‘The Pitt 2’ è l’America che vogliamo, e quella in cui siamo bloccati | Rolling Stone Italia
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‘The Pitt 2’ è l’America che vogliamo, e quella in cui siamo bloccati

Dopo il finale, il critico di Rolling US David Fear commenta la seconda stagione del medical drama, che affronta ICE, intelligenza artificiale e altri temi strappati dai titoli dell'era Trump, riuscendo comunque a dare speranza

‘The Pitt 2’ è l’America che vogliamo, e quella in cui siamo bloccati

Foto: Warrick Page/HBO Max

Alla fine degli anni Sessanta, Paddy Chayefsky propose alla CBS una serie televisiva intitolata The Hospital. Secondo Mad as Hell, il libro sulla realizzazione di Quinto potere, lo sceneggiatore premio Oscar descrisse il dramma settimanale come «un microcosmo della società… ovvero, l’ospedale rappresenta la società americana, e tutte le storie, raccontate attraverso l’ospedale e il suo personale, saranno comunque commenti satirici sulla società nel suo insieme». La rete rifiutò. Chayefsky lo trasformò in un film, uscito qualche anno dopo starring George C. Scott. Il risultato dimostrò che l’accento era tutto sulla satira, di cui la televisione aveva poca voglia allora (e anche adesso). Ma l’idea di un’istituzione medica come specchio di tutto ciò che c’è di buono, di brutto e di storto nell’America? Quella sì che era un’idea che la TV poteva abbracciare.

Come A cuore aperto, E.R. – Medici in prima linea, Grey’s Anatomy e praticamente ogni medical procedural che li ha preceduti, The Pitt si attiene a un modello che combina le dinamiche interpersonali con il commento sul mondo fuori dal Pittsburgh Trauma Medical Center. La maggior parte degli spettatori probabilmente non si sintonizza per lezioni di educazione civica. Guardano in massa perché il pedigree è di primissimo livello, al timone ci sono tre grandi veterani di E.R.: il creatore R. Scott Gemmill, il produttore esecutivo John Wells e il protagonista e produttore Noah Wyle (pure alla scrittura e alla regia). E perché la formula dei veterani che ne hanno viste di tutti i colori mischiati con specializzando inesperti ma entusiasti è collaudata, anche senza l’aggiunta del gimmick di ogni episodio che racconta un’ora in tempo reale in un ambiente ad alta pressione. E perché questo drama di HBO Max ha in qualche modo trovato il modo di combinare alla perfezione tutto ciò che si amava della programmazione old-school delle reti generaliste con la prestige TV dell’era dello streaming. E perché avere in scena sia Wyle con la barba che Shawn Hatosy sprigiona un’energia esplosiva da dottor Zaddy.

Foto: WARRICK PAGE/HBO MAX

Ma questa è anche una serie che porta la sua coscienza sociale cucita sul camice bianco, e non si ambienta l’intera seconda stagione il 4 luglio senza un’agenda. La seconda stagione di The Pitt si è conclusa nei giorni scorsi con diversi colpi di scena e un momento di tenerezza, rappresentato da un neonato trovato abbandonato nel primo episodio, che sonnecchia tra le braccia del dottor Michael “Robby” Robinavitch. Che nessuno dica mai che la serie non sa come usare i rimandi per il massimo effetto. La maggior parte dei volti della prima stagione è tornata per questo secondo giro, tra cui Wyle, la collega vincitrice dell’Emmy Katherine LaNasa (infermiera Dana), Patrick Ball (Langdon), Taylor Dearden (Mel), Gerran Howell (Whitaker), Isa Briones (Santos), Shabana Azeez (Javadi), Supriya Ganesh (Samira) e Fiona Dourif (McKay). Diversi nuovi nomi di rilievo, tra cui Sepideh Moafi (dott.ssa Al-Hashimi), Irene Choi (Joy), Laëtitia Hollard (Emma) e Lucas Iverson (Ogilvie), hanno ampio spazio sullo schermo.

Nel corso del turno di quindici ore (che equivale alla stagione intera) tutti vengono messi alla prova. Il personale deve fare i conti con ogni cosa possibile: eruzioni cutanee gravi, arti amputati, interventi chirurgici d’emergenza e morti improvvise. Al posto della sparatoria di massa che aveva fatto da catalizzatore nella prima stagione, questa volta c’è un parco acquatico che subisce il crollo di diverse strutture portanti. Sentitevi liberi di attribuirgli le metafore che preferite. I drammi interni – storie d’amore tra colleghi, giochi di potere, rancori di lunga data — convivono con il mix di ordinario e straordinario che costituisce una giornata tipica in un pronto soccorso di una grande città. Tutti sono sopraffatti dal lavoro, ogni reparto è a corto di personale, ogni livello di stress è al limite, ogni sistema istituzionale sembra sull’orlo del proprio collasso.

