Ci siamo lamentati fino all’altro ieri che il cinema italiano non parla più al mondo, che l’assenza di nostri titoli a Cannes era un segno inequivocabile, e bla bla bla nella solita «congregazione» (cit. Sergio Castellitto) del cinema local. L’ho scritto anch’io, però – excusatio non petita – mettendo subito le mani avanti: “Gli articoli sul cinema italiano esistono giusto per il tempo in cui li si scrive e li si legge, il tempo di dire che il cinema italiano è rimorto o è risorto, poi in base al bollettino clinico tutto torna come prima” (mi cito, sì).
Dunque ecco subito la rinascita, anzi, pardon, la Primavera. Il primo film (di finzione: c’erano già stati lavori dalle sue regie teatrali) di Damiano Michieletto, regista d’opera lirica che, come scrivono i giornali scritti male, il mondo ci invidia, era già stato un ottimo successo da noi. Uscito con Warner Bros. a Natale 2025 (in lessico cinematografico: lo stesso giorno di Checco Zalone), ha superato i 2,5 milioni di incasso puntando sulla lunga tenuta (che perdura: lo vedremo a breve) presso un pubblico non solo colto, e ora arriva ai David di Donatello con 7 candidature.
Ma ora diventa, silenziosamente, anche una case history (scusate la parolaccia) che potrebbe creare un precedente virtuoso anche per il cinema italiano che verrà. Vendite in 50 Paesi, e uscita – con cifre da mainstream – domani nel Regno Unito e in Irlanda, il 29 in Francia e Svizzera, e a seguire da qui a settembre in mercati importanti – e con distributori e numero di copie importanti – come Corea del Sud, Belgio, Germania, Giappone, Norvegia, Austria, Svezia e Spagna.
Certo, c’è di mezzo Vivaldi (Michele Riondino nel film), e Venezia, elementi che sulla carta garantiscono esportabilità. Ma alla base c’è la storia – tratta dal romanzo Premio Strega di Tiziano Scarpa, adattato per lo schermo da Ludovica Rampoldi – di una ragazza cresciuta in un orfanotrofio, Cecilia (Tecla Insolia, candidata al David), che nell’arte e nella musica trova la via dell’affermazione, forse della libertà.
Al di là della retorica esterofila, questo sbarco in terra straniera è «un’uscita vera», mi dice Francesca Cima, produttrice per Indigo Film con Nicola Giuliano e Carlotta Calori. «Poi vediamo come andrà nelle sale effettivamente, però è già un grandissimo risultato uscire realmente. Quando un film viene venduto all’estero poi magari finisce in sala con una copia, due copie, oppure non esce proprio. Primavera conta su numeri e soggetti coinvolti diversi. In Francia, per dirti, l’ha preso Diaphana, e ieri sera i distributori non ricordavano nemmeno quand’è stata l’ultima volta che hanno distribuito un film italiano, forse dieci, quindici anni fa. Il fatto che questa sia un’uscita con numeri da circuito mainstream è una differenza sostanziale».
Parlo con lei e con Damiano Michieletto collegati su Zoom da Parigi. La sera prima della nostra chiacchierata c’è stata l’anteprima di Vivaldi et moi, com’è stato tradotto per il mercato francofono. «È stata una bellissima anteprima, molto partecipata», attacca Cima. «E Parigi è piena di manifesti del film, dall’aeroporto all’albergo ne ho contati tantissimi, il che comincia a diventare una rarità anche in Italia. Noi siamo usciti benissimo con Warner, però per un film italiano essere così presente nelle strade di una città come Parigi è insolito, e fa molto piacere».

