Fatboy Slim: «Non ho bisogno che qualcuno mi idolatri, ma di qualcuno che balli» | Rolling Stone Italia
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Fatboy Slim: «Non ho bisogno che qualcuno mi idolatri, ma di qualcuno che balli»

A 30 anni dall'esordio discografico («ho finito le idee per fare un disco nuovo»), Norman Cook ci ha spiegato cosa significa essere dj oggi e come si sopravvive nella scena. In attesa del suo set il 23 maggio a Milano

Fatboy Slim: «Non ho bisogno che qualcuno mi idolatri, ma di qualcuno che balli»

Fatboy Slim

Foto: press. Anglo Management

Non è certo la prima volta che ci capita di scambiare un po’ di chiacchiere con Norman Quentin Cook, alias Fatboy Slim (ah, fun fact: Norman a lungo è stato solo un soprannome auto-adottato, non uno dei nomi anagrafici, questo fino a quando nel 2002 lo ha adottato anche dal punto di vista legale: Quentin infatti era oggetto di prese in giro, da ragazzino, come nome, quindi aveva ben visto di risolvere il problema da sé). Sarà tipo la terza o la quarta, e lui ha abbastanza sense of humour ed è abbastanza navigato da ironizzare sulla litania del «ti ricordi quando l’altra volta mi dicesti che…» («Certo che mi ricordo, come potrei non ricordarmi di una intervista di 13 anni fa!» è la risposta carica di divertita ironia). Questo scambio scherzoso però diventa una buona scusa per partire da qualcosa di cui non avevamo in effetti parlato nelle precedenti chiacchierate fra noi – non l’avevamo fatto per motivi oggettivi, perché questo qualcosa non era ancora successo. Ovvero, la pandemia.

Una pandemia che oggi pare lontanissima, coi suoi distanziamenti, con la sua proibizione del ballo e degli eventi, oggi che Fatboy Slim è tornata a macinare mille miliardi di date in giro per il globo (lo vogliono tutti, infatti, ancora oggi, e a breve l’Italia lo avrà, nello specifico al Magnolia a Milano il 23 maggio, questo è il primo appuntamento buono, e vi garantiamo – divertimento assicurato), oggi che tutto scorre normale, guerre incombenti a parte. Ma per un paio d’anni, la nostra vita è stata travolta. Travolta davvero, nel profondo.

Guarda, l’ultima volta che ci facemmo una chiacchierata approfondita a un certo punto dicesti «C’è una cosa che rimpiango, il fatto di avere ormai così tanta esperienza e aver visto e fatto così tante cose che mi manca un po’ il gusto della sorpresa, probabilmente niente più è in grado di stupirmi». Queste parole si sono ritorte contro di te, perché vennero pronunciate prima della pandemia, prima del Covid. La pandemia e il modo in cui ha cambiato la nostra quotidianità è qualcosa che ci ha stupito eccome.
Puoi dirlo forte.

Cosa ricordi di quel periodo? Ormai possiamo serenamente storicizzarlo e tirare un po’ le somme a posteriori.
Sai cosa? Devo essere onesto: per me non è stato il periodo più brutto della mia vita. Per me personalmente, eh. Per molti di sicuro lo è stato, c’è anche chi ha vissuto dei lutti, e questo è terribile, ma io devo essere onesto e ammettere: per me è stato mica male, come periodo. Era, tipo, come vivere in un film, in un film però di cui non sapevi la trama, non sapevi il finale. E vivere in questo film ti permetteva comunque di fermarti un attimo, rallentare, riflettere, capire bene chi eri. Mi ricordo ancora adesso che ho avuto un momento proprio illuminante: ovvero quando un giorno mi sono reso conto che di me, se mi togli il mio essere dj, resta poco. Resta una persona molto banale, non di grande spessore. Ero lì, a cucinare, a fare il padre (ero appena diventato padre), e un giorno mi sono detto che se mai fossimo tornati a fare la vita di prima – e non era per nulla banale quel pensiero, perché in quel momento sembrava abbastanza fuori luogo pensare che saremmo tornati a raggrupparci zeppi di sudore ballandoci addosso in stanze scure – io dovevo ripromettermi di non dare mai, mai, mai più nulla per scontato. Mai! E di non lamentarmi mai più a cazzo. Basta lamenti sulle attese negli aeroporti, basta lamenti su un driver che arriva a prendermi in ritardo, basta lamenti perché sono stato messo a suonare troppo tardi, e io ormai non reggo più le ore così piccole. Fermandomi, ho capito quanto amo il mio lavoro e soprattutto quanto sia importante per me: questo significa che oggi, anche se ho ripreso la mia media di un centinaio di date all’anno, tratterò ogni show come se fosse l’ultimo. Davvero, non scherzo. Ogni singolo show.

