Per vedere il nuovo Michael, opera di Antoine Fuqua che racconta i primi anni di vita del Re del Pop, abbiamo fatto le cose in grande e siamo volati a Berlino per l’anteprima internazionale. Ci siamo trovati di fronte a una sorta di weekend a tema. Parliamo di Michael Jackson, il budget non manca.
E quindi via di red carpet dove con cast e famiglia, che in questo caso possono coincidere, celebrities, influencer, media da tutto il mondo. Ma guardare il film non basta e quindi siamo stati anche in una sorta di Gardaland dedicato. Quattro piani pieni di experience tra studio di registrazione ricreato ad hoc – dove poter rovinare alcuni classici – marchingegni per il Moonwalk, vestiti originali e un sacco di cose che hanno impegnato i creator. Insomma, il paradiso dei fan.
Ma, tolto lo sfarzo, com’è questo biopic? Partiamo dicendo che la parola biopic ci fa già un po’ alzare un sopracciglio: trovarne uno che sia lievemente sfaccettato sta diventando tosto. Soprattutto se i parenti del protagonista sono vivi, vegeti e coinvolti nella produzione.
Restiamo fiduciosi per quello di Madonna, ne vorremmo uno tratto dalla biografia di Britney, ci è piaciuto Rocket Man di Elton John. Per il resto è difficile che i pianeti riescano ad allinearsi e che tra tutte le persone con diritto di parola ci sia l’obiettivo comune di raccontare una storia umana, e quindi fatta di alti, bassi, luci, ombre.
Personalmente non vorrei sapere niente degli artisti, credo abbiano fatto la storia proprio perché non sapevamo nulla, ma se proprio dobbiamo trasportare le loro vite al cinema sarebbe carino capire qualcosa di reale. Magari attraverso i punti di vista di chi c’era o provando nuove angolazioni. Se proprio dobbiamo farli, questi biopic, ci dicessero qualcosa che non sappiamo. Il fatto è che viviamo nel tempo in cui queste narrazioni non sono più possibili. È tutto a senso unico, bello o brutto, bianco o nero (qui Black or White, sorry), e quello che c’è in mezzo rimane in mezzo, sepolto.

Photo Credit: Hilary Bronwyn Gayle © 2026 Lionsgate
Attenzione, non voglio dire che Michael sia un brutto film. Jaafar Jackson, figlio di Jermaine e nipote di MJ, è bravissimo. Assomiglia in modo impressionante allo zio, è confident, regge le due ore di film in cui, oltre a recitare, ricrea alcune esibizioni mitologiche di MJ. Provate voi a interpretare un ruolo così senza pensare al paragone che ogni persona farà con quella che è stata la popstar più grande di sempre.
Tolto il protagonista, veniamo alla storia: la pellicola racconta (o dovrebbe) la prima parte della vita di Michael, prima degli scandali. Ok. Ci sono chiaramente le canzoni, e ok pure quelle. C’è la storia di un bambino con un talento enorme che riesce a prendere il controllo della sua vita contro un padre padrone (Colman Domingo pazzesco) e che conquista il mondo. E poi?
Di base tutto somiglia più a una fiaba che a una vita reale, con MJ che ne esce come un moderno San Francesco (ma pure come un «eterno Peter Pan», cit. di una grandissima YouTuber). La sua Assisi è Gary, cittadina dell’Indiana, e il Santo che abbiamo scelto non è casuale, capirete guardando. Poi c’è il papà cattivo, c’è la mamma che lo sostiene, ci sono i fratelli di contorno. Ma neanche tutti: Janet ha preso le distanze da questa operazione e quindi puff, non è mai esistita (e parliamo di Janet Jackson signori, era decisamente più sacrificabile Latoya, con tutta la simpatia). Scelta, quella di evitare ogni rapporto con la pellicola, fatta anche dalla figlia Paris, che ha ribadito che «quello che vedete è fiction, non la realtà. Uno dei motivi principali per cui non ho detto nulla fino ad ora è che so che molti di voi ne saranno contenti. Il film si rivolge a una fetta molto specifica dei fan di mio padre, quelli che vivono ancora nel mondo della fantasia».
Ecco, pur non sapendo a cosa si riferisca Paris nello specifico, ci sentiamo di concordare con lei. Di nuovo: a cosa servono i biopic se non aggiungono qualcosa o se non accendono la luce su un aspetto di cui ancora si è parlato poco? A “celebrare”, che si può leggere anche come “ripulire l’immagine e a far circolare tutto il resto”. Canzoni, diritti, ristampe (io stesso ho comprato il vinile di Dangerous al merch berlinese, che fai lo lasci lì?). Michael è una di quelle celeb che da morto vale quanto valeva da vivo, se non di più. Ed è quindi un bene per tutti che la macchina rimanga oliata.
E dopo il musical Thriller Live, rimasto in scena nel West End per 11 anni e MJ the Musical, ecco che arriva il film. Che, ripetiamo, non è neanche male. Ma che è impossibile guardare senza la lente di una grossa operazione puramente celebrativa e di marketing.
Sarebbe curioso capire cosa ne pensano i fan “che vivono nella realtà”. Quelli che conoscono la sua storia meglio di così, e che forse vorrebbero vedere davvero qualcosa che si avvicina un pochino di più alla parola ‘bio’. Fatte queste premesse, uscirete dal cinema con la voglia di riascoltare la sua discografia. Chi detiene i diritti ringrazia.

Jaafar Jackson è Michael Jackson. Photo Credit: Glen Wilson © 2026 Lionsgate
