La première parigina di ‘Primavera’. Foto courtesy Indigo Film
«Ieri sera a cena ho detto una cosa molto sincera», continua Michieletto, «e cioè che non mi sarei mai aspettato in vita mia di presentare un mio film a Parigi. Già fare un film era una cosa speciale per me, presentarlo in Italia ok, però avere l’occasione di venire in una grande città come Parigi e trovare un distributore che crede nel film, che ti accoglie con questo entusiasmo, che ti presenta tutta la sua squadra, che ti racconta la sua strategia… Ma a colpirmi è stato proprio l’aspetto umano, la gioia attorno a questo film. È stato molto bello per me perché è inaspettato, era bello vedere la sala overbooked e con tanto pubblico pagante, che mi hanno detto essere importante perché in Francia non guardano tanto gli incassi, quanto le admissions».
«Il numero di spettatori dovrebbe essere sempre la cosa più importante da valutare, per l’andamento di un film», lo interrompe Cima. «Noi, che siamo usciti in Italia nel circuito di qualità, abbiamo battuto la provincia anche più profonda, soprattutto del Triveneto, della Lombardia, i paesini, le sale parrocchiali, le sale polivalenti, e lì il prezzo del biglietto può essere anche basso, ma gli spettatori ci sono. Ieri (si rivolge verso Michieletto) te l’ho fatto vedere in diretta: in una sala c’erano 144 spettatori, che non è poco per un film uscito quattro mesi fa, e l’incasso è stato di 288 euro, perché il biglietto costava 2 euro. Durante l’uscita, Primavera come numero di presenze era sempre tre posizioni sopra rispetto ai dati Cinetel (che registrano gli incassi, nda), perché è ovvio che se sei in quel circuito dove ci sono tanti abbonati, e un po’ fuori dai multisala dove ormai il prezzo del biglietto arriva anche a 12 euro, i numeri cambiano. Questo giusto per spiegare perché in Paesi come la Francia si considerano le admissions, che è un sistema più giusto. Ho combattuto inutilmente in Italia per anni per creare, per esempio, una tessera, soprattutto per i ragazzi, con cui si può andare al cinema quando si vuole, che è il vero motivo per cui qui [in Francia] i film hanno tanto pubblico: insegnano cinema come materia scolastica, e poi danno ai ragazzi la tessera per andare in sala, quindi è ovvio che si creino spettatori naturali, non “deportati” dalle scuole come in Italia». Primavera, anche in fatto di presenze, in Italia si è distinto notevolmente: 384mila spettatori secondo i dati di oggi, «ma considerato che molte delle sale di cui parlavo non sono censite, se uno vuole arrotondare a 400mila non sbaglia».
Cosa rende Primavera speciale, tanto da produrre questa accoglienza internazionale così calda, anche da un punto di vista strettamente di mercato? Lo chiedo a entrambi: Francesca Cima ha attraversato tante storie internazionali di successo (un nome su tutti: Sorrentino), Damiano è un nome internazionale di suo. Lo chiedo soprattutto in questo momento, in cui tutti (me compreso) non facciamo che lamentarci di come viene recepito il nostro cinema soprattutto all’estero. «È un lamento continuo, sì», attacca Cima, «invece noi siamo contenti».
«Forse una chiave è che Primavera è un film che ha degli ingredienti e un’atmosfera che non riguardano solo un ambito nazionale», dice Michieletto. «Già il fatto che usi il filtro del tempo in qualche modo fa parlare questa storia a tutti, poi si tratta di trovare un buon modo di usare quel filtro, perché il tempo rischia anche di appesantire le storie, di impolverarle. Quello che io ho cercato di fare è sfruttare la possibilità di avere questo filtro temporale ma senza subirlo più di tanto, ad esempio usando le musiche di Vivaldi, ma anche quelle di un compositore contemporaneo [Fabio Massimo Capogrosso] che le ha mescolate, perché questo non è un biopic su Vivaldi ma è l’incontro di due anime, e in quello c’è un gusto moderno, come a dire: non chiudiamo la fantasia e l’immaginazione dentro un’etichetta storica perché dobbiamo essere plausibili e credibili, l’importante è dare un’emozione che nasce da quel cortocircuito tra due punti di vista. Ho usato tutto il valore che porta una storia su un personaggio famoso e su una città conosciuta, che però resta comunque la mia città, e raccontare le storie con la musica è quello che faccio. Quindi alla base c’è un atteggiamento molto semplice e onesto, mai strategico. Loro (indica la produttrice) erano forse più consapevoli di me, io ho fatto le cose semplicemente seguendo il mio istinto, con l’intenzione di usare la tradizione, il passato, cercando di renderlo in maniera intelligente».