Ma è proposito di ciò che è vero e ciò che è scherzo: è vero che durante la pandemia ad un certo punto ti eri messo a servire al bar, a fare insomma il cameriere? Ok che il bar era tuo, ma…

È vero, è vero. Un bar a Brighton, in fondo alla via dove ho casa. Ora quel bar l’ho venduto, è una cosa recente, fino a tre mesi fa ero ancora io il proprietario, però sì, nei giorni della pandemia l’ho fatto visto che avevamo il permesso di restare aperti per consegnare cibo e bevande per il takeaway. Avevo bisogno di contatto umano: ed avere un bar e poterci fare quello che volevo, appunto anche decidere di essere io l’inserviente allo sportello del takeaway, è stata una gran fortuna. Poi per carità, l’ho fatto anche un po’ per esibizionismo, non lo nego, per stupire le persone… Tutti in città sapevano che quel bar era mio; ma nessuno si sarebbe aspettato di vedermi allo sportello che allungavo i panini (ride). Io mi godevo lo stupore sulla faccia delle persone e, insomma, in qualche modo mi facevo anche pubblicità, facevo parlare di me. Divertendomi.

Fatboy Slim - Eat Sleep Rave Repeat - Live At Ally Pally 2026

Ecco, mi piace questa cosa che ammetti che c’era anche una dosa di esibizionismo e di voglia di fare del bene alla propria immagine: non l’ammettono in tanti. Eppure nel magico mondo dei dj di maggior successo, oggi è più importante curare la propria immagine sui social, sulle pagine Instagram, TikTok e quant’altro, che fare ricerca musicale. Anche se nessuno lo vuole ammettere. In generale, sono pochissimi quelli che condividono momenti di vita vera e magari pure di autocritica, è tutto veramente safe, standardizzato e calcolato da un accorato social media management, anche quando si prova ad essere fintamente sinceri ed informali. Questa ovviamente è la mia opinione: non voglio mettertela in bocca. Ma non posso non chiederti quale sia la tua, di opinione in proposito…
Beh, diciamo che molto semplicemente di questi dj qua io non seguo i post: punto. Semplice così. Meno male ci sono invece ancora dei miei colleghi che hanno molto sense of humour ed anche molta autoironia, penso ad esempio al mio buon amico Eats Everything, che già dal nome d’arte hai capito di che pasta è fatto…

In effetti.
Lui una volta ha detto: «Non mi prendo mai sul serio. Ciò che prendo sul serio è la musica, lei la prendo molto seriamente; ma me, non mi prendo mai sul serio». Ecco, mi piace questo tipo di attitudine. Anche io voglio essere così.

Ok, l’umiltà, va bene. Però tu tu sei anche una persona molto famosa, seguita, ben pagata. E ti nutri del fatto che la gente ti idolatri un po’, ti celebri cioè come rockstar. È uno degli ingredienti del successo fuori scala.
Io non ho bisogno di qualcuno che mi idolatri: ho bisogno di qualcuno che balli. Vedi, il lavoro che faccio è molto semplice. Il mio compito è far stare bene le persone. Punto. Quando vado al lavoro, il mio compito è far passare una bella serata e chi è venuto a sentirmi: a metterlo o metterla nella disposizione d’umore migliore, a dargli o darle la scusa anche per interagire per altre persone che sono lì con lui o lei. Quello che io faccio per essere “personaggio”, non lo faccio per me, per il mio ego, no: lo faccio per arrivare meglio a fare quello che devo fare. Questo è lo spirito giusto. Perché io sono incredibilmente onorato di fare parte, almeno per una sera, della vita delle persone, di permettere loro di divertirsi, rilassarsi, di fare i matti, di stringere amicizie e quant’altro. Quando io suono e vedo di fronte a me una coppia che si abbraccia e magari si bacia, sento davvero l’onore ed il privilegio di poter essere, nel mio piccolo, la colonna sonora di un momento bello, che resterà nella loro memoria. Questo è il mio lavoro: capisci quanto è bello, questo lavoro? E se ho già il privilegio di fare questo di mestiere, perché cazzo dovrei avere l’ansia di farmi celebrare come fossi una divinità? Non esiste, davvero.

Ok, nessuna ansia di farti celebrare, va bene. Però avrai avuto dei momenti di ansia in cui, al contrario, la paura era proprio di perderlo, questo pubblico? Non ci credo che tu non ne abbia avuti, che sia sempre stato tutto semplice, divertente e spensierato.
Di sicuro ne ho avuti. Oggi ho le idee chiare, e questo mi aiuta: so che se voglio restare a galla, devo lavorare duro. Perché la verità che più invecchi, più devi darti da fare per essere ancora qualcuno che conti un po’.

