gossip. Loro invece scelgono la semplicità. «Essere in due è bellissimo. Tutto è più semplice. Possiamo scambiarci punti di vista nelle canzoni, possiamo scambiarci ruoli quando i brani escono. Ci dà tantissima libertà». Anche se la divisione dei compiti è chiarissima: Luca scrive, Zara canta.
In un’epoca in cui ogni artista è spinto a raccontare tutto di sé, loro scelgono una forma di riservatezza elegante. «Non è nostro interesse raccontare troppo il personale, ci piace che le canzoni siano aperte all’universale». Niente misteri costruiti alla White Stripes, ma neppure confessione obbligatoria. Solo la giusta distanza. Moda e arte, invece, sono due linguaggi che rivendicano apertamente. Zara lavora nella moda, Luca ha fotografato moda, entrambi frequentano il mondo dell’arte contemporanea. «Sarebbe “snaturale” negare quella parte di noi», dice Zara inventando al volo una parola che Luca sottolinea divertito. «I vestiti ci piacciono tanto». Ma attenzione: non si tratta di fashion victimismo. «Non stiamo in giro per negozi tutto il giorno». Semplicemente riconoscono che l’abito, sul palco e nella comunicazione, è un linguaggio come gli altri.
Quanto alla scena italiana, non si sentono alieni ma nemmeno assimilati. Ammirano artisti come Madame e Lucio Corsi, e sembrano guardare tutto con curiosità più che con spirito competitivo. «Siamo semplicemente nuovi», dicono. Una frase semplice, ma forse molto vera.
Sul palco si presentano in duo: drum machine, piano, synth, chitarre, voce. Una versione più scarna e viva del disco (saranno al Circo Massimo a settembre per il Jova Summer Party). E poi lasciano cadere una notizia quasi di sfuggita: hanno già quasi pronto un secondo album in italiano. Non male per un gruppo che sembra arrivato ieri e invece ha già capito una cosa essenziale: oggi, per essere contemporanei davvero, a volte bisogna smettere di inseguire il presente.