Damiano Michieletto e Tecla Insolia sul set di ‘Primavera’. Foto: Kimberley Ross
«Mi aggancio a questo perché col classico senno di poi uno potrebbe pensare o ipotizzare che ci sia stata una costruzione del progetto, proprio dal punto di vista produttivo: ecco, hanno messo un po’ di Vivaldi, un po’ di Venezia, un po’ di questo, un po’ di quello…», gli va dietro Cima. «Invece non è andata così. Tutto è partito da una sincera voglia di Damiano, che io conoscevo attraverso il suo lavoro da regista d’opera: sono andata a vedere alcune sue opere, anche in trasferta tipo groupie, e gli avevo lanciato l’idea di passare al cinema, colpita dalla sua capacità visionaria, dal suo modo di rendere il melodramma – che oggi è percepito come un ambito molto specialistico, di nicchia – popolare come lo era per natura. Damiano ha questa capacità di andare al cuore dell’opera lirica e di renderla fruibile e godibile anche per il pubblico contemporaneo. Perciò l’avevo sollecitato ad attraversare il confine e pensare a un film. Ne stavamo parlando da tanto, la riuscita di Primavera è la dimostrazione del fatto che a volte serve un po’ di tempo e di pensiero per elaborare i progetti».
In quel tempo di elaborazione, è arrivato Stabat Mater. «Damiano ha individuato il film nel libro di Scarpa, veneziano come lui e in fondo come me: sono nata in un paese a 50 chilometri da quello di Damiano. Evidentemente questo fatto della provenienza comune ha avuto un peso, perché io credo che il film racconti molto di una città così conosciuta ma ormai percepita solo in modo turistico; invece qui si va un po’ oltre, capisci cosa c’è stato dietro la nascita di Venezia, l’orgoglio di costruire, senza badare a spese, una città pensata sulla bellezza e sulla cultura. E questo è qualcosa che parla sia all’italiano che allo spettatore internazionale, ma ripeto, non è stato costruito a tavolino, è venuto in modo spontaneo anche rispetto al vissuto di Damiano. E poi c’è Vivaldi, che è uno dei compositori più noti al mondo ma di cui nessuno, a 200 anni dalla morte, conosce davvero la storia. Nessuno conosceva la storia dell’orfanotrofio, per cui è come se il film coprisse un buco. Al tempo stesso, abbiamo avuto la possibilità fantastica di poter inventare un mondo senza che nessuno ci dicesse che non era andata così, e come spesso accade l’invenzione può risultare più vera della ricostruzione fedele. Tutti questi ingredienti messi insieme sono arrivati al pubblico. Quando abbiamo fatto la prima del film alla Fenice di Venezia ci siamo stupiti per primi della reazione del pubblico».
È curioso che due film che hanno intercettato un pubblico “altro” in questa stagione siano ambientati a Venezia, girati da autori che conoscono bene quella città, ma entrambi con un occhio che scansa i cliché locali. L’altro è ovviamente Le città di pianura di Francesco Sossai. Ma altri paragoni, non nazionali ma internazionali, sono possibili. «Non voglio confondere o fare confronti azzardati, ma ti faccio un esempio», va avanti Cima. «In tutto il nostro percorso con Paolo Sorrentino, a un certo punto abbiamo voluto fare un film internazionale, che poi è venuto bello e riconosciuto, che era This Must Be the Place. Abbiamo pensato di andare alla conquista del mondo studiando a tavolino gli ingredienti. Poi è andato bene, però quegli ingredienti un po’ studiati forse sono stati percepiti come tali. Poi Paolo ha fatto una cosa più intima, più personale, che conosceva, che non voleva sfidare nessuno, e quella cosa era La grande bellezza, che ha vinto l’Oscar e qualsiasi premio possibile. La grande bellezza nasce proprio con questa spinta: adesso faccio qualcosa che conosco veramente, senza nessun tipo di piano strategico».