Niente vivere di rendita.
Ti confesso una cosa, c’è stata una fase della mia carriera in cui vedevo arrivare artisti più giovani di me, quelli della nuova generazione, che iniziavano a ricevere molte attenzioni, e sì, ero geloso. Li guardavo e pensavo «Accidenti, tu sei il nome del momento, e io invece sto rischiando di diventare un soprammobile…». Ad un certo punto però mi sono reso conto che gli anni passavano, e questi di cui ero geloso dov’erano? Come stavano messi? Che fine avevano fatto? Molti scomparsi nel nulla; io, invece, ancora qui in giro. Magari un po’ come vecchio soprammobile, per carità, ma ehi, sono qui, ancora qui (ride). È così che ho capito che non bisogna per forza essere sempre in cima a tutto: il più forte, il più importante. Certe volte anche essere un vecchio, simpatico soprammobile è ok. Guarda, prendi Fred Again: oggi è lui il numero uno, è grande, è pazzesco, è super. Tutte le attenzioni sono su di lui e, se è per questo, anche gli ingaggi più pesanti. Ti dico la verità: anni fa, sarei stato geloso. Sì, sarei stato davvero geloso di uno come lui. Oggi assolutamente no.

No?
Oggi sono come quei calciatori che ok, non sono più veloci come un tempo, ma insomma, sanno ancora giocare la palla, sanno come muovere il gioco. L’unica differenza è che oggi mi devo allenare con più impegno e più attenzione di prima, per essere sempre all’altezza.

A proposito dell’essere sempre all’altezza: come mai molti tuoi colleghi ed amici del periodo della Big Beat Boutique, la tua serata a Brighton che rivoluzionò un po’ il mondo dei dancefloor facendo scoprire che non esisteva solo la cassa in quattro, oggi sembrano scomparsi dai radar? Ho recentemente collaborato alla stesura del libro per il trentennale del Maffia, il fu club di Reggio Emilia che ha portato qui da noi quel suono e che tu scelsi apposta come prima data italiana proprio per questo, per questa sua lungimiranza, anche se eri già una superstar da stadi e non da club da 700 persone, e molti dei nomi in cartellone all’epoca oggi mi evocano un «Oh, che fine avrà fatto…».
Non lo so. (Lunga pausa) Davvero, non lo so. So solo che personalmente io sono felice di essere ancora qui. Credo che la differenza rispetto ad altri sia stata solo che, ecco, sono stato molto fortunato. E forse anche un po’ bravo a non mollare mai. Ecco, se mi devo prendere un merito è questo: il non aver mai mollato. Da quando ho finito le scuole, mi sono sempre dedicato alla musica. Sempre! Non ho mai avuto dubbi, non ho mai pensato di poter fare altro. Anche quando le cose andavano male, e guarda che ce ne sono stati di momenti, sia all’inizio che negli anni buoni, non ho mai pensato di lasciar perdere, di trovare un’altra strada. Sono quarant’anni che sono in giro: in alcuni di questi ero al top, in altri per nulla – ma non ho mai pensato di mollare il colpo.

Un colpo però l’hai mollato.
Quale?

Fare dischi. Ok, c’è stata la partecipazione in Here Lies Love, il progettone di David Byrne, e c’è stato quel divertissement un po’ così a nome Brighton Port Authority con I Think We’re Gonne Need A Bigger Boat, e peraltro per questi lavori stiamo parlando del 2010 o giù di lì. Ma come Fatboy Slim, a livello di produzione discografica, almeno come album, il colpo l’hai mollato: l’ultimo album è Palookaville, 2004.
È molto semplice: mi si è spenta la passione per andare in studio e farmi venire idee per dei campionamenti, dei ritornelli, dei riff, degli slogan, delle trovate stupide… Forse è molto semplicemente che ho finito le idee, sai? Del resto negli anni ’90 ho tirato fuori tre dischi non così brutti, e forse tutte le idee efficaci sono finite lì. Mi è passata anche quella rabbia che, dopo un disco andato così così, mi porta a dire «Non avete capito niente, fra qualche anno questa roba che ho fatto vi piacerà, stronzi!»: no, non c’è nemmeno quello. Non so perché: sarà che è cambiata la mia vita, crescendo, diventando padre, sarà che semplicemente sono un po’ invecchiato. Ma anche con la vita un po’ cambiata e gli anni che un po’ sono passati, la passione per fare il dj non ha invece avuto la minima flessione. Quella zero. Ma per fare i dischi, invece… Ne ho preso atto, e mi sono detto: vabbé, invece di stare lì ad autoflagellarmi perché mi è venuto il blocco dello scrittore sai che c’è? Mi metto a fare il dj e basta – non c’è nulla di male in questo. La verità è che per creare della musica nuova che funzioni devi avere dentro di te davvero un fuoco: sono stato onesto con me stesso e ho capito che questo fuoco si era spento. Forse un giorno accadrà che si spegnerà invece il fuoco per la console, per fare il dj: e allora magari in qualcosa mi tornerà voglia di fare dei dischi. Chi lo sa? Ma davvero, la prendo con molta filosofia. Sto bene così.