Tutto questo è il manuale del medical procedural televisivo, esattamente il tipo di cose che si vedrebbe in qualsiasi serie ambientata in un ospedale. Nemmeno la svolta di Robby da figura paterna traumatizzata ma nobile ad antieroe autodistruttivo, aka “Difficult Man” (bravissimo nel lavoro, disastro nella vita privata, con più demoni di Dante nell’Inferno) — che ha attirato qualche critica — riesce a scalfire la sensazione di stare guardando una versione più cruda e più sanguinosa di un modello.

Katherine LaNasa in ‘The Pitt’. Foto: HBO

Ma una serie di elementi narrativi continua a riportarti al momento presente. Le minacce ransomware agli ospedali vicini significano sia un afflusso extra di pazienti che la necessità di spegnere il sistema informatico del Pitt — e non bisogna riconoscere il precedente nella realtà per individuare una preoccupazione contemporanea. Ci sono battute sui tagli a Medicaid e su un programma di ricerca dedicato alle disuguaglianze razziali i cui fondi spariscono inspiegabilmente. Un programma di intelligenza artificiale viene presentato come la soluzione a numerosi problemi — e, sorpresa, non fa che peggiorare le cose. Uno specializzando ha come secondo lavoro quello di influencer online. Ossessionati da TikTok, seguaci della wellness culture e dipendenti dalla disinformazione finiscono tutti in sala d’attesa. Il rischio di indebitarsi per le spese mediche e di perdere il secondo o terzo lavoro trattiene i pazienti dal restare; una storia che mette tutto questo in primo piano non finisce bene. I servizi sociali sono quasi inutili. Due bambini si arrangiano da soli dopo che i loro genitori haitiani vengono deportati a seguito di un controllo dell’immigrazione. Abbiamo menzionato che a un certo punto fanno irruzione gli agenti dell’ICE?

Sì, The Pitt introduce le squadracce dell’attuale amministrazione nel pronto soccorso — una scelta che ha attirato critiche per essere stata allo stesso tempo troppo morbida e troppo dura con questi uomini mascherati. (Il fatto che i vertici aziendali abbiano chiesto ai produttori di abbassare i toni e rendere il tutto più «equilibrato», cosa che ha richiesto dei tagli in fase di montaggio, è quanto di più 2026 ci sia — e questo prima che i potenziali nuovi proprietari di HBO Max, gli Ellison vicini a Trump, entrassero in gioco.) La loro presenza fa fuggire i pazienti, getta il personale nel panico, scatena la rabbia per il trattamento riservato alla donna irregolare che hanno portato con sé, e crea un senso generale di paranoia. La situazione finisce ovviamente con della violenza e con un membro dello staff che fa il buon samaritano e viene fermato e portato via verso una destinazione ignota.

Questa è l’America, continua a ricordarci la serie, quella in cui viviamo adesso. E per ogni dialogo didascalico che spiega esplicitamente il messaggio («Tutti i pazienti, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno diritto alle cure d’emergenza secondo l’Emergency Medical Treatment and Labor Act» è una battuta reale), The Pitt ci offre un discorso sullo stato della nazione che si limita a presentare il disordine quotidiano che ci circonda, lasciando che si sedimenti prima di andare avanti. Il fatto che tutto accada il giorno dell’Indipendenza è un ottimo pretesto per adornare i rottami dei sistemi in frantumi con stelle e strisce. Che un paziente arrivi con la bandiera americana conficcata nello sterno forse non è sottile, ma il concetto passa. E quando arriviamo al finale, la sensazione che le cose si sfaldino, che il centro non regga, e così via, è acuta quanto il burnout del dottor Robby.

I protagonisti guadano i fuochi d’artificio nel finale della seconda stagione di ‘The Pitt’. Foto: WARRICK PAGE/HBO MAX

Eppure il finale si chiude con quella che potrebbe essere la sequenza più discretamente ispiratrice che abbia visto in una serie televisiva da molto tempo. Dopo un 4 luglio da incubo, gran parte del personale del turno diurno rimasto sale sul tetto. È in corso uno spettacolo di fuochi d’artificio che illumina il cielo notturno di Pittsburgh. Una varietà di persone che rappresentano il mix razziale, religioso, sessuale e di classe dei lavoratori che fanno del loro meglio per aiutare l’umanità nei suoi momenti peggiori stanno uno accanto all’altro, sorseggiando birre in silenzio e guardando lo spettacolo tutto americano. Alcuni hanno le braccia sulle spalle degli altri. È una scena breve, presentata senza commenti, lezioni di storia o note a piè di pagina.

Per la maggior parte della seconda stagione, The Pitt ci ha dato l’idea di Chayefsky di un medical show come microcosmo sociale: il ritratto di un paese sull’orlo del baratro, spaventato, sopraffatto, in dissoluzione. Ma per un momento, ci ricorda l’ideale americano autentico: uno stato di pura, cristallina unità nonostante le differenze. Sono state quasi quindici ore del Paese in cui siamo bloccati per il futuro prevedibile. E per qualche minuto, intravediamo il Paese in cui vogliamo ancora vivere.

Da Rolling Stone US