Fabrizia Sacchi con le ragazze del film. Foto: Kimberley Ross
Mi chiedo quanto peso abbia, a livello internazionale, il fatto che Damiano Michieletto sia uno dei registi d’opera contemporanei più noti e celebrati. Al di là di quel che dice il pur strumentalizzatissimo Timothée Chalamet di opera e balletto, questa sinergia tra mondi diversi crea curiosità e attenzione, di certo presso un pubblico colto, ma anche con la stampa, forse con i compratori. «Conta sicuramente più di quanto pensassi io all’inizio», commenta Michieletto, «forse perché io parto sempre con troppo understatement, volando un po’ basso. Però mi sono reso conto che si è innescato un meccanismo che fa bene sia al cinema che all’opera, e al teatro in generale. Condividere sensibilità incuriosisce sia il pubblico del cinema, che si mette su un’ottica diversa da quella più classica, e allo stesso tempo stimola il pubblico dell’opera a vedere certi temi raccontati in maniera cinematografica. Mescolare le sensibilità è un modo di rinnovare il linguaggio, o forse più semplicemente è il mio modo di vedere le cose. Uno fa un film in base a quello che sa fare e a quello che ha imparato a fare. Io, lavorando da tanti anni nell’opera, arrivo al cinema e porto un mio sguardo, di cui forse non sono ancora del tutto consapevole. Magari ho bisogno di fare un altro film per capire veramente gli strumenti che posso utilizzare. Però, come diceva Francesca, è stato un lavoro molto spontaneo, a partire da un romanzo che avevo letto e in cui secondo me c’era un bel modo di raccontare un’umanità, che è quello che a me interessava. Ogni volta che facciamo una presentazione mi chiedono sempre di Venezia, io semplicemente rispondo che non sono mai stato preoccupato di dover mostrare Venezia per compiacere il pubblico. E anche quando parlavo con il mio team, con lo scenografo, con la costumista, dicevo: scegliamo quello che serve al racconto. Infatti questo è un film che praticamente non ha post-produzione, non ha effetti speciali. Da questo punto di vista sento che è un’operazione che ha una sua spontaneità nel modo in cui è nata e una sua onestà nel modo di raccontare le dinamiche umane, un materiale che conosco e che sono abituato a trattare in teatro, sul palcoscenico».
Teatro e cinema, dunque, possono convivere benissimo. «Se ci pensi», osserva Cima, «all’estero è molto frequente l’incrocio tra le diverse arti dello spettacolo. Io sono una grande appassionata di musical, e anche Damiano». E anch’io, interrompo. Al che Michieletto: «Però mi dicono che non devo fare un musical perché in Italia non funziona, non venderà niente, andrà male. Ma io disubbidirò un giorno». Gli dico di disubbidire davvero: io un musical di Michieletto lo vedrei subito. Chiusi gli incisi, Cima riprende: «All’estero è molto frequente lo scambio tra teatro, musica, anche televisione. Un attore inglese se non fa il teatro non esiste, non è considerato. Qualunque attore americano sa cantare benissimo. Quando vediamo dei musical con attori che non abbiamo mai visto cantare ci stupiamo perché lo sanno fare benissimo. Perché lì è normale, fa parte della loro formazione, tutti hanno la capacità di usare il corpo in modo teatrale, plastico, scenico. I talenti si scambiano, e anche i registi. Anche noi dovremmo coltivare di più questi incroci, perché aggiungi, non togli. Purtroppo in Italia anche dal punto di vista normativo gli ambiti sono separati. Damiano ha davvero un percorso internazionale. Ha presentato il film a Parigi, adesso va a Zurigo dove c’è il debutto di una sua opera…». «No, vado a Valencia». «Ah, ecco. Vedi? Quando abbiamo iniziato a cercare dei partner, dei co-produttori, e anche quando i distributori volevano prendere Primavera, da parte di alcuni c’era qualche dubbio perché è un primo film, ma lui è un grande regista d’opera e quasi sempre, nei Paesi in cui dovevamo convincere il distributore, c’era una sua opera allestita in qualche teatro importante, e a volte c’era anche lui a presentarla». «Era già cominciata la strategia…», ride lui. «Tu scherzi», fa Cima, «ma anche a Parigi è successo esattamente così. È curiosa questa cosa: attrai un operatore di cinema invitandolo all’opera, che magari non frequenta abitualmente, per conoscere il futuro regista di un film che vuole produrre. È successo così in Inghilterra, è successo così in Germania… perché? Perché Damiano sta ovunque, è un regista internazionale».