Fatboy Slim & The Rolling Stones - Satisfaction Skank - Official Video

Per inciso, secondo me Palookaville non è per nulla un brutto album. Lo trovo molto sottovalutato, rispetto ai suoi meriti.
Oh, ti ringrazio. Molto gentile dirlo, da parte tua.

Cosa ricordi del periodo in cui c’hai lavorato sopra e poi l’hai visto uscire, e promosso?
Beh, non era la mia fase migliore, come persona. Mi aspettavano tutti al varco, avevo avuto uno dietro l’altro tre album dal successo incredibile e, in qualche modo, forse tutti aspettavano il momento per darmi finalmente addosso, per trovarmi in difficoltà. Io ero stanco, esausto, forse proprio esaurito, però non volevo fermarmi, e al tempo stesso volevo provare al mondo che ero capace anche di evolvermi, di cambiare un po’ la mia ricetta. Beh: non ha funzionato. In più, era anche un periodo della mia vita in cui avevo davvero tanti problemi con l’alcol, e di conseguenza facevo fatica ad essere lucido, a concentrarmi. Il ricordo di quegli anni è soprattutto legato all’alcool. Bevevo troppo, sì. E c’era ancora questa cosa per cui tutti mi stavano addosso, tutti sembravano aspettarsi qualcosa da me, avevo perfino i paparazzi che stavano dietro a me ed alla mia compagna: bere era il modo migliore per avere l’illusione che tutto questo non stesse accadendo. Col senno di poi, ho ripensato anche all’esperienza con gli Housemartins, sai?

In che modo?
Quando finalmente arrivammo ad un minimo di successo come Housemartins, il batterista decise all’improvviso di andarsene. Ci disse: «Non mi piace. Non mi piace tutto questo. Non mi piace stare via tutto il tempo in tour, non mi piace stare sempre al centro dell’attenzione. Non mi piace, non è questo quello che voglio dalla mia vita». Io lo ascoltavo e non credevo a quello che sentivo perché per me viaggiare e conoscere gente in giro era la cosa più bella possibile, come poteva non piacere? Invece qualche anno più tardi ho iniziato a ripensare a quelle parole. Pensavo di essere pronto per il successo, anzi, lo desideravo fortemente, ma quando è davvero arrivato ho scoperto che non era del tutto la mia cosa. E sai perché? Perché quando le cose hanno preso ad andare incredibilmente bene in fondo ero ancora un cazzone che amava ubriacarsi, questo ero, e in fondo al mio cuore lo sapevo; e quindi più il successo diventava grosso, più dentro me si faceva largo la sindrome dell’impostore, «Dai, ma cosa dite, io non merito tutto questo, tutti ‘sti elogi, tutti ‘sti premi, dai, vi prego, fermatevi».

Però in una tua vecchia intervista hai detto che quando hai smesso di bere è arrivato un problema: hai scoperto il panico da palcoscenico.
Oh, guarda: sarà stato vero per un paio di mesi, per sei sette date, toh. Poi un giorno – me lo ricordo ancora perfettamente – mi sono ritrovato in Giappone. Il pubblico giapponese sa essere incredibile, sai? Sono così belli, così pieni di passione e rispetto per i musicisti. Sono salito sul palco. Ho visto le loro facce. E ho pensato: «Ehi, se io sono qui è grazie a queste persone, così piene di amore e passione… Sono loro a volermi qui. E sono io a dare loro felicità, almeno questa sera. È una cosa stupenda». Da quella serata in poi, mai più avuto panico da palcoscenico.

E il pubblico italiano, com’è?
Avete stile. Tantissimo stile. Non solo nell’abbigliamento: anche nel modo di comportarsi, di muoversi. E poi avete passione, tanta. Uscire fuori, ballare e fare festa è nella vostra cultura da sempre e credimi, questa cosa si avverte subito quando ho delle date da voi. Ci sono dei posti dove vai a suonare e, in tutta sincerità, lo vedi che quelli del pubblico si comportano in un certo modo solo ed unicamente perché provano ad imitare quello che hanno visto accadere da altre parti su YouTube. Accidenti se lo vedi, purtroppo. In Italia, mai. A voi viene naturale ballare, fare festa. Sapete divertirvi. Sapete cos’è la passione. Forse è per questo che, dopo tutti questi anni, andiamo ancora così d’accordo, io e voi: e continuate a chiedermi di venire a farvi passare une bella serata danzante e, devo dire, ci riesco penso praticamente sempre. No?