In realtà «è da un mese che sono a Zurigo, perché sto facendo una nuova cosa, un’opera di Mozart. Ma il 25 a Valencia c’è Salomé, che verrà ripresa, dunque torno lì. E il 26 debutta l’opera a Zurigo e il 27 resto a presentare il film perché in Svizzera Primavera esce pochi giorni dopo. E questa cosa non l’abbiamo manco organizzata, è stato proprio un colpo di culo. È bello che la sera prima sei al debutto di un’opera nuova e il giorno dopo presenti un film in un cinema. Se ci sei come presenza nei vari mondi, poi ti capitano queste cose».
Mi chiedo se, a questo punto, per il prossimo – o uno dei prossimi – film abbia voglia di un progetto che nasca direttamente a livello internazionale. «Be’, chiaro che sì», dice lui. «Lo provo a dire in un altro modo: le volte in cui ho fatto gli spettacoli di opera lirica più brutti sono state quando cercavo di avere una strategia anche rispetto al pubblico. Siamo al Covent Garden di Londra, allora forse è meglio fare così… Ecco, queste cose non funzionano mai. Quando pensi a un progetto l’importante è che ci sia una spinta autentica, una voglia di raccontare qualcosa che non stai troppo a calcolare, e soprattutto non devi avere paura di sbagliare, perché quello raffredda sempre la temperatura. Per cui, certo, un progetto internazionale al cinema sarebbe bello, ma il fatto che ci sia una macchina più grande non deve raffreddare l’impulso, la spinta, devi farlo ascoltando solo la tua motivazione. Che è la cosa più importante da preservare».

Il poster giapponese del film. Foto courtesy of Indigo Film
Non chiedo a Michieletto di prevedere le reazioni che susciterà Primavera nel mondo, ma, conoscendo bene la temperatura delle diverse platee internazionali, forse può immaginare che differenze ci saranno, che so, tra Spagna e Corea del Sud. «Non ti so dire, è molto difficile perché anche a teatro io non penso mai al pubblico. Voglio dire: ci penso sempre, nel senso che mi chiedo se quello che faccio è raccontato nel modo giusto per arrivare al pubblico, ma lì mi fermo. Mi è capitato anche in Italia di fare uno spettacolo che in un teatro veniva applaudito e in un altro fischiato. E questo succedeva davanti al pubblico dello stesso Paese. Se però mi nomini la Corea del Sud, o il Giappone, ecco, quelli sono Paesi che hanno una grande passione per l’Italia e per la musica italiana, quindi una storia che propone la musica di Vivaldi come ingrediente narrativo penso che sicuramente potrebbe agganciare questa loro passione. Però non basta questo perché un film piaccia. Un film dura 1 ora e 45 minuti, deve avere un suo ritmo, un suo passo, deve piacere nel suo racconto in generale. Vedremo». Intanto merda, in tutte le lingue del mondo